C’è un silenzio irreale, questa notte, a Chicago (da dove scrivo). Division ave, sotto casa, è deserta. Moltissime finestre intorno sono ancora illuminate. Forse, come noi, i chicagoans guardano preoccupati la mappa degli Stati riempirsi di rosso (repubblicano) e la macchiolina blu (democratico) dell’Illinois isolata, nell’alluvione di voti repubblicani. Pare un assedio. Non ha vinto solo Trump, ha vinto l’America trumpista, che è anche peggiore di lui, come la incarna il futuro vice-presidente JD Vance. Ha vinto con maggioranza di voti e di stati, non come nel 2016, quando Hillary Clinton perse, ma con la maggioranza dei voti espressi.

Ci sarà tempo per analizzare in dettaglio chi ha votato e come. Su un elemento molti commentatori concordano: la paura di un futuro peggiore, l’illusione di poter fare marcia indietro. L’intero Occidente attraversa questo cambio epocale: più consapevole di altri della minaccia climatica, mal sopporta le rinunce che impone il cambio di modello di consumo delle risorse naturali; abituato a considerarsi più forte, scopre di essere minacciato da potenze più aggressive, prive di scrupoli nell’invadere territori contigui, affrancate dal controllo democratico interno; odiato da tutti (Est e Sud del mondo, Islam, comunismo di stato o nazionalismo slavo, «you name it you geti it») e combattuto su tutti i fronti (commerciale, economico, militare) scopre di essere drammaticamente dipendente dalle risorse e dai mercati altrui.

Allora si affida a chi gli promette «indietro tutta!»: Trump in USA, Le Pen o Melenchon in Francia, Meloni e Salvini in Italia, Orban in Ungheria, Alice Weidel in Germania, ecc. Soprattutto, in cambio del miraggio di tornare come prima, la maggioranza del popolo è pronta a mettere le proprie catene nelle mani di demagoghi autoritari, che – come chi li elegge – sono convinti che la democrazia non funzioni, e che la dittatura funzioni meglio. Come stanno dimostrando i cinesi e i russi con la loro inarrestabile espansione.

Non saprei dare consigli ai democratici americani su come affrontare i prossimi quattro anni. Voglio invece sperare che gli storici del prossimo secolo possano dire: «l’era Trump ha rappresentato un’opportunità per l’Europa». Perché i suoi cittadini avranno ritrovato l’orgoglio e la sollecitudine di vivere in una democrazia, dove la giustizia è indipendente, dove l’informazione cerca la verità, dove i voti non si comprano con lotterie milionarie; perché ci saremo attrezzati ed educati al pensiero critico, contro i manipolatori dell’informazione come Musk, Putin o Netanyahu; perché avremo dimostrato che si può conciliare crescita del PIL e decrescita delle emissioni a effetto serra. È giunto il momento, per vincere la paura, di abbandonare il facile spirito di denuncia e indignazione, per esplorare gli orizzonti di speranza e ridare valore alla nostra faticosa democrazia.