Abbiamo chiesto a Mario Vaudano, già giudice istruttore ora in pensione (si è distinto per le indagini del cosiddetto “scandalo petroli”, prologo della stagione di “Mani Pulite”) di spiegare in che cosa consiste la procedura avviata dalla Corte Penale Internazionale contro Israele e Hamas.

Il 20 maggio 2024 il Procuratore della Corte Penale Internazionale ha adottato una iniziativa estremamente coraggiosa e giusta. Ha infatti inviato al collegio di giudici competenti della Cpi la richiesta per l’emissione di un mandato di arresto internazionale per crimini contro l’umanità nei confronti di Benjamin Netanjahu e Yoav Gallant (rispettivamente primo ministro e ministro della Difesa di Israele) da un lato; e di Yahya Sinwar, Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri e Ismail Hniteh (principali capi di Hamas) dall’altro.

Le due richieste hanno sollevato, per varie ragioni, forti e contraddittorie reazioni nella comunità internazionale, come già nel caso del mandato di cattura emesso a carico del Presidente russo Vladimir Putin. Oltre al violento risentimento di Israele per essere stato paragonato ad Hamas, appare sotto i riflettori il fatto che, per la prima volta, le indagini della Cpi riguardano i massimi rappresentanti di un Paese ‒ Israele appunto ‒ considerato e riconosciuto come una democrazia consolidata, e parte di quell’Occidente mai finora messo sotto accusa. Al di là di ogni altra considerazione specifica a questo conflitto fra Israele e Hamas, la procedura avviata dalla Cpi indica che, per quanto riguarda la giustizia internazionale, non vi è e non ci deve essere impunità possibile per chi si macchia di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. Infatti, nella motivata richiesta del Procuratore si precisa che il legittimo diritto alla difesa di Israele non lo esime dal rispettare il diritto umanitario internazionale. Anche se tale richiesta dovrà ancora essere valutata e confermata dalla camera preliminare della Cpi, resta il fatto importante che è stata scritta una nuova pagina per la credibilità del diritto e della giustizia internazionale.

Che cos’è la Corte Penale Internazionale

La Corte Penale Internazionale (in inglese International Criminal Court – Icc), con sede all’Aja, è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite e si occupa di stabilire le responsabilità degli Stati che violano il diritto internazionale. La sua Presidenza, composta da un presidente e due vicepresidenti, viene eletta dal Consiglio dei 18 giudici nominati dall’Assemblea degli Stati membri dell’Onu firmatari dell’istituzione Cpi. È responsabile del corretto svolgimento delle procedure giudiziarie e dell’appropriato funzionamento della Corte. L’Ufficio del procuratore (Office of The Prosecutor, Otp), che beneficia di un certo grado di indipendenza, formula le richieste a procedere quando le indagini hanno portato alla raccolta di elementi sufficienti per affrontare un processo. Completano l’istituzione tre Divisioni: la Preliminare, che analizza le richieste a procedere; la Giudicante, che si occupa del dibattimento vero e proprio e del processo di primo grado; l’Appello, che decide sui ricorsi in appello ed emette sentenze definitive. I magistrati devono essere cittadini di Stati Membri che si sono distinti per una spiccata moralità, per particolari meriti, e che abbiano maturato competenze in ambito sovranazionale, specialmente nel diritto penale e processuale internazionale, che ovviamente differiscono da quelli nazionali.

«Nessuna impunità per chi si macchia di crimini contro l’umanità»

Senza l’esistenza di principî e regole probatorie solide, che sono alla base della giustizia secondo lo Stato di diritto e fondamento di tutte le democrazie degne di questo nome, sarebbe stato impossibile arrivare alla richiesta di arresto per i capi di Israele e di Hamas, che riveste una straordinaria importanza, pur se azione interlocutoria in attesa del futuro giudizio di merito sulla colpevolezza o meno degli accusati. Essa consente ‒ data la natura della Corte penale internazionale e la sua sfera di competenza ‒ che un organo di giustizia agisca nei confronti dei responsabili di entrambe le parti e per crimini per i quali sono state sinora già raccolte prove schiacciant, evitando la “porta stretta” dell’imputazione per il crimine di genocidio e le discussioni in larga misura improduttive e ideologiche sulla sua sussistenza o meno nel conflitto in corso a Gaza.

È pur vero che, se poi singoli stati non sono firmatari Cpi, questo è un ostacolo all’applicazione esecutiva delle sue decisioni. Tuttavia, chi è colpito dal mandato di cattura della Cpi non può recarsi in nessuno degli stati aderenti e quindi diventa un “paria” della comunità internazionale. 

Il significato anche simbolico della non impunità per nessuno (capi di Stato e di governo compresi) è fondamentale per affermare una giustizia che vuole mettere al centro e sullo stesso piano il diritto delle vittime, come ha sottolineato il Procuratore della Cpi, Karim A. A. Khan, nelle motivazioni della sua richiesta: «Chiariamo oggi una questione fondamentale: se non dimostriamo la nostra volontà di applicare la legge in modo equo, se viene vista come applicata in modo selettivo, creeremo le condizioni per il suo crollo. In tal modo, allenteremo i restanti legami che ci tengono uniti, le connessioni stabilizzanti tra tutte le comunità e gli individui, la rete di sicurezza a cui tutte le vittime guardano nei momenti di sofferenza. Questo è il vero rischio che corriamo in questo momento. […] Dobbiamo prendere in considerazione lo stesso valore di ogni bambino, di ogni donna e di ogni civile in un mondo sempre più polarizzato».

Mario Vaudano