Registro di classe 23-24 / 5
24 aprile
Nessun assente. Faccio una verifica di storia in seconda su parecchie lezioni, più di 100 pagine: siccome sono bravini, voglio abituarli anche a studiare parti più consistenti di programma. Nel triennio ne faranno tesoro. Se fosse un altro tipo di classe, certo non proporrei una verifica in un’ora con 24 domande! Il giorno della verifica non c’è un assente. Non uno. Non càpita in tutte le classi purtroppo. È anche (non solo) per questo che adoro questa classe, indipendentemente dai voti, ovviamente. Che comunque non sono bassi.
28 aprile
Essere scrutati. Vado a vedere a teatro con gli allievi La vita che ti diedi di Pirandello. Non è tra i titoli. Non dovrei mai farlo, e invece succede spesso: non do neanche una rapida scorsa alla trama. Scopro qualcosa nel foglio di sala: «una madre sopravvive alla morte del figlio affermando che non è morto. O, più esattamente, fingendo che sia ancora vivo. «Pirandello fa vacillare le nostre certezze, i nostri preconcetti: malgrado sappia che la realtà finirà per mettere fine all’illusione, ci fa capire quanto abbiamo bisogno di illusioni – ma di illusioni coscienti e non delle menzogne che ci raccontiamo – per restare in piedi». Lo spettacolo non può lasciarti indifferente. Accanto a me, a sinistra, c’è Paolo, non è un mio allievo, ma ormai lo conosco abbastanza bene, non è la prima volta che viene a teatro o partecipa ad altre iniziative. Mi accorgo man mano che procede lo spettacolo che è irrequieto. Cambia continuamente di posizione. No, non è solo colpa delle sedie. Ogni tanto il nostro sguardo si incrocia come per una intesa, perché cominciato a capire. Non è da tanto che mi ha raccontato la perdita di suo padre, tra la prima e la seconda superiore, poco più di due anni fa. Non c’è bisogno di chiederglielo: è senz’altro così, non può che essere così. Deve essere molto dura per lui essere scrutato così da quella messinscena così delicata ma anche crudele, peraltro davvero bella, di Stéphane Braunschweig, regista parigino. Alla sinistra di Paolo c’è un suo compagno, che per fortuna non si accorge di nulla. Io ero quasi mortificato. Gli vorrei chiedere scusa. Non lo faccio perché siamo in un gruppo. Di quanto teatro abbiamo bisogno per affrontare la vita? Se porto ancora i ragazzi a teatro, quando sarebbe tanto più comodo andarci da solo (quante volte lo penso…), è anche per questo. C’è conoscenza attraverso la sofferenza, come dice Eschilo? Non ne sono sicuro. Spero che Paolo non abbia sofferto troppo. Uscendo abbozza, ha detto che la messinscena gli è piaciuta molto.
6 maggio
Pura polpa. Per compilare il programma svolto in quinta, cerco quello fatto due anni fa, con l’ultima classe che ho portato all’esame: tanto avevano lo stesso libro. Copio, incollo e poi modifico. Confronto il programma svolto quando eravamo in dad e facevamo lezione con meet e quello fatto adesso… Non ci sono grandi cambiamenti, io sono lento ‒ lo so. Ma il paradosso è che, di fatto, durante la dad io ho fatto di più! E dire che abbiamo pure “perso” alcune settimane iniziali dopo Carnevale del 2020 per motivi tecnici… Mi chiedo il perché: non dovrebbe essere il contrario?! Pensandoci e ripensandoci mi si chiarisce tutto: semplicemente perché nella dad nessuno ti interrompe! La dad, spesso, anche se non sempre, era una lezione-monologo su un dato tema, durante la quale nessuno ti interrompeva. Anzitutto: non eravamo tenuti a compilare il registro (in certe scuole sì, noi no), che volente o nolente porta via qualche minuto (dal controllo di chi c’è e non c’è, a chi è uscito in anticipo, entrato in posticipo, fuori