Il breve vangelo odierno è un passaggio interlocutorio quale premessa alla moltiplicazione dei pani (d’ora in poi abbreviata in MdP). Si presume il ritorno dalla missione dei discepoli che riferiscono quanto hanno fatto; si meritano quindi un po’ di riposo, per cui si ritirano in un luogo solitario. Ma l’operazione di andare in disparte non riesce poiché la grande folla li segue; ed essendo l’ora tarda, si pone il problema della “cena”. Segue appunto la MdP di Marco 6,35ss. Ma la MdP sarà narrata nelle prossime 5 domeniche estive secondo il IV vangelo, col lunghissimo cap. 6 debitamente suddiviso in 5 parti.

Ma perché in Mc e Mt le MdP sono due, mentre in Lc e Gv una sola? Si presume sempre che Lc e Mt dipendano da Marco, cioè copiano da lui nelle parti in comune. Nel Marco I originario (1ª ediz.) c’era solo quella dei 4000 (uomini; Mc 8,1-10), mentre nel Marco II (2ª ediz.) c’era solo quella dei 5000 (in 6,35-44; probabilmente l’ha cambiata per adeguarsi ad una tradizione orale diffusa ben fissata e consolidata coi classici 5 pani e due pesci).

Il Marco III (3ª ed ultima ediz., il nostro testo) di solito è un campione di salvataggi che fonde e assembla i racconti dei suoi due predecessori. Ma qui è praticamente impossibile poiché i dati tecnici sono troppo diversi: da una parte quella dei 4000 con 7 pani e pochi pesciolini (di cui non si dice il numero), con 7 ceste raccolte; dall’altra quella dei 5000 coi 5 pani e due pesci, e 12 canestri di avanzi. Allora salomonicamente il Marco III le ha piazzate entrambe, una nel c. 6 (5000) e l’altra nel c. 8 (4000).

Ma Luca è stato particolarmente “sfigato” perché, oltre a possedere solo il manoscritto del Marco II per cui legge solo quella dei 5000, nella sua copia c’è pure un gran bel buco che va dalla camminata sulle acque (assente) sino alla ripresa a Cesarea (mancano quasi due capitoli da Mc 6,45 a 8,26); si tratta quasi sicuramente di uno stralcio-strappo, un incidente per cui sono saltati parecchi racconti tutti consequenziali. Né si può pensare che li abbia omessi intenzionalmente. Quindi in ogni caso Luca non avrebbe mai potuto leggere la MdP dei 4000 in Mc 8,1ss. Matteo invece possiede il (nostro) manoscritto del Marco III per cui trascrive entrambe le MdP.

Ma la MdP “letterariamente” è una sola: sono diventate due per i “pasticci” degli autori marciani. L’avverbio “letterariamente” significa che dubitiamo altamente della storicità della MdP, perché è ontologicamente impossibile sfamare migliaia di persone con 5 pani e due pesci, con una enorme duplicazione di materiale organico. Il senso è simbolico-traslato: non è chiaro nei Sinottici, tanto che normalmente viene inteso come cronaca realistica. Esso è invece evidente nel IV vangelo, che ne è consapevole e lo lascia pure intendere fra le righe per tutti i suoi segni (sêmeia: già a partire da Cana, in cui non è avvenuta alcuna trasformazione chimica dell’acqua in vino).

Consideriamo ora brevemente il lungo cap. 6 giovanneo nella sua integralità, che verrà letto nelle prossime 5 domeniche d’estate; poiché con questo articolo sospenderemo i nostri commenti ai vangeli per la pausa estiva; riprenderemo con il vangelo del 1° settembre, con la prosecuzione della lettura continua di Marco sino alla fine dell’anno liturgico.

L’espressione semitica «mangiare il pane» significa spesso mangiare (non necessariamente il pane), ossia nutrirsi, alimentarsi in senso lato , come noi parliamo del «pane quotidiano» nel senso della sussistenza-sostentamento, non del prodotto del forno.

Nel discorso di Cafarnao, da Gv 6,22 sino 6,51a «mangiare il pane» significa alimentarsi rapportandosi spiritualmente a Gesù; è impossibile sfamare materialmente migliaia di persone con pochi pani, ma è ben possibile che migliaia credano nel suo messaggio, opera, persona… Per ben 30 versetti “mangiare il pane” significa in senso traslato nutrirsi di Gesù; significa “credere in Lui”: ossia la fede e non (ancora) l’eucarestia. «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato» (Gv 6,29). Bisogna quindi conoscere bene il Figlio dell’uomo perché egli è il pane sia vivo che dà la vita al mondo, e sia vero: non tanto nel senso di veritiero, non falso, non-menzognero, bensì in quello di genuino, autentico, puro (come in Gv 1,9; 4,23; 15,1; 17,3). Mangiare il pane è rapportarsi a Gesù in senso spirituale, morale, didattico: all’inizio e alla fine del vangelo odierno (Mc 6,30.34) sia i discepoli che Gesù insegnano.

