«Con quella faccia un po’ così / quell’espressione un po’ così / che abbiamo noi che abbiamo visto Genova…». Questi sono alcuni versi di Genova per noi, canzone di Paolo Conte del 1975. Per noi, che a luglio di 25 anni fa abbiamo «visto Genova», queste parole non saranno mai più musica ma indelebili cicatrici e un grumo di emozioni − paura e dolore e rabbia e impotenza − incistato nel profondo ma pronto a riaffiorare.
Furono a Seattle nel 1999 e poi a Napoli a marzo 2001 le prime prove pubbliche del neonato movimento No-global che con gli slogan: «Globalizzazione delle merci, globalizzazione dei diritti» e «Un altro mondo è possibile» contestava la globalizzazione neoliberista e le politiche della Banca Mondiale. E già allora la reazione delle cosiddette forze dell’ordine fu durissima.
21 luglio: il corteo, la carica, la fuga
Nel 2001 la annuale riunione del G8 si tenne dal 20 al 22 luglio in Italia, a Genova: tema della riunione la discussione sull’abbattimento delle barriere doganali per le merci provenienti dai paesi ricchi; capo del Governo Silvio Berlusconi, Ministro dell’Interno Claudio Scajola. I movimenti no-global, cattolici, ambientalisti e pacifisti non solo italiani mobilitarono più di 200.000 persone che nei giorni del G8 confluirono per manifestare il proprio dissenso in una Genova militarizzata. Fin dal 19 luglio, primo inizio delle manifestazioni, i manifestanti furono oggetto di cariche di polizia di inimmaginabile violenza che il 20 luglio culminarono con l’uccisione di un giovanissimo manifestante, Carlo Giuliani.
Il chiaro intento del Governo di tappare con la paura e la violenza la bocca al dissenso non fu raggiunto: l’indignazione utilizzando il tamtam del passaparola riuscì a mobilitare un numero incredibile di cittadini, italiani e stranieri di tutte le età, che il 21 luglio si riversarono a Genova per affermare ad alta voce l’indiscutibile diritto alla manifestazione del proprio dissenso. La mattina del 21 luglio 2001 un corteo multicolore di circa 200.000 persone attraversò Genova partendo da corso Italia, che costeggia il mare diretto, in centro città, in piazza De Ferrari dove erano previsti interventi di alcuni responsabili dei movimenti presenti.
Tra queste migliaia di persone c’ero anche io con i miei 54 anni: insieme a una decina di amici partii da Torino con un bus della CGIL, armata solo di una macchinetta fotografica usa e getta di nullo valore economico e di una pettorina auto prodotta con la scritta PRESS in quanto iscritta all’Ordine dei Giornalisti. Di quel giorno conservo poche foto e molti ricordi ed emozioni. Ricordo la lunga discesa verso il mare per raggiungere il punto di raccolta dei manifestanti e ragazzi in tuta nera che, sotto gli occhi indifferenti di poliziotti affacciati sulla strada, da una terrazza sovrastante scaricavano da un anonimo furgone posteggiato a lato strada randelli: era la prima volta che vedevo i black bloc di cui tanto si era parlato e l’indifferenza della polizia autorizzava la supposizione di una sorta di complicità. Per vivere più serenamente la manifestazione ci aggregammo al gruppo di Attac che si trovava nella prima parte del corteo ed era dotato di un efficace servizio d’ordine; sopra le nostre teste ronzavano nel cielo numerosi elicotteri della polizia che monitoravano i movimenti dei manifestanti. Su corso Italia tutte le vie traverse erano sbarrate da transenne invalicabili presidiate dalla polizia, che in caso di necessità avrebbero impedito qualsiasi via di fuga ai manifestanti. Preoccupati dalle notizie che ci arrivavano sui telefonini riuscimmo a raggiungere senza troppa difficoltà il punto di arrivo in una piazza De Ferrari al momento non ancora gremita. Faceva caldissimo e cercavamo un angolo d’ombra quando ci arrivò la notizia di un pesante intervento della polizia che in piazza Kennedy era riuscita a spezzare il corteo in due tronconi e stava cercando di raggiungere piazza De Ferrari per intrappolarci. Erano forse le 11 del mattino e memori delle violenze dei giorni precedenti migliaia di persone tentarono inutilmente la fuga: le serrande di tutti i negozi e di tutti i bar erano abbassate, i portoni delle case sprangati e la maggioranza dei manifestanti non era di Genova e non conosceva la città. Nel rumore battente degli elicotteri che ci sorvolavano per comunicare i nostri movimenti ai reparti a terra si poteva sentire in lontananza il risuonare dei passi di corsa dei poliziotti in avvicinamento: il nostro gruppo riuscì alla fine a svicolare in una serie di strade precollinari percorse da poca gente che correva arrivando e scappando in ogni direzione alla ricerca di un rifugio sicuro. Un padre con due ragazzini sconvolti che avranno avuto sette o otto anni ci chiese quale direzione prendere per una fuga sicura e uno dei figli ci raccontò con orrore di aver visto poco distante un uomo a terra coperto di sangue, che lui quindi dava per morto. Ma a Genova quel giorno vie di fuga sicure non esistevano.