aula per attività scolastiche, fuori aula ma rientrato! per non parlare della prima ora…). E poi non c’era il bidello che a volte spalanca la porta come se a casa tua fosse morto qualcuno, non c’era quello che vuole andare in bagno, non c’era non il collega che deve prendere le adesioni per organizzare l’uscita, non c’era quello che raccoglie i soldi per l’annuario (ma ripassa domani perché manca ancora x e y), non c’era il falso allarme incendio (che come niente ti spazza via più di mezza lezione e ringrazia che non avevi il compito, se no lo dovevi rifare da capo, cambiando domande!), non c’era la vicepresidenza che ti fa chiamare (mentre hai lezione!), non c’era la compagna della classe vicina che viene a chiedere se qualcuno ha un vocabolario o una calcolatrice… I ragazzi non si disturbavano, non erano rumorosi (anzi a volte… dubitavo perfino che ci fossero!), non si stuzzicavano. Insomma le lezioni venivano fuori belle “filate”. E soprattutto: c’era la sospensione di tutte le attività che non fossero di docenza: niente alternanza scuola lavoro, niente conferenze, niente incontri, niente teatro in lingua, niente cineforum, niente di niente: solo e sempre scuola. Perché a scuola si può aggiungere quel che si vuole senza rinunciare a niente. Togliamo le ore per il Pcto, togliamo un’ora alla settimana per l’orientamento, aggiungiamo educazione civica, magari anche quella affettiva (come hanno proposto dopo l’omicidio di Giulia Cecchettin), aggiungiamo quello, mettiamo quell’altro, però, se poi non fai tutto e bene… la colpa è tua!
Riuscivi a fare più cose perché il tempo a tua disposizione lo usavi tutto per fare lezione. Viene per converso da riflettere su quanto tempo occupano tutta una serie di attività (dalla banale richiesta di andare in bagno ‒ o al bar? ‒ non nel cambio lezione a richieste più strutturate e/o pertinenti) che tolgono parecchio tempo all’ora di lezione (che non è un’ora ma 55 e in qualche caso 50 minuti). Tanto che a volte si potrebbe dire, parafrasando una celebre definizione, che la lezione è quello che sta in mezzo tra un’interruzione e l’altra (intervalli veri e propri esclusi, beninteso: sacrosanti). Era «scuola» quella in dad? Ma oltre che didattica a distanza c’è anche stato apprendimento a distanza (aad?)? Forse sì, ma anche se interrotta preferisco pur sempre la scuola dal vivo, in carne e ossa.
8 maggio
Chi ricorda. Quando devi fare il punto sul programma svolto, o peggio quando devi mettere in fila tutte le attività para ed extrascolastiche svolte in un triennio per il Documento del 15 maggio… non puoi far altro che rivolgermi agli allievi. Non sono preciso, non prendo nota di volta in volta. Ma per fortuna c’è chi ricorda. Forse non è canonico telefonare a un allievo, ma tanto siamo alla fine della corsa, a un mese dall’Esame, e non mi pare ci sia nulla di male. Giuseppe è un allievo diligente, uno che c’è sempre, che ha sempre fatto tutto quel che c’era da fare. Sono sicuro che mi aiuterà. E così, già parecchio innervosito e ansioso (finirò in tempo questo maledetto documento?!), lo chiamo. Gli leggo quel che ricordo io. Insieme appuntiamo altre cose che non ricordavo. Poi nelle ore successive sia a me che a lui vengono in mente altre attività. Quante cose belle abbiamo fatto in 3 anni! C’è tanta vita, tanto entusiasmo dietro molte di quelle attività. E soprattutto un’amicizia con il collega di storia e filosofia che solo un’altra volta mi era capitato di sperimentare. Insieme si fanno tante più cose, anche perché vengono più idee. Che cosa rimarrà di tutto questo? Chissà. È già bello sapere che c’è chi ricorda.
