Con la conclusione dell’anno liturgico B sospendiamo temporaneamente i commenti ai vangeli, che però riprenderemo (a parte un paio di interventi per Natale) col prossimo tempo ordinario dell’anno C dopo l’Epifania, in cui sarà letto il vangelo di Luca.

Tutte le letture di oggi sono un inno alla potenza divina imperiale. «Gli furono dati potere, gloria, e regno; tutti i popoli, nazioni, e lingue lo servivano: il suo potere è eterno… e il suo regno non sarà mai distrutto» [7.14, prima lettura di Daniele, una sezione scritta in aramaico e non in ebraico]. Prosegue il salmo responsoriale: «il Signore regna, si riveste di maestà, si cinge di forza… stabile è il suo trono da sempre… e per tutta la durata dei giorni». Continua la seconda lettura dall’Apocalisse 1,5-8: «Gesù Cristo è il sovrano dei re della terra… e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto».

Dulcis in fundo il canto al vangelo: «Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide!», per essere poi subito contraddetto dal vangelo medesimo: «il mio regno non è di questo mondo». Ora si dà il fatto che nulla di tutto questo sia successo; dato lo smacco della crocifissione, hanno dovuto “ripiegare” su un re-messia celeste, quindi più adatto a un signore cosmico-universale.

Anche il vangelo giovanneo afferma il regno extra-mondano; certo il dialogo fra Pilato e Gesù è una creazione letteraria dell’evangelista. Quel sanguinario di Pilato, che ha fatto massacrare i Galilei (lo ricorda Gesù in Lc 13,1s; un fatto fra l’altro avvenuto nel 36 dopo la morte di Cristo), non era certo il tipo da intrattenere alte discussioni filosofiche su che cos’è la verità! Ma il senso è corretto: più precisamente «Il mio regno non è da questo mondo… non è di qui» (e non di “quaggiù”).

Ma la signoria sul cosmo appartiene anzitutto al “vegliardo” in trono (all’antico dei giorni nella prima lettura di Dan 7,9.13), ossia al Dio (Padre) d’Israele, e non tanto al figlio dell’uomo (7,13), barnasha in aramaico che equivale in primo luogo a “uomo”, come per Gesù. Con un universo però di 13,75 miliardi di anni dobbiamo ricorrere al tempo fisico-filosofico della teoria della relatività che, non riconoscendo un momento presente ontologicamente privilegiato, sembra sconvolgere le più radicate opinioni sul nostro “adesso”, a torto considerato assoluto e valido per tutti nelle vastità cosmiche (il cosiddetto “presentismo”). Un esperimento mentale può aiutarci a capire. Immaginiamo un pianeta a 10 miliardi di anni-luce dalla Terra (che chiamiamo Kepler, abitato dai kepleriani): se si allontana da noi ad una determinata velocità [anche più bassa di quella della Terra che fa i 30 km/s intorno al Sole], il suo “ora”, il suo presente taglierebbe il nostro anno 1824, includendo fatti per noi successi 200 anni fa; i kepleriani sarebbero simultanei grosso modo con la prima metà del nostro XIX secolo. Non esiste perciò un unico presente assoluto che intersecherebbe l’universo coi tempi uguali per tutti, ma si danno tantissimi presenti sfalsati tra loro, coi rispettivi passati e futuri altrettanto disallineati.

Il lettore non si scoraggi in questo guazzabuglio in cui passato e futuro si mischiano selvaggiamente; importante per il nostro tema sulla signoria divina è che Dio può essere pensato come colui che “padroneggia” e avvolge tutti gli infiniti presenti dell’universo senza “naufragare” nelle maree del tempo, che può rendersi simultaneo con tutte le epoche della storia soprattutto passate, e così abbracciare gli uomini di ogni tempo. Egli è il Signore universale dello spazio e tempo cosmico, che sono i costituenti fondamentali e più originari di tutto ciò che esiste, e non solo [come il fisso palcoscenico della fisica pre-relativistica] le quinte inerti, l’ambiente passivo e lo scenario inattivo del dramma della storia.

