Il Pubblico Ministero di Palermo ha fatto richiesta di condanna del ministro e vicepresidente del consiglio Matteo Salvini per gravissimi reati: sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio. Un ministro del governo eletto democraticamente, dunque, è accusato in processo per grave violazione della legge riguardante i diritti umani universali, principio regolatore di tutte leggi e atti amministrativi. Scandalo della maggioranza. Sulla spiaggia, quel ministro disse: «Datemi i pieni poteri…».
Nello stato di diritto il potere è soggetto alla legge, non è mai potere assoluto. Ed è diviso in legislativo, amministrativo, giudiziario, per essere autoequlibrato e limitato. Nessun potere è assoluto, in democrazia. Neppure il popolo è sovrano: esso esercita la sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione (art. 1). «Anche il ‘popolo sovrano’ non può e non deve essere un sovrano assoluto» (Valerio Onida, La Costituzione, Il Mulino 2004, p. 21)
Il potere governativo non è assoluto, ma soggetto alla legge. Il voto democratico incarica, legittima, ma non scioglie dalla legge. Governare è un in-carico, un peso, un compito (attuare l’art. 3 Cost.), non una licenza.
La magistratura, indipendente dal potere di governo, non scelta con elezioni popolari, ma formata da soggetti di provata competenza giuridica, soggetta solo alla legge, giudica se il potere (come ogni cittadino) ha violato la legge. Naturalmente, ogni giudice può errare, perciò c’è un sistema di ricorsi, compiuti i quali la sentenza definitiva è irrevocabile.
Lo scandalo della politica di destra sulla richiesta di condanna del ministro per grave violazione di legge, indica la concezione, sottostante alla cultura di destra, del potere di fatto come superiore alla legge.
La cultura umanistica costituzionale ha come intento caratteristico di limitare i poteri di fatto, col sottometterli alla volontà comune, meditata nella cultura sociale, espressa nella costituzione, ispirata al bene comune e all’eguaglianza dei diritti personali di tutti gli esseri umani di ogni popolo e paese, specialmente a tutela delle persone in pericolo. (Enrico Peyretti)
Attenti al boomerang
«In democrazia il potere è soggetto alla legge. Ed è diviso in legislativo, amministrativo e giudiziario». «Lo scandalo della politica di destra sulla richiesta di condanna del ministro… (Salvini) indica la concezione sottostante la cultura di destra, del potere di fatto come superiore alla legge». Vero. Si potrebbe risalire all’impero romano in cui si passa da “imperator legibus solutus” (I secolo d. C.) a «quod principi placuit, legis habet vigorem» (il cui latino decadente del III secolo prefigura l’imperatore come un satrapo divinizzato di tipo orientale). Il capriccio del capo diventa legge per i sudditi, ma non per lui. Una “più recente” evoluzione ha portato allo “spirito delle leggi” di Montesquieu, senza dimenticare il principio anglosassone dei “checks and balances”, divisione dei poteri e delle funzioni, ma anche controlli e bilanciamenti reciproci.
Ciò detto i tentativi di sottrarsi al giudizio dei magistrati è ricorrente e, talora, non riguarda solo le forze politiche di destra. In spregio alla norma costituzionale «Nessuno può essere distolto dal giudice naturale, precostituito per legge» (art. 25, comma 1). Principio di garanzia per il cittadino comune, ma che a maggior ragione deve essere rispettato da chi, a qualunque titolo esercita pubbliche funzioni. Giulio Andreotti, con tutte le sue ambiguità politiche, si difendeva «nel processo», Silvio Berlusconi si difendeva «dal processo». Per cui, fattosi eleggere in Parlamento, e forte del consenso popolare che «cancella ogni colpa», promuoveva leggi che modificavano reati e procedure, a proprio favore. Quindi il consenso elettorale rende «legibus soluti»? Assolutamente no. Eppure anche da sinistra si sono viste candidature strumentali in questo senso. Pietro Valpreda, incriminato e poi assolto per la strage di Piazza Fontana (dicembre 1969), fu candidato non eletto nelle liste del Manifesto alle politiche del 1972. Toni Negri, imputato di insurrezione e banda armata nel c.d. processo 7 aprile, fu candidato ed eletto nel 1983 nelle liste radicali, salvo poi fuggire in Francia, dove rimase per 14 anni fruendo della dottrina Mitterrand, quando la Camera votò l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. L’ultimo caso è quello di Ilaria Salis, candidata ed eletta al Parlamento europeo nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra, alle recenti elezioni di giugno. Valpreda, Negri, Salis: tre casi diversissimi, distanti 50 anni. Guidati dalle migliori intenzioni, quelle di sottrarre gli imputati a giudici faziosi, o ritenuti tali.
