Dal oggi sospendiamo la pubblicazione di nuovi articoli. Offriremo tuttavia tre volte alla settimana ai lettori una selezione di articoli già pubblicati sul mensile cartaceo nell’ultimo anno o poco più. Nei tre lunedì che precedono l’inizio della scuola, dal 19 agosto, riprenderemo il Registro di scuola che era stato interrotto a ottobre e il 30 agosto riprenderemo il commento al vangelo della domenica. Da lunedì 9 settembre riprenderemo la regolare pubblicazione degli articoli. Buone vacanze!
Cinquant’anni nel foglio sono più di metà della mia vita. Sono la più lunga e continua delle mie attività, che non sarebbe mai esistita senza il gruppo di decine di amici con cui l’ho condivisa, molti già partiti per andare oltre. Pensate che abbiamo redazione ogni settimana, con brevi intervalli estivi: per cinquant’anni sono almeno 1500 riunioni. Non solo per fare il giornale, ma prima di tutto per scambiarci le idee. Finisce che si è amici di vita. Mi viene una riflessione che non è un testamento, ma quasi. Come tutti i lavori, questo è un lavoro in corso, mai finito: così è tutta la vita. La quale, dopo gli ottanta, induce a fare bilanci, sempre assai relativi e provvisori e imprecisi e aperti. Dedico-condivido questa pagina con i redattori, e coi lettori a cui accada di leggerla.
Nelle discussioni in redazione (non tutte compaiono poi nelle otto pagine), mi trovo, come tutti, ad esprimere modi di pensare e di sentire non da tutti condivisi. C’è la fatica di questo collaborare, tuttavia sempre bello, e c’è il sogno e bisogno dell’armonia delle differenze. Chi mi mostra il limite o l’errore del mio sentire arricchisce il mio sentire.
Per ragione e per passione
Non sono intellettuale né filosofo. Vorrei essere, nel lavoro di pensare, un sofo-filo, un amante della sapienza, grato se lei ogni tanto mi baciasse. Ho studiato, dopo il liceo classico, diritto, teologia, filosofia, storia, niente economia (solo un esame perfettamente dimenticato), niente cose tecniche. Se la cultura, come si dice, è ciò che resta dopo aver dimenticato gli studi, avrei molta cultura, perché ho molto dimenticato… E non mi preoccupo della mia ignoranza: quel che si cerca e come lo si cerca importa più di quel che si sa.
Imparo da Panikkar (un maestro da non perdere, che lascia freddi alcuni amici) che il pensiero dell’amore è più grande dell’amore del pensiero. Voglio dire che mi interessa tutto ciò che può aiutare ad essere più giusti e più buoni verso gli altri, verso l’enorme impresa umana di diventare umani. Questa impresa, in cui siamo ognuno parte minima ed essenziale, è davvero l’unica impresa di progresso, alla faccia dei politici e dei tecnici.
Più del “rigore” del pensiero, cerco l’intelligenza del sentimento, che intuisce, che va amabilmente dentro le cose più dello scrutarle con analisi rigorosa. In tutte le linee del pensiero umano c’è una corrente calda, viva, e una corrente fredda, rigorosa. La “filosofia” di Gesù, e degli altri grandi profeti, è intelligenza della vita assai più del pensiero scientifico e accademico, pure utile. La ragione è sicuramente preziosa e va difesa dalla follia, ma se non c’è passione, coinvolgimento viscerale (quello che torce le budella del Samaritano, e lo ferma a soccorrere l’uomo ferito), la ragione diventa capace di costruire la morte atomica, artificiale e finale, come le astuzie della cupidigia. Inutile dire che ci sono passioni distruttive, e che tutto ha bisogno di discernimento. Ma per ragione e per passione dobbiamo combattere con tutti i mezzi la ragione impazzita della post-modernità, non in nome di un passato, ma dell’utopia viva che quella madre folle porta nel grembo senza saperlo, ma che da lei nascerà.
