Il titolo è già un giudizio storico: quella di Enrico Berlinguer fu «una grande ambizione». Vediamo. Il film diretto da Andrea Segre racconta gli anni 1973-78 della vita del segretario del Partito Comunista Italiano. Il protagonista è interpretato molto bene da Elio Germano. Poche scene finali sulla morte improvvisa di Berlinguer, nel giugno 1984.
Il film ci racconta Berlinguer per quello che credo sia stato veramente: un uomo con l’ideale di una politica umana per gli esseri umani. Cos’altro dovrebbe essere la politica, pur nelle diversità culturali?
Da giovane Berlinguer voleva studiare filosofia. Nel corso della sua attività politica, pose la “questione morale” davanti alla corruzione nei ruoli pubblici, propose l'”austerità” di fronte al consumismo. Nel film c’è una scena, un pic-nic di famiglia in cui Berlinguer cita quel detto marxiano (Critica del Programma di Gotha), «da ognuno secondo le sua capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni», e la moglie osserva: «Ma questo è vangelo!» (cfr. Atti degli apostoli 2, 44-45).
Il film rende Berlinguer anche come politico tattico, ma guidato dagli ideali, più che dal potere (anche perché sotto la doppia cupola dei due grandi poteri Usa-Urss). Perciò inventa (da solo) il compromesso storico, e l’eurocomunismo, grande collaborazione tra concorrenti, per i valori vitali. Dopo il golpe in Cile, dove gli Usa stroncarono il socialismo di Allende, Berlinguer propose il “compromesso storico” (tema centrale del film) tra comunisti e cattolici democristiani per una politica di giustizia nella democrazia pluralista: l’eurocomunismo. Così si metteva contro le pressioni sovietiche (e una parte del Pci), intolleranti di una via al socialismo democratica e autonoma, e contro le minacce interne e americane decise a tutto contro la partecipazione democratica della sinistra comunista. Aldo Moro condivise la proposta di Berlinguer e pagò con la vita il veto, imposto tramite le Br, americano e reazionario.
Il film fa rivivere sia la contrarietà comunista alle trattative con le Br per liberare Moro (per una causa giusta ci si deve anche sacrificare, e Berlinguer dice ai figli che, se rapiscono lui, non si cerchi di riscattarlo), sia il tentativo di Moro di essere salvato per compiere il grande accordo.
Prima il contrasto in Bulgaria e l’attentato stradale, poi a Mosca il disagio davanti al potere ideologico (qui rappresentato in immagini di compattezza super-dogmatica, anche fisica, obbligata), per cui Berlinguer parlerà di “esaurimento della spinta propulsiva” nell’Urss, quando vede che l’ideale è incartapecorito, ripiegato ad autocelebrarsi e a dominare i partiti comunisti nelle democrazie occidentali.
Questo uomo politico ha dimostrato che in politica conta immaginare, volere e cercare cose più giuste, al di là del presente coi suoi limiti: cercare ciò che vedi giusto, quanto più possibile insieme, nella collaborazione delle buone volontà, per il successo politico comune. Ecco la “grande ambizione”. Ma resta davvero sterile quando non riesce ad affermarsi? Avere immagini ideali, di valore, orienta e guida ogni necessaria tattica e passi concreti, nella gradualità ben orientata. Contributi come quello di Berlinguer non restano annullati dal corso delle cose, vuole dirci e ricordarci il film di Segre, per incoraggiarci.
Risultano, nel racconto filmico, anche i rapporti umani tra avversari e concorrenti, come Moro e Berlinguer, che riescono anche amici.
Il film è sobrio, è un documento, non una celebrazione di Berlinguer. Rende le sue idee, valori, come i cammini tattici. Non prende lo spettatore sul lato emotivo, eppure fa vivere − il rimpianto? certo il desiderio per oggi! − l’ambizione di una politica appassionata per l’umanità. C’è l’affetto, tenuto entro la grande sobrietà. Una critica da sinistra ha parlato di film “addomesticato”. No, non credo proprio. Quale Italia era allora − senza affatto idealizzarla! − e quale è oggi? Un Berlinguer oggi troverebbe ascolto? C’è ancora la vera politica, ricerca generosa del giusto vivere insieme tra differenti?