Si noti che, dopo Gv 1,45, qui in Gv 6,42 si ribadisce che è il figlio di Giuseppe tout court; il vangelo non dice mai il nome “Maria” (che sembra ignorare), ma la chiama sempre “la madre di Gesù. Solo Re2, il redattore ecclesiastico della seconda edizione, ne accentua la prescienza (od onniscienza divina): «Gesù sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi lo avrebbe tradito» (Gv 6,64; per il rinnegamento di Pietro si predice pure l’ora col duplice canto fiabesco del gallo).

I lettori invece intendono in genere in senso storico come realmente avvenute la MdP o la trasformazione dell’acqua in vino a Cana; e quindi come prove della potenza divina di Gesù. Ma il IV vangelo le trasforma in senso simbolico-traslato: il racconto (finzionale) della MdP è il segno del potersi nutrire di Gesù, cioè credere in lui (non ancora l’eucarestia) che ci ispira e ci guida per impedire che siamo come pecore senza pastore (nel vangelo odierno in Mc 6,34). Così pure il racconto “romanzato” di Cana è il segno del sedersi a mensa col vino nuovo, più buono e gioioso del Regno che sostituisce l’acqua lustrale dell’AT con tutta la sua economia purificatoria esasperata.

Solo a partire da Gv 6,51b viene introdotta (finalmente) da Re2 in maniera molto forte l’eucarestia con: «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue», parole che Gesù non avrebbe mai potuto pronunciare perché sarebbero state scambiate per cannibalismo. Re2 ha pericolosamente accostato l’eucarestia ai riti misterici in cui ci si cibava della divinità: teofagie diffuse basate sulla fede primitiva di potersi appropriare delle energie di una divinità mangiando e bevendo. Ma la fede cristiana, anche eucaristica, è cosa ben diversa dal cibarsi di una divinità (a volte morta e risorta come nei culti di Attis e Mitra). Purtroppo affiora anche in 1Cor 11,29s, dove Paolo in maniera sciagurata e semi-magica fa risalire certe malattie (anche mortali) ad un’indegna partecipazione al banchetto eucaristico. «Questo è il mio corpo» è una barbara e meccanica traduzione dall’aramaico in cui significava «Qui ci sono io», se vogliamo anche «questo sono io» ma nel senso della comunione con lui, non di mangiare la divinità (teofagia). Si tratta di una presenza spirituale: se proprio vogliamo usare il termine «transustanziazione», essa è invertita, rovesciata: è il donarsi di Gesù che si fa (al limite, si transustanzia in) pane spezzato per amore, e non il pane che si transustanzia nel corpo di Cristo.

Occorre tenere presente che l’evangelista sa che il suo non è l’unico vangelo, e soprattutto che i suoi lettori conoscono sicuramente Matteo (e forse gli altri due sinottici), tutti precedenti al suo scritto. Il che significa che dà per presupposte e scontate parecchie cose già narrate dagli altri tre, per cui non le ripete (ad eccezione dell’ovvia passione). È interessato invece ad aggiungere ciò che manca negli altri (Cana, Nicodemo, Samaritana, Lazzaro…), ad implementare, a interpretare secondo i propri punti di vista, soprattutto se secondari e non accentuati nei sinottici: ad es. è un rullo compressore sull’amore del Padre per gli uomini e il mondo, e su Gesù luce, via e verità. È forse per questo che non ritiene opportuno inserire nell’ultima cena il racconto dell’istituzione (dell’eucarestia) già conosciuto dai suoi lettori sulla base di almeno un vangelo (se non tutti e tre); ma gestisce l’eucarestia alla sua maniera (come descritto sopra) in chiave iper-realistica alla fine del c. 6. Non si spiega invece l’inverso: come mai un evento così portentoso come quello di Lazzaro non sia narrato nei sinottici!

Nell’intero capitolo c’è comunque una dialettica tra fede (nella prima rilettura del pane di vita di quel grande artista-letterato-poeta che è l’evangelista originario, Ev1) e sacramenti (nella seconda rilettura finale di Re2). Ma prima la fede e poi i sacramenti, sia in senso logico che, direi, cronologico: esattamente l’opposto della nostra prassi relativa al battesimo dei bambini e alla prima comunione.

Buona estate; arrivederci al 1° settembre.