La realtà non basta
Ecco, l’utopia: è derisa, come se fosse fuga nel sogno irreale. È invece il «buon luogo» (eu-topia) verso il quale merita camminare, anche se si dovesse cadere per strada. Vi sembra forse questa realtà presente, della potenza accanita sui deboli, un buon luogo? «Pensare è varcare le frontiere» (Ernst Bloch: Denken heisst überschreiten), è uscire dal territorio. Moralismo? Perché no? Ascolto il Tolstoj grande moralista dell’ultimo periodo, studiato da Pier Cesare Bori con passione illuminata. E vorrei ascoltare questo pensiero almeno quanto i filosofi problematici, o sistematori, o riduttori degli interrogativi immensi.
Il pensiero desiderante (i razionalisti lo dicono in inglese, e lo disprezzano) è intelligente, perché pensa più di ciò che è qui. Il desiderio è un atto dell’intelligenza. Il desiderio è speranza e preghiera, ingrandisce il nostro mondo, e noi stessi. Non vorrete mica pensare soltanto la realtà, no? È troppo poco. La sinistra è assente perché ha perso la passione, il desiderio, l’utopia. Stupidamente ha creduto ai ricchi che le hanno fatto credere che l’utopia fosse violenza. Voleva stare nella realtà ed è caduta nel vuoto. L’umanità muore di freddo, come d’inverno i profughi a Lipa.
La fede necessaria
I fatti sono lì. Certo vanno visti e lavorati, come il campo che giace, pietroso o fertile, in attesa della nostra mano. Ma i fatti sarebbero morte e passato se non ne leggessimo i segni, ciò che indicano senza afferrarlo. Tutto è di fronte, avanti, non qui. Tutto è anche all’inizio, germe da far vivere. Bisogna temere le certezze ferrate: sono pericolose, sono armi. Ma, in misura sana e mite, le chiarezze sono necessarie, come la terra sotto i piedi. Voglio appoggiarmi su princìpi, non conquistati, ma incontrati, ricevuti: princìpi, cioè non derivati da altro. Precedenti la mia nascita, la nascita di tutti. Siamo tutti nati dopo, tutti debitori ad imparare la gratitudine, a riconoscere la prima luce del mattino, che tutto precede. Senza principi precedenti, anneghiamo nei fatti. «In principio…». È vero. Ma non è nell’attuale atmosfera culturale, che respiriamo come il virus se non abbiamo la mascherina. Per essere nel tempo bisogna essere fuori e oltre il tempo, in anticipo, non per arroganza, ma per umile ascolto e attesa.
Una fede è necessaria al pensare, come una meta e una luce è necessaria al cammino, e come una madre al nascere. Vorrei che dicessimo chiaro che non ci adeguiamo al pensiero presente, dominante, spento, feroce, eppure anche segretamente assetato, e vorrei che dicessimo meglio che abbiamo quel supplemento, ricevuto e accolto (poveramente accolto), senza merito, che è l’amore paterno-materno di Dio (nome improprio ed equivoco del mistero vivente). Amore che conduce a vedere e pensare con gratitudine e speranza, che guida all’impegno senza guadagno, alla fiducia certa nell’abbondante perdono delle nostre debolezze e mancanze, liberi (sempre un po’ più liberi, anche grazie al dono della vecchiaia) da volontà di potenza e dominio, dalla necessità di essere accettati, anche col rispettabile bisogno concreto di amore, cercatori di relazioni buone e sociali-politiche-economiche emancipate dalla violenza, rifondate sulla nonviolenza attiva gandhiana, «varco attuale della storia» (Capitini), nostra cultura (coltivazione dell’anima) e religione (collegamento nella grande unità).
Alla scuola di Gandhi
Gandhi, senza farne un culto, è il maggior maestro dell’umanità, subito dopo Gesù, e forse più di tanti altri grandi. Non intende seguirlo chi non lo conosce, o lo vede solo nell’immagine stereotipata. Etica, politica, economia, educazione, religione, su tutti i terreni della vita da Gandhi abbiamo molto da imparare, di originale, di vitale, di «antico come le montagne», eppure sempre da ritrovare. Gandhi dice di essere «idealista pratico». Sarebbe bello condividere questa sua scuola morale e ideale, più profonda e avanzata di tante altre scuole di pensiero celebrate, e di scetticismi molto colti, ma fermi a guardare l’abisso. Certo, ognuno è segnato dalla sua propria esperienza, ma si può pensare insieme, per integrare le esperienze.
