Che dire della pratica di inserire dell’esplosivo in migliaia di dispositivi wireless per poi farli esplodere simultaneamente senza che si possa prevedere con certezza chi verrà ucciso o ferito o accecato? E quante, tra le potenziali vittime, avevano colpe tali da “meritare” − senza neppure un processo sommario − la morte o l’accecamento? E se li meritavano per il solo fatto di essere implicati in Hezbollah, ne consegue che nella medesima logica per i palestinesi qualsiasi soldato o funzionario israeliano potrà essere considerato allo stesso modo?

Secondo molti, anche la vicenda dei cercapersone e dei walkie talkie tramutati in armi si configura come un atto di terrorismo, e forse addirittura di terrorismo della peggiore specie. Ovvero quello che colpisce non un bersaglio individuato e circoscritto, ma una moltitudine talora imprevedibile, senza potere (e volere) operare nessuna distinzione tra i presunti grandi-colpevoli, i poco colpevoli e i totalmente innocenti, bambini inclusi.

Ancora una volta si dimostra che la logica della guerra ti rende sempre più simile al tuo nemico: nell’illusione di contrastarlo, diventi simile a lui. Quanto avvenuto in questi giorni sembrerebbe sancire (almeno sul terreno dei metodi) la progressiva equiparazione di Israele ad Hamas. Una metamorfosi resa già evidente dalle modalità del massacro senza fine di Gaza: basti pensare ai bombardamenti che hanno ripetutamente colpito le zone che le stesse autorità israeliane avevano indicato come sicure. O alle dichiarazioni dei ministri di Netanyahu che di fatto prospettano come unica soluzione la pulizia etnica. O agli omicidi “mirati” eseguiti anche a costo di uccidere – collateralmente – decine o centinaia di innocenti.

In margine, fa riflettere il commento entusiastico del noto columnist del «Jerusalem Post» Herb Keinon, apparso il 19 settembre sul quotidiano israeliano: «Israele si sta togliendo i guanti (…) Mostra capacità straordinarie e dimostra che esistono modi non convenzionali di combattere. La prossima guerra sarà combattuta in modo innovativo e creativo».

Keinon si ritrova in buona compagnia. Parte della stampa internazionale ha espresso grande ammirazione per la dimostrazione di efficienza tecnologica esibita dal governo di Tel Aviv. A differenza di altri, tuttavia, il suo commento non guarda all’accaduto come a un fatto isolato, ma lo inscrive nella trasformazione in corso nelle guerre contemporanee. E, soprattutto, guarda lontano, verso un futuro in cui la sciagurata arte della guerra produrrà stupefacenti evoluzioni, e in cui la “creatività” umana sarà in grado di stupirci con portentose novità.

Peccato davvero che quella creatività, insieme con immense risorse, venga destinata alla più antica delle idiozie; e abbacinati come allocchi dai nuovi strumenti bellici distogliamo lo sguardo dall’inutile strage che si consuma. Perché il volto perpetuo della guerra è nei camion che a Gaza circolano colmi di cadaveri senza nome, irriconoscibili. E più si combatte, più i due popoli s’invischiano in una palude di odio da cui per entrambi diventerà sempre più difficile uscire.

Eppure qualche segnale in controtendenza persiste. A Torino, in settembre, è stato presentato il libro Combattenti per la Pace (a cura di Daniela Bezzi, APS, 2024) che ripercorre l’impegno ventennale dell’omonimo movimento, formato da ex militari israeliani ed ex militanti palestinesi; ed è intervenuto al Festival Proxima l’ex ministro della Cultura del governo di Abu Mazen – Abu Saif, reduce da 60 giorni nell’inferno di Gaza, narrati sotto il titolo Diario di un genocidio − che nonostante tutto ha concluso confessando di non avere del tutto perso una speranza: quella che un giorno i due popoli riescano a convivere in un unico stato «senza fondamentalismi» e «lasciando Dio (cioè le religioni) fuori dalla politica».