Dal 22 luglio sospendiamo la pubblicazione di nuovi articoli. Offriremo tuttavia tre volte alla settimana ai lettori una selezione di articoli già pubblicati sul mensile cartaceo nell’ultimo anno o poco più. Nei tre lunedì che precedono l’inizio della scuola, dal 19 agosto, riprenderemo il Registro di scuola che era stato interrotto a ottobre e il 30 agosto riprenderemo il commento al vangelo della domenica. Da lunedì 9 settembre riprenderemo la regolare pubblicazione degli articoli. Buone vacanze!

Le ferrovie locali, ve le raccomando! Fare per anni il pendolare tra Ceva e Torino, una bella fatica. E per i freddolosi come me – d’inverno – una tortura. Spifferi gelidi, o riscaldamento spento. Altre volte, eccessivo.

Ogni tanto, però, un incontro interessante. O spezzoni di dialogo orecchiati qua e là. Come questo, la vigilia dell’Epifania dell’anno scorso.

«…E a sua sorella ha detto che preferisce morire».

Colsi questa frase mentre mi risvegliavo da un momentaneo torpore.

«Non vuole vivere con due sacchetti, per l’urina e le feci. Secondo me potresti provare tu, Teresa, a parlarle».

Dalla fessura dell’occhio sinistro – avevo appena sollevato la palpebra – vidi nei sedili accanto un uomo di mezz’età con gli occhiali, capelli radi e corporatura robusta. Di fronte a lui una donna di carnagione chiara, con un foulard azzurro da cui usciva una ciocca di capelli bruni.

«Non so. Posso ascoltarla. Anche nel dolore ogni esperienza è diversa. Perché ognuno è diverso».

Col naso nella sciarpa fingevo di dormicchiare. Ma restai attento. Non era una conversazione ordinaria.

«Per carità, farai quel che credi e che puoi. Pensavo soltanto che brutte situazioni ne hai viste. Dalla scuola dei sordociechi agli hospice…»

Aggiunse una frase che non afferrai, coperta dallo sbattere di una porta. Il controllore attraversava la carrozza.

«Scusami, Luca, non sono d’accordo. Sull’eutanasia, che io sia cattolica o suora non mi dà la soluzione. Per me vuol dire soltanto – e fece una pausa ‒ essere sorella».

Accidenti, pensavo, che sia una monaca col foulard al posto del velo? E’ vero che non ci si può più stupire… Ma immediatamente il signor Luca, quasi sottovoce, replicava, chinandosi in avanti e fissando l’interlocutrice al di sopra degli occhiali.

«Scusami tu, ma non ti ci vedo ad accompagnare Virginia in Svizzera per l’iniezione letale».

Prima di rispondergli, suor Teresa – ma era davvero una suora? – estrasse due caramelle dalla borsa che teneva accanto e gliene offrì una.

«Peggio che portare in Svizzera è dettare legge senza guardare chi soffre».

«E quindi?”, la incalzò lui, tra innervosito e disorientato.

«Quindi, per prima cosa, vicinanza e comprensione. Dare conforto e aiuto, se si può».

Si era voltata verso il finestrino. Nelle campagne di Villastellone, qualche gelso rinsecchito. Un pioppeto. In lontananza, nel crepuscolo, l’ombra del Monviso.

«E poi – aggiunse ‒ sapere rispettare chi sta male. Comunque scelga».

«Vuoi dire che qualunque legge va bene?»

«Delle leggi non so. Ma credo che la chiesa faccia un tremendo autogoal. E non perché perderà la partita. Il vero guaio è che dà l’immagine di un Dio indifferente alla grande sofferenza. Pronto a sacrificare la persona al principio. Proprio l’opposto del Dio cristiano, che riconosci nei fratelli».

Ci fu una pausa. All’altra estremità del vagone un ubriaco si era messo a canticchiare Azzurro. Una voce gorgogliante, con acuti improvvisi.