Quella di Gandhi è una filosofia pratica della pace positiva, dove la pratica è fondata sull’idea che un fine giusto va perseguito con mezzi giusti, nonviolenti, perché tra mezzi e fini c’è un legame come tra seme e albero. Il principio non dedotto è che non si può violare la vita e la natura.
Un po’ di ottusità per respirare
Si vede e si trova solo ciò che si cerca, e lo si cerca perché lo abbiamo già nel cuore. La verità , direi, è all’origine, più che un obiettivo da raggiungere. Siamo nati nella verità, entrati nella storia violenta, ma sanabile, attratta dall’origine-meta, in un cammino a volte disperante, ma mai abbandonato dalla luce.
Vorrei aver parte e collaborare ad una cultura non “acuta”, vincente, penetrante, neppure spettatrice saggia della stoltezza del mondo, ma una cultura che permetta di vivere con senso, gioia, piacere, anche nelle fatiche e nei conflitti, con aperture oltre, avanti. Vorrei partecipare a comporre un discorso più spirituale e profetico che colto e critico. In confronto con l’ “acume” maschile, Adriana Zarri valorizzava la larghezza e accoglienza femminile dell’angolo “ottuso”. Aveva ragione nel correggere la cultura maschilista, che riduce il mondo. Oh, un po’ di ottusità… per respirare! Una cultura meno conquistatrice e calcolatrice del reale, la si può condividere in amicizia e affetto, lavorando insieme a cercare e pensare, con molti. L’intelletto – un bene prezioso – tende a scorticare e trapanare, riduce ogni oggetto ad un concetto. «Il reale è più della somma di tutte le possibili opinioni» (Panikkar, La torre di Babele. Pace e pluralismo, p. 114). L’amore conosce la realtà meglio dell’intelletto, perché la abbraccia, e la migliora. Una cultura dell’amore è anche meno triste e pessimista, meno spaventata.
Lamentela da vecchio non rassegnato
Non insegno nulla, trasmetto ciò che ricevo, come diceva Confucio. Posso aver torto in questa lamentela da vecchio non rassegnato. Con i miei compagni nel lavoro e nella conversazione assidua trovo soddisfazioni e apprendimenti, e anche qualche disagio o incomprensione. Qui ho cercato alla buona di vedere alcune differenze, perché possano essere complementari e non alternative.
E vorrei ancora dire: il foglio parla in modo serio, ragionevole, ma a volte penso che debba fare un bel passo avanti rispetto al realismo ragionevole. Temo che non esprima abbastanza quella «fame e sete di giustizia» (Matteo 5,6), che fa soffrire l’angustia della storia e fa sentire appartenenti a ciò che deve venire. Non si tratta di una fede dottrinale, ma di un cuore nel contempo ferito e sperante, anche per amore e fiducia nelle potenzialità inespresse dell’umanità. La quale non è fatta per campare qualche tempo tra strumenti utili, ma per «seguir virtute e conoscenza», giustizia e verità, per diventare autentica: e quindi per abolire le guerre che accadono sotto i nostri occhi troppo tolleranti, quegli omicidi tecno-politici compiuti dagli stati armati come delinquenti, che dissanguano i popoli; e per togliere le diseguaglianze mostruose nella distribuzione dei mezzi per vivere. Un terzo delle famiglie, in Italia, non ha lo strumento per la scuola a distanza dei figli. Fame di pane e fame di sapere, che una economia e una politica concepite per i forti contro i deboli lasciano soffrire scientemente. Non importa quanti voti può avere una sinistra della verità umana, importa che chi ha, come noi, il compito della parola libera e vera dica con tutta chiarezza parole libere e vere. Solo a questo scopo abbiamo la possibilità di parlare e scrivere. Non dico che non facciamo nulla, ma lo facciamo abbastanza chiaramente e criticamente? Non possiamo osservare pacati come vanno le cose, senza gridare sempre di nuovo che «questa economia uccide». Io mi sento inadempiente al dovere intellettuale e morale nell’uso della parola stampata. Il lavoro intellettuale ha bisogno dall’emozione morale: è questa che attiva l’intelligenza.
Finito di scrivere e riscrivere più volte questo articolo, non ne sono soddisfatto.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 479 del foglio (aprile 2021)






