Registro di classe 23-24 / 3ª puntata
10 gennaio
«Siam tre piccoli porcellin…». Stamattina faccio stare un allievo in piedi, il suo posto è al fondo della classe, perché ieri uscendo la bidella mi aveva fatto notare che il suo banco era scritto. Comincio a fare la predica, tra il serio e il faceto, lo minaccio dicendogli che mi ero dimenticato di scrivere la nota… Vedo che davanti a lui cominciano a ridere. L’agitazione contagia tutti… alla fine ne scopro il motivo: autrice della scritta era la ragazza della fila davanti all’ultima fila, che girandosi aveva scritto e disegnato fiorellini sul banco del compagno. Ma anche le due vicine della “colpevole” avevano disegnato il banco e poi, per pudore, avevano cancellato con la gomma o col dito. Dunque sono tre le allieve che sporcano i banchi! Nel mentre mi parte uno sputazzo verso la ragazza in prima fila, come mi capita quando mi agito. Scoppia anche lei a ridere. Insomma, non so come, mi viene in mente la canzoncina e comincio a cantare: «Siam tre piccoli porcellin, siamo tre… maialin…». A quel punto l’ilarità è irrefrenabile e una risata liberatoria coinvolge tutta la classe, compreso l’insegnante. Altro che nota.
In un’altra classe invece sto spiegando un pezzo di storia del teatro, per arrivare alla Locandiera. Invece di introdurla, decido all’ultimo di leggere la prima scena dell’atto primo, la conosco quasi a memoria, so che funziona: Goldoni sapeva scrivere teatro! Però bisogna saperla leggere. Io francamente sono capace, ma gli allievi? Scelgo un allievo che avevo appena cazziato, dicendogli che sembra sempre al funerale della nonna, mogio, testa sul banco, non uno straccio di libro o di foglio davanti. Insomma: un rinunciatario. Quando ti sveglierai, ragazzo? ‒ penso tra me e me. Rischio: avevo dato da leggere la commedia nelle vacanze, ma scommetto che non l’ha letta! Non m’importa: gli affido la parte del Marchese di Folimpopoli, io faccio il Conte di Albafiorita. Si risveglia dal torpore, e dopo la mia seconda battuta, del Conte, prende il ritmo senza che gli dica nulla. Vuole far vedere che è più bravo di me! Ovviamente tende a prender la rincorsa: ma bravo non vuol dire veloce! A teatro contano le pause, il rallentare… Però lui è bravo, proprio bravo, quasi come me, e alla fine le compagne gli battono le mani e gli fanno i complimenti. Siamo tutti felici: del teatro, della Locandiera, e di questo allievo che si è “risvegliato”. A volte la scuola dona momenti di ilarità e di felicità non prevedibili.
15 gennaio
Targhe rosse. Quando suona la campanella, decido di portare un gruppetto delle mie allieve più sensibili nei corridoi. Voglio fare vedere loro le targhe rosse di cui ho parlato loro spiegando Leopardi, quel passaggio che dice: «Or dov’è il suono / di que’ popoli antichi? or dov’è il grido / de’ nostri avi famosi, e il grande impero / di quella Roma, e l’armi, e il fragorio / che n’andò per la terra e l’oceano? / Tutto è pace e silenzio, e tutto posa / il mondo, e più di lor non si ragiona». Mi è venuto di pensare con un salto logico e cronologico a fatti molto più recenti, non di 2000 anni fa ma di (neanche) 20 anni fa… Davanti a un’aula e a un laboratorio (ora archivio) ci sono due targhe rosse con due nomi scritti in maiuscolo. Sono di una collega e di un allievo. La prima è morta sotto i ferri una quindicina di anni or sono, durante una operazione pericolosa. Prima di fare l’anestesia aveva telefonato ai figli: «Ci sentiamo appena mi risveglio». Una donna piena di vitalità, intelligente: la sua passione era il teatro. L’altra è di un ragazzo di 15 anni, leucemico, trapianto non riuscito, una morte atroce. Ricordo di esserlo andato a trovare in un reparto speciale, dove era protetto da tutti i tipi di agenti esterni e quindi gli si parlava da dietro un vetro con l’interfono. Mi fece vedere i disegni che aveva fatto: voleva fare il disegnatore di auto. Non si può dire che gli ero amico, a differenza della collega con cui avevamo chiacchierato molto: lo avevo incrociato, perché avevo preso una supplenza nella classe di cui faceva parte (ma di fatto non era più riuscito a venire a scuola). La maggior parte, anzi quasi tutte le persone della scuola − i bidelli, gli insegnanti, gli allievi… − nessuno sa chi sono, a quali facce corrispondono quei nomi. Nessuna colpa, certo, forse un’accettazione fin troppo scontata che la vita è così. Anche se non risalgono alla storia romana, anche se hanno fatto molto meno rumore delle conquiste romane, come direbbe Leopardi «più di lor non si ragiona». Voglio che queste mie allieve le vedano coi loro occhi queste targhe rosse. Portano un nome che ormai non significa più nulla. sono passati i romani, ma sono passati anche tante persone che abbiamo conosciuto e a cui abbiamo voluto bene. Anche una targa non dice più nulla. Leopardi aveva ragione.
