Dal 22 luglio sospendiamo la pubblicazione di nuovi articoli. Offriremo tuttavia tre volte alla settimana ai lettori una selezione di articoli già pubblicati sul mensile cartaceo nell’ultimo anno o poco più di pubblicazione (giugno 2023). Nei tre lunedì che precedono l’inizio della scuola, dal 19 agosto, riprenderemo il Registro di scuola che era stato interrotto a ottobre e il 30 agosto riprenderemo il commento al vangelo della domenica. Da lunedì 9 settembre tuttavia riprenderemo la regolare pubblicazione degli articoli. Buone vacanze!

«E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui, ritto sull’ultima collina… la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno». Trovo questa citazione di Beppe Fenoglio in esergo al recente saggio di Aldo Cazzullo Mussolini il capobanda, sottotitolo: Perché dovremmo vergognarci del fascismo. Utile a rinfrescare la memoria a molti in questo tempo di fasulle, impossibili “pacificazioni” attraverso improbabili riscritture della storia.

La vicenda sempre nuova del partigiano Johnny mi ha portato a riflettere su un’altra storia, sepolta dall’oblio e recentemente riscoperta, quella del prete partigiano Giuseppe Marabotto. Nel novembre del 1943 è assegnato come maestro alla scuola di Thures, sperduta frazione di Cesana, a pochi chilometri dal confine francese. Vi svolgerà anche la funzione di parroco e, per il prestigio acquisito tra gli abitanti, anche quello di “mansiere”, cioè di rappresentante civile. «Perché ho fatto il partigiano?». Così risponde Don Giuseppe nell’introduzione del libro in cui rievoca i fatti dal ‘43 al ’45: «fino al 1943 non mi ero mai interessato di politica… la scossa decisiva che mi tolse dall’inerzia mi fu data dai tragici avvenimenti avvenuti a Boves… una scintilla di quell’incendio scese nel mio cuore e vi accese una fiamma… decisi fermamente che avrei dedicato ogni energia ad ostacolare l’opera nefasta di fascisti e tedeschi… e non c’era che una via: essere partigiano» (Un prete in galera, aprile 2023, pp. 15-16).

Le zone di confine erano piene di armi e altro materiale, abbandonato in fretta e furia, dai reparti italiani dopo la rotta dell’8 settembre. Attraverso persone fidate fa pervenire tutto ciò che riesce a recuperare alle bande “autonome” che operano nella zona di Giaveno. Nella tarda primavera del 1944 tuttavia Don Marabotto, forse tradito da qualche spia, è arrestato e torturato presso il presidio fascista di Cesana. Tradotto e processato a Torino, è condannato a morte e rinchiuso alle Nuove in attesa dell’esecuzione. La fucilazione viene sospesa all’ultimo momento, forse per un intervento del Card. Maurilio Fossati presso lo stesso Mussolini. Don Marabotto però non sa nulla e la sua sorte resterà in bilico fino al 27 aprile 1945, quando sarà finalmente rilasciato e si metterà a disposizione di un reparto partigiano in quei primi convulsi giorni di disordine e libertà.

La prima edizione delle sue memorie risale al 1953, una seconda edizione è del 1964, in vista del ventennale del 25 aprile 1945. Molto apprezzabile e opportuna è stata quindi la recente iniziativa della Fondazione C. Donat Cattin e dell’A.N.P.I. Sezione di Chiomonte per una nuova ristampa di Un prete in galera. La presentazione il 20 aprile scorso, al Polo del 900, ha visto una sala affollata e testimonianze di grande valore come quelle del nipote omonimo di Don Giuseppe e di Carlo Daghino, sindacalista Cisl, suo allievo alle scuole elementari nell’immediato dopoguerra. Erano presenti anche alcuni valligiani nati a Thures. L’inquadramento storico da parte del prof. Mauro Forno, Università di Torino e presidente dell’Istituto di storia della Resistenza di Asti, si è soffermato in particolare sull’atteggiamento della Chiesa ufficiale durante il difficile periodo resistenziale. La consegna era di tenere un atteggiamento equidistante, un po’ ambiguo, tra le parti in lotta. Postura che comunque avrebbe potuto garantire qualche vittima in meno, come poi accadde. Certo la Chiesa pagava un pesante tributo di sudditanza al fascismo a partire dal Concordato del 1929 e nelle sue alte sfere doveva muoversi con grande prudenza tenendo conto dei molti cappellani sia presso le truppe repubblichine che presso le bande partigiane. Il caso di Marabotto fu, peraltro, quello di un partigiano a tutto tondo, accidentalmente anche prete, ma anzitutto partigiano.

Alla luce di queste puntualizzazioni appare quasi una excusatio non petita la dichiarazione dell’allora vescovo di Alba, mons. L. M. Grassi, riportata sul Monumento alla Resistenza, di fronte al Municipio, in cui si dice: «Io non potevo disinteressarmi dei partigiani quando la mia diocesi era partigiana almeno al 90 per 100 e la gioventù atta alle armi era nelle file dei patrioti…».

È utile fare questi esercizi di memoria, anche perché tornano in questi giorni le solite questioni retoriche e strumentali. Mi limito a citarne una. Il peso che ha avuto la Resistenza nella liberazione dei territori occupati e nel restituire al popolo italiano la dignità perduta. Beh, intanto l’Italia, “cobelligerante” sfuggì alla divisione in quattro zone di occupazione, come accadde ad Austria e Germania. Ma c’è un altro elemento da valorizzare. Nel vociare confuso l’ho sentito richiamare solo dallo storico Miguel Gotor: l’Italia potè decidere liberamente tra Repubblica e Monarchia ed eleggere un’Assemblea, il 2 giugno 1946, che pose mano altrettanto liberamente alla nuova Costituzione, definita, con enfasi, la più bella del mondo. Anche la Germania ebbe una Costituzione (Grundgesetz), bella come la nostra (almeno così appare a chi si è data la pena di leggerla) e forse più efficiente per ciò che riguarda il funzionamento delle istituzioni. Fu però scritta sotto dettatura di Inglesi e Americani e così approvata dal Parlamento di quella che allora si chiamava Repubblica di Bonn. Non mi sembra una differenza da poco, che è bene non dimenticare.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 500 del foglio (maggio-giugno 2023)