Ma non è finita qui: se Kepler invertisse la sua rotta avvicinandosi alla Terra alla medesima velocità, i kepleriani risulterebbero simultanei col nostro 2224 (200 anni avanti rispetto a noi). Ma così si aggira lo spettro terrificante del cosiddetto “eternalismo”: la simultaneità relativa sembra conferire realtà a tutto l’universo compreso il futuro, che risulterebbe quindi pieno, chiuso, già presente con i suoi eventi, come se la vita fosse un libro già scritto o un film già girato, con grave pregiudizio per il libero arbitrio. Sarebbe tutto predestinato, già dato e prefissato da sempre. Ci andremmo incontro come nel canottaggio con le spalle girate, vedendo sulle rive il paesaggio solo del passato-presente, non il futuro che però ci piomba addosso. Ma è folle immaginare la nostra vita come una successione di entrate nella nostra coscienza di fette di realtà preesistenti già confezionate, ognuna costituita da un completo panorama tridimensionale. L’eternalismo è quindi assurdo: ma la relatività ci “impone” quello che io chiamo semi-eternalismo: le intere regioni spazio-temporali compaiono sin dall’inizio del mondo, anche se ancora vuote. Quindi le pagine del libro ci sono già tutte: attualmente sono state riempite fino al 2024; ma dal 2024 in poi le pagine sono ancora bianche, e saremo noi a scriverle in libertà. La metafora del libro (come in Daniele 7,10) significa che l’intero paesaggio è già disteso nei suoi momenti, originariamente tutti vuoti: sono come i rami su cui si poseranno poi gli uccelli (gli eventi); è come una spugna in attesa di assorbire la schiuma della realtà storica.

Il nostro semi-eternalismo ridotto è inoltre una grande chance filosofico-teologica per la signoria divina sulla creazione. Infatti lo spazio-tempo contiene da sempre già un’ontologia fondamentale, primigenia, minima di partenza; costituita dal campo di Higgs [che poi conferirà le masse dando origine alla materia tramite anche il suo bosone, chiamato la particella di Dio], dalla costante del vuoto e da quella di Planck. È ormai più che un sospetto tra i fisici che le costanti siano leggermente variate nel corso dei miliardi di anni. Nulla vieta che, fin dagli albori della creazione, Dio le abbia calibrate nei primi 5 miliardi di anni per alzare al massimo la probabilità della materia a-biotica (non vivente), poi dai 5 ai 10 miliardi di anni un ulteriore ritocco per favorire lo sbocciare della materia vivente; infine dal decimo miliardo di anni le abbia ridisegnate in modo molto sofisticato [con la celebre costante alfa di struttura-fine] per l’avvento di un essere personale con lo sviluppo del cervello.

Il tutto in una rappresentazione probabilistica del mondo: ci siamo separati dallo scimpanzé circa 6 milioni di anni fa [poi l’australopiteco (Lucy), quindi in sequenza homo ergaster, antecessor, heidelbergensis, sapiens], ma potevamo farlo anche da altre linee evolutive, ad es. quella dei delfini. Conta l’essere umano intelligente e non il suo schema corporeo, vuoi dei primati vuoi dei saltellanti cetacei. Solo così abbiamo un vero piano-progetto divino coi capisaldi già delineati senza alcun bisogno di interventi successivi da parte di Dio, e non un lancio di dadi dopo il big-bang [per essere vero creatore non basta aver solo innescato il “grande botto”] che avrebbe portato all’uomo per un puro caso fortunoso. Dati i trilioni di trilioni di trilioni….di pianeti dislocati in 13 miliardi di anni-luce, la probabilità della comparsa di un essere personale su almeno 1 pianeta (non necessariamente sulla Terra) sfiora il 100%. Così Dio è veramente il Signore dell’universo, pur non avendo fatto nulla di materiale, ma averlo reso possibile tramite l’instradamento iniziale dell’intera distesa spazio-temporale, in principio tutta vuota ma con gli appropriati “algoritmi” immessi da una mente matematica sommamente intelligente.

Per capire meglio aggiungo un mio esempio: supponiamo di misurare la distanza fra loro di due stelle in cielo che, fatta da Terra, risulta pari a 100 a.l.; ma un astronauta alla folle velocità di 262.000 km/s otterrebbe un valore dimezzato: 50 a.l. Più si viaggia veloci e più lo spazio si contrae (non è un illusione ottica); ma vale anche del tempo: se le due stelle esplodono in supernovae a 4 anni di distanza viste da Terra, per il nostro super-viaggiatore sarebbero passati solo 2 anni. Ossia le distanze e le durate non sono interamente una faccenda super-oggettiva e indipendente di chi misura, ma il risultato di un rapporto fra la natura là fuori e lo stato di moto dell’osservatore. Si noti come lo spazio e il tempo, presi insieme, siano perfettamente sincronizzati nel loro variare in modo che il risultato della loro divisione è sempre lo stesso. 100 : 4 = 25 nel primo caso, ma anche nel secondo 50 : 2 = 25; 25 è l’intervallo spazio-temporale assoluto, valido per tutti gli osservatori dell’universo.

Arrivederci, prima a Natale e poi a metà gennaio!