Pietro Valpreda è coinvolto in un depistaggio che mira a imputare agli anarchici, anziché ai neofascisti la strage di Milano del 12 dicembre 1969. Le prime indagini si muovono tra la misteriosa morte dell’anarchico Pino Pinelli che «vola da una finestra della Questura, mentre accanto le stanze sono zeppe di reduci di Salò a rappresentare i nostri servizi segreti» (M. Revelli, Questa sinistra inspiegabile a mia figlia, p. 14).
Toni Negri, nel cui caso l’accusa del giudice istruttore di Padova, Pietro Calogero, sviluppa il rapporto tra elaborazione teorica dei “cattivi maestri” e atti criminali delle formazioni terroristiche. E infine Ilaria Salis, detenuta in Ungheria da oltre un anno, per labili accuse, in un paese che ha se non abolito, certo di molto attenuato il principio di indipendenza dei giudici dal potere politico. Condotta alle udienze in catene, e solo tardivamente ritenuta degna di fruire degli arresti domiciliari, comunque a Budapest. Tre casi uniti però da un fatto. Che il consenso popolare possa sottrarre a un giudizio penale. Quasi come un’ordalia medievale, un giudizio divino, di cui c’era eco nell’unto del Signore (christòs) spesso citato da Silvio Berlusconi. I discorsi astratti sui principi sono spesso pericolosi, rischiano di trasformarsi in insidiosissimi boomerang. (Pier Luigi Quaregna)
Strumentale a che cosa?
Resta tuttavia aperto un interrogativo. Che dire nel caso in cui l’elezione di un imputato sia finalizzata non a garantirgli un vantaggio personale (ovvero a sottrarlo al giudizio della magistratura) ma a dare forza e ‘corpo’ a una battaglia politica nonviolenta? Nella storia della nostra repubblica ciò è palesemente avvenuto con Enzo Tortora, eletto europarlamentare nelle liste del Partito Radicale nell’84, che quattro giorni dopo il voto di Strasburgo che negava l’autorizzazione a procedere rinunciava spontaneamente all’immunità e si consegnava alle guardie di frontiera, disposto a scontare una condanna a 10 anni di carcere e intenzionato ad affrontare i successivi gradi di giudizio per veder riconosciuta la propria innocenza. Cosa che avvenne con formula piena anche in Cassazione, mentre Tortora diveniva in quell’ultima fase della sua vita il paladino del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Indipendentemente dalla valutazione che ognuno può dare sul merito di quella vicenda politica, va riconosciuto che quel presentatore televisivo dimostrò un coraggio e una coerenza maggiore di certi ideologi dell’antagonismo, pagando di persona e senza sconti un prezzo altissimo. Tutto il contrario dalla rivendicazione di un ruolo politico ‘legibus solutus’ come quello evocato a suo tempo da Berlusconi e ora da Salvini (quanto a Salis, o a Lucano, starà a loro scegliere quale esempio seguire). (Giovanni Pagliero)






Argomento molto complesso, ma affrontato lucidamente da Quaregna, quello che ci richiama al fatto che il potere è soggetto alla legge e che il popolo è sovrano nei limiti stabiliti dalla costituzione. Ho perplessità invece nei confronti dell’elezione di un indagato: le considerazioni di Pagliero meritano attenzione.