13 maggio
Riconoscimento. Uscito dalla metro vedo Giuseppe, in bici. Lo riconosco da lontano. Ci salutiamo calorosamente, lui è con un’altra animatrice che conosco, anche se non ho lavorato tanto con lei quanto con lui. Io e Giuseppe, più di 10 anni fa, abbiamo condiviso molti campi estivi in montagna, specialmente di minori stranieri non accompagnati… Lui era più giovane di me, non aveva ancora i capelli brizzolati come adesso. Qualche volte la sua indulgenza mi aveva dato fastidio: ma è un animatore incredibilmente capace. All’epoca ero molto impegnato coi minori stranieri, la scuola forse mi prendeva di meno. O forse avevo più energie, a volte ci penso e non capisco come facessi. Ho imparato molto da quelle esperienze, anzi: tutto. Anche perché comunque ci formavamo, e come ci formavamo! (A scuola, a parte tutti questi corsi sulle piattaforme, quali profondi contenuti, anche metodologici, mi ha dato in questi anni? Me lo chiedo spesso…) Non ho potuto trattenere un moto di nostalgia: quel lavoro libero di animazione, più informale, più “basso”, quasi di strada (da lì venivano a volte i nostri ragazzi…) non mi dispiaceva. Torno a casa e gli scrivo: «Appena ti ho visto sono immediatamente tornato indietro di qualche lustro… Forse non siamo cambiati tanto… A distanza rimane tutto. Ti assicuro. L’esperienza condivisa rimane interiorizzata». Mi risponde quasi subito: «Hai perfettamente ragione! Ho impresse nel dna, prima ancora che nei ricordi, immagini e sensazioni delle esperienze di quegli anni. E incontrarti, anche a distanza di anni, mi riporta alla stessa familiarità e vicinanza di allora. Esattamente come se fosse ieri». Nulla unisce così tanto come il lavoro, e in particolare il lavoro con le persone.
30 maggio
La palestra come capolavoro. È tutto un pullulare di mail, di ansie, di avvisi per compilare questo nuovo portfolio dell’Orientamento. A cosa servirà? Presumibilmente a niente. L’idea del capolavoro potrebbe venire forse dalla prassi di una scuola in cui aveva senso, forse, la scuola professionale. Ricordo un amico di poco più vecchio di me, perito tecnico, che come capolavoro di lima aveva prodotto un paio di tenaglie di cui andava orgoglioso. Ma sono d’accordo con Roberto Contu, un insegnante di Perugia: «Dietro l’idea del “capolavoro” del quinto anno c’è l’idea brutta che l’eccezionalità sia il traguardo, la meraviglia il fine, l’attimo di gloria l’unico senso possibile. C’è dietro un’idea di scuola come eccezione, dell’insegnante in tv che stupisce come modello virtuoso e che grigiore gli altri della mattina, dei venti secondi che emozionano come illuminazione e di contro quella della formazione lenta e quotidiana, sì, anche faticosa, che è il vecchio, il passato, la morte della creatività e del futuro. Ma i possibili danni che si annidano in questa deriva sono presenti nella mente anzitutto degli studenti e delle studentesse, prima ancora che degli adulti. Alla domanda sul capolavoro in classe, con i miei studenti e le mie studentesse, alla fine abbiamo convenuto che il nostro capolavoro di quest’anno sta semplicemente nel documento del 15 maggio, sì in quel faldone dove ci sono scritti dentro i cinque anni, dove ci sono scritti dentro i programmi svolti nell’ultimo anno, dove c’è scritto cosa abbiamo fatto a scuola, non cosa abbiamo scimmiottato della scuola».
Le colleghe che fanno orientamento (ce ne sono di più capaci e di meno) quando ho condiviso il pensiero qui sopra si sono risentite, ma io non cambio idea. Una mi racconta che è rimasta stupita dal vedere quanti allievi indichino come capolavoro esperienze formative al di fuori della scuola. Su questo dovremmo riflettere, mi dice, e sono d’accordo. Senza arrivare però a quel mio allievo che come capolavoro inserirà: la palestra. No, non fa niente di particolare in palestra. Frequenta una normalissima palestra facendo pesi e altri esercizi. Io quando l’ho saputo avrei voluto sprofondare: con tutto quel che abbiamo fatto! Eppure per lui l’esperienza più formativa è andare in palestra. Buon per lui. Ma io, perché affaticarmi tanto?
Foto: https://www.teatrostabiletorino.it/cartellone/la-vita-che-ti-diedi-9-28-apr-2024/






