Un amico della redazione, Marco Tommasino, ci manda questo suo intervento, che si trova qui anche in una redazione più estesa.

Il percorso dell’uscita dall’Egitto alla frontiera della terra promessa, nei libri dall’Esodo ai Numeri, racconta una dinamica sorprendente: un popolo liberato che fatica a diventare libero. Dopo l’uscita dall’Egitto, la traversata del mare e l’arrivo al Sinai, Israele riceve l’alleanza e la Torah, fondamento della sua identità e garanzia della sua libertà. Eppure il cammino è segnato da mormorazioni, nostalgie e paure.

La mormorazione degli Israeliti, il rimpianto della situazione di schiavitù in cui per la soddisfazione dei bisogni primari «si stava meglio quando si stava peggio», riconoscendo che «il Faraone aveva fatto anche cose buone», ci dice che non è la liberazione che di per sé rende gli uomini liberi, bensì l’assunzione di una alleanza comune e condivisa, come testimonia tutta la Scrittura.

La fine della libertà. Alla vigilia della prima grande catastrofe, la distruzione di Gerusalemme per mano dell’esercito di Babilonia (546 a.e.v.), Geremia cerca di comprendere le ragioni profonde del disastro e le individua non soltanto negli errori politici o nelle alleanze sbagliate, ma nell’oblio dell’alleanza. I figli di Israele hanno dimenticato l’alleanza con il Signore.

Quando si dimentica il fondamento che tiene insieme una comunità, la società si indebolisce. Quando chi ha responsabilità educative, religiose o politiche rinuncia al proprio compito di custodire la memoria comune, prevalgono la menzogna, l’interesse immediato e la ricerca del consenso. I capi si sono adeguati alle voglie del popolo (la pancia? i sondaggi?), che è uno dei più grandi traviamenti della responsabilità di una guida, quando una guida fa quello che il popolo vuole. Cosa interessa? Interessa di avere un popolo contento, che «non dia fastidio al manovratore». Per questo arrivano a manomettere la legge del Signore.

Nella situazione di smarrimento il profeta Geremia resta in mezzo al popolo, ma non riesce ad evitare il ritorno all’idolatria. L’esilio è senza futuro, senza speranza. Paolo De Benedetti mi raccontò così un detto rabbinico: «A Dio bastarono 40 giorni per far uscire gli ebrei dall’Egitto, ma non bastarono 40 anni per far uscire l’Egitto dal cuore degli ebrei».

Dal 25 aprile 1945 al 22 settembre 2022

La nostra Costituzione è conseguenza di un patto sociale. Nasce quindi da un’alleanza.

Mi viene spontanea una domandaperché nel 2022 circa 12 milioni di italiani (su 50,8 milioni di elettori, e 27 milioni di votanti) hanno mandato al governo un centrodestra che viene così raccontato da Rosy Bindi: «Non mi meraviglio che il programma di questo governo fosse smontare la Costituzione perché non l’hanno mai accettata non l’hanno votata e non ci sono mai riconosciuti, si sentono vittime e hanno provato a impedire la realizzazione del disegno della nostra Costituzione in tutti i modi». Perché?

Se paragoniamo la nostra Costituzione a seme gettato sulla nostra terra, ha trovato lungo questi anni difficoltà di ogni tipo: uccelli, sassi, radici che seccano, rovi. Attacchi esterni e interni: insieme per distruggere l’alleanza.

Non abbiamo trasmesso una fiducia “memoriosa” nella Costituzione, nel cammino per essere cittadini − forse anche nell’essere cittadini credenti.

Marco Tommasino