«Però mi sembra che esageri ‒ riprese l’uomo mitigando la battuta con un sorriso. ‒ Dai tempi di San Vincenzo o San Camillo ci si è sempre dedicati alla cura dei malati».

«Certo, Luca, interi ordini religiosi, maschili e femminili, ci hanno lavorato per secoli. E quanti medici e infermieri, negli ospedali».

Il convoglio era fermo a Carmagnola. Sulla pensilina, sotto il lampione, un anziano accarezzava il suo cane, che scodinzolava.

«Però – riprese a un tratto ‒ l’accanimento terapeutico è un fenomeno nuovo, come anche la moderna terapia del dolore. Non basta ripetere un divieto, che a ben vedere non è neanche assoluto. Da Girolamo in poi si è sempre ammesso e lodato il suicidio per la verginità».

«Beh – intervenne lui – se vuoi dirmi che il Dio giudice implacabile non convince, sfondi una porta aperta. Come dice Woody Allen: non posso immaginare un dio che capisca meno cose del mio analista».

Un paio di squilli e il signor Luca estrasse il cellulare da una tasca interna del giubbotto. Da quel poco che riuscii ad afferrare, mi sembrò concordasse l’orario di una riunione. Anzi, di un’assemblea. Quando chiuse la conversazione, lei gli pose una domanda.

«Che dicono di questo i tuoi amici sindacalisti?».

Lui sospirò e fece una smorfia. «Adesso in fabbrica abbiamo altri problemi, come sai. La lotta per la sopravvivenza, altro che fine vita». Con un fazzoletto di carta, si ripulì le lenti. «Però con i compagni del sindacato a volte se ne parla. Parecchi hanno firmato per il referendum».

«E tu invece no?»

«Veramente, mi sento d’accordo con loro. Se arrivi a prendere una decisione di quel tipo, è perché non ce la fai più. Per me, che ho meno fede di te, ogni morte è già di per sé una tragedia. Ma in certi casi può esserlo anche la vita».

«Non credere non me ne accorga. La fede dà forza e speranza ma non acceca. Quindi sei per il diritto a morire?»

«Se vuol dire dare a tutti la possibilità di andarsene senza gravi sofferenze, anche accorciando la vita, mi sembra disumano non volerlo». Intanto aveva afferrato la borsa, come accingendosi ad alzarsi. «Ma sai cosa mi preoccupa? Che in una società ingiusta i diritti rischiano di trasformarsi in doveri. Se non ho alternative, perché le mie condizioni economiche non me le permettono, che diritto è?».

«È triste, Luca, ma è così. Purtroppo, come diceva quella canzone, “il vecchietto dove lo metto”… Ne so qualcosa di malati cronici, dimissioni dagli ospedali, liste d’attesa delle Rsa, rette pagate a fatica dai parenti».

«Per non dire – la interruppe lui mentre si alzava – che le pensioni del futuro saranno più magre. Voglio essere io o un mio incaricato a decidere se staccare la spina. Ma non vorrei esserci costretto per togliere il disturbo».

«Per riguardo verso i nipoti – aggiunse, mentre si aggiustava sulla testa un basco grigio. ‒ O per far quadrare i bilanci di sanità e assistenza. In modo che si possa spendere per le armi».

Si scambiarono frettolosamente un paio di baci, mentre il convoglio rallentava sino ad arrestarsi con un sussulto.

«Vedo che alla fine riesci ancora a incavolarti. Come ai bei tempi del liceo. Mi piaci così», gli disse lei ridendo. E gli sussurrò, mentre si allontanava: «Salutami Sara e Virginia! Dille che verrò a trovarle«.

Si ripartiva. Poco dopo lo vidi scomparire sotto le arcate semibuie. Un po’ di nevischio sulla periferia di Fossano. Le luci, nel buio, di case intraviste da un treno…

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 494 del foglio (novembre 2022)