22 gennaio
La compagnia dei lettori. Francesco fa quarta, l’ho conosciuto a causa delle elezioni dei rappresentanti di istituto perché voleva candidarsi. Spesso chi si candida girovaga per i corridoi per organizzare la lista, trovare i presentatori, mettersi d’accordo sul “programma elettorale”. Alla fine non si è candidato, ma si è candidata una sua compagna, lui ha fatto da supporter. Mi rimane impressa di lui un’immagine: seduto al bar con davanti un foglio bianco con la lista delle facoltà e delle professioni che potrebbe fare. Dentro la lista c’è ogni tipo di facoltà, ogni tipo di professione. Tutto e il contrario di tutto. Quando si dice: essere aperti a ogni prospettiva! Una scena che mi fa allo stesso tempo tenerezza e invidia, che ha insieme qualcosa di ridicolo e assurdo. Gli prometto che se gli va una volta ne possiamo parlare.
Passerà qualche mese prima che questa promessa sia mantenuta. Quando per il Giorno della memoria ci viene in mente di organizzare una lettura di alcuni testi, lui è uno di quelli a cui facciamo la proposta: un allievo come lui con molteplici interessi non potrà negare il suo contributo! Dai colleghi mi faccio dare altri nominativi di allievi interessati/interessanti… e il gruppetto che mettiamo insieme io e il mio collega Luca promette bene. Nessun mio allievo: non voglio forzare, deve essere una attività libera, fatta per convinzione, non per convenienza. Io e Luca vogliamo riproporre quanto faceva già anni fa nella scuola una collega ormai andata in pensione da diversi anni: mandare i «lettori» ‒ dopo averli formati un po’ ‒ a leggere dei testi scelti nelle classi nei giorni intorno al 27 gennaio. Ma vorremmo invece che mandarli nelle singole aule, far venire gli allievi in auditorium o aula magna, e preparare meglio un gruppetto che poi farà almeno un paio di turni di lettura per i compagni del biennio. Per il triennio forse organizzeremo una proiezione con discussione. È un lavoro lungo, paziente, fatto anche e soprattutto di relazioni: per creare il gruppo la prima cosa è fare il gruppo whatsapp! Impossibile evitarlo. E bisogna dare un nome al gruppo: 27 gennaio? Giorno della memoria? Certo, subito scelgo questo, ma poi cercando in rete trovo una immagine di un gruppo di Savona (il cui logo viene qui riprodotto) intitolata: Compagnia dei lettori. Mi sembra il nome giusto. Il nostro è un gruppo di «lettori». E poi la parola «compagnia», che significa «mangiare il pane insieme», suona bene, è amichevole, simpatica, adatta a noi. Francesco ci fa notare che «lettore» non è solo chi sa leggere solo un testo, ma la realtà: forse quando discutiamo quali testi leggerli, come fare i tagli, come creare una cornice e quali altri iniziative potremo poi fare stiamo già attuando questo secondo, meno scontato, significato di «leggere»! Gli allievi si mostrano motivati, e lavorare con loro è un piacere. Non ci troviamo molte volte, perché ognuno ha già il suo da fare: perché i ragazzi che si impegnano hanno già sempre molti impegni (scolastici e no). Mancano pochi giorni. Ma ce la faremo.
24 gennaio
Gemelle. Per la Compagni dei lettori chiedo la disponibilità di alcuni allievi. Se ne presentano alcuni. Prendo i nomi. Una ragazza dice il suo cognome: mi ricorda subito un ragazzo morto poco più che trentenne due o tre anni fa, il funerale nel mezzo del covid, chissà se qualcuno c’è andato… Classica domanda: «Sei mica parente di quel Pietro…?». «Certo, sono sua sorella, e lei è la mia gemella!». Perbacco: due sorelle di Pietro. Non era mio allievo, ma era molto amico di alcuni miei allievi. L’avevo solo incrociato. Forse salutato qualche volta, e chiacchierato del più e del meno. Forse. Eppure mi appare subito il suo volto: gli occhi azzurri e i capelli, una massa riccioluta. Glielo dico: «Non posso dimenticare la sua faccia…». Non mi lascia finire, una sorella, e conclude lei la frase: «…da schiaffi». «Diciamo così!». «Ma… siete molto più giovani di lui!». «Eh sì, abbiamo 15 anni di differenza».
La malattia, le operazioni, la rinascita e la ricaduta, la morte, a 30 anni, dopo la laurea, quando già lavorava, nella pienezza di vita. Di questo incontro fortuito mi resta un senso di presenza, di serenità. Non c’è sgomento nel volto delle gemelle, c’è il ricordo, vivo, come se lui fosse lì, di fianco, con quella sua faccia da schiaffi. Sarà bello lavorare con loro.
17 febbraio
La scuola come optional. Dopo che una mia amica collega è stata costretta a spostare una verifica… di un mese (sic), un altro amico collega, Umberto, scrive su Fb questa noterella: «Chi insegna oggi in una scuola superiore sperimenta quotidianamente il sovraccarico di attività obbligatorie collocate all’interno delle ore di lezione (educazione civica, Pcto, orientamento in uscita, prove Invalsi, test universitari); una condizione, questa, che non può non impattare sulle programmazioni disciplinari in maniera decisiva. Pertanto sono più che condivisibili le numerose e giustificate perplessità rispetto a uno stato di cose che implica un necessario e preoccupante ridimensionamento tanto delle lezioni (qualunque sia il formato) quanto dello studio individuale, per non dire addirittura dello statuto disciplinare dei singoli insegnamenti, nonché di coerenza e finalità di ciascun curricolo.
Tuttavia non si può non constatare con enorme amarezza che oggi lo spazio per critica e dissenso nella scuola è davvero prossimo allo zero, come si evince tanto dalle accuse di conservatorismo, indirizzate a chiunque sollevi dei dubbi, quanto soprattutto dalle ritorsioni interne nei confronti di chi è percepito come disfunzionale o non allineato; si tratta naturalmente di procedure e di pratiche non dimostrabili né tantomeno documentabili. Gli slanci e gli entusiasmi di chi propone di opporsi con intransigenza sono quindi davvero encomiabili e apprezzabili, anche se l’esperienza di questi anni (lustri, decenni) fa dubitare fortemente circa la loro effettiva efficacia.
È davvero difficile intravedere una luce all’orizzonte. Impera il divide et impera o, se si preferisce, il parcere subiectis, debellare superbos. È un brutto mondo quello in cui viviamo. Non solo per questo, ma anche per questo».
Un’altra amica, preside in pensione, mi chiede perché si debba considerare educazione alla cittadinanza, Pcto, orientamento come corpi estranei aggiunti, e non invece come parte integrante della programmazione e della acquisizione di competenze. Certo che si può, e forse si deve. Però se per fare una verifica devi spostarla di un mese significa che il “gioco” non funziona. Ci sono doppioni, le cose si sovrappongono o prendono allo stesso tempo tanti nomi (è attività di educazione civica, ma anche di Pcto, ma anche di orientamento… ma anche di supercazzola…), la programmazione latita (a volte anche senza colpa) e a lasciarci le penne sono le “banali” lezioni (frontali e no). Del resto in una scuola di 1700 persone tutto è standardizzato e la cura dei particolari non è possibile. Diciamo che la “produzione” è di tipo standardizzato. E poi, intendiamoci: orientamento, educazione civica, competenze ecc. sono cose che i (migliori) docenti hanno sempre fatto, talvolta venendo anche stigmatizzati. Chissà perché, ora è imposto tutto dall’alto formalmente, e la qualità sta cadendo in modo verticale. Il ministero e i presidi vogliono imporre la qualità ma per eterogenesi dei fini – per così dire − la qualità diminuisce. Non per caso a volte gli entusiasti di queste novità sono alcuni tra gli insegnanti meno… brillanti (eufemismo). Mentre a “criticare” questo sistema sono quegli insegnanti che già da sempre facevano quelle cose. Chissà come mai…
15 marzo
Dedica a me stesso. Sfogliando instagram trovo la solita foto della cerimonia di laurea col frontespizio della tesi. Ingrandisco e leggo la dedica: «A me stesso / per la sensibilità e la resilienza che hanno caratterizzato questi ultimi anni. / “Se vuoi volare, lascia tutto ciò che ti pesa”». Dedicare la tesi a sé stessi: mi pare l’emblema più calzante della (decadenza, o caduta della) nostra (in)civiltà.