La nostra corsa proseguì per un tempo che ci sembrò infinito nella vana ricerca di un rifugio sicuro, sempre spiati dall’alto dagli elicotteri e incalzati a terra da gruppi di poliziotti in una vera caccia all’uomo in cui noi eravamo la preda. Arrivammo infine in una strada collinare deserta che costeggiava un parco privato separato dalla strada da un fossato di cemento profondo un paio di metri, saltando il quale l’accesso al parco sembrava possibile. Sentivamo la polizia avvicinarsi e non ci fu esitazione o discussione: tutti erano molto più giovani di me e saltarono agilmente, sparendo appena in tempo tra la vegetazione fitta del parco, mentre io rimasi indietro bloccata dalla paura. Mi nascosi allora dietro alcune auto in sosta, ma fui buttata a terra e letteralmente calpestata da un gruppo di black bloc che scendeva di corsa la collina e dopo aver saltato il fossato sparì nel parco. Immediatamente dopo sentii arrivare il gruppo di poliziotti che si posizionò sull’altro lato della strada e prese a sparare ad altezza d’uomo lacrimogeni contro le auto che mi proteggevano. Nel frastuono delle esplosioni dei lacrimogeni i miei amici mi credettero morta e io ebbi la certezza che se volevo salvarmi dovevo tentare di saltare il fossato. La forza della disperazione mi aiutò, saltai, ritrovai gli amici e insieme ci inoltrammo nel parco, avvicinandoci al retro della casa dove per gentile concessione del proprietario ci fu permesso di attraversare l’androne della casa dall’ingresso secondario, uscendo dall’ingresso principale su una strada deserta e silenziosa.
Sfiniti dalla fatica e dalla tensione, qualunque cosa dovesse accadere, scendemmo verso il mare da cui eravamo partiti al mattino e dove su una spiaggia finalmente deserta arrivammo che era quasi sera: avevamo corso braccati in cerca di salvezza per sette ore e ora con gli elicotteri finalmente lontani ci fu possibile fermarci e bagnare i nostri piedi doloranti, recuperare il poco di forze necessarie a raggiungere il piazzale della città dove ci attendeva il bus per Torino e chiamare casa dicendo che nonostante tutto eravamo ancora vivi.
La Diaz, Bolzaneto, la macelleria messicana
Mentre tornavamo a Torino non sapevamo che quella stessa notte la polizia, non ancora paga, avrebbe sfondato il cancello e il portone della scuola Diaz dove dormiva un centinaio di manifestanti: alcuni di loro furono massacrati mentre erano ancora nei sacchi a pelo, altri tentarono la fuga ma vennero inseguiti aula per aula, scala per scala, sgabuzzino per sgabuzzino e letteralmente massacrati a calci e manganellate, inferti con una incomprensibile violenza omicida e di cui ci sono alcuni filmati: del centinaio di manifestanti presenti alla Diaz 82 furono i feriti e 63 di questi furono portati in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale San Martino, invaso da poliziotti che, incuranti delle proteste dei medici, arrestarono 19 dei feriti che furono trasferiti nella caserma di Bolzaneto, che fu ulteriore teatro di gravissime violenze fisiche e psicologiche ai danni degli arrestati. Le foto dei volti feriti alla Diaz, alcune scene filmate a Bolzaneto, il sangue che imbrattava i muri e il pavimento dei locali devastati nella Diaz fecero il giro del mondo. La magistratura parlando di Genova riprese la definizione di «macelleria messicana» pronunciata da un funzionario di polizia presente quella notte alla Diaz, il vicequestore Michelangelo Fournier.
Anni dopo Scajola, allora Ministro dell’Interno, ammise di aver ordinato di sparare sulla folla se questa fosse riuscita a sfondare le recinzioni che nel centro di Genova isolavano i “grandi” del G8. Nessuno dei responsabili di questa macelleria messicana pagò realmente per quanto fatto a Genova, alcuni anzi furono in seguito promossi e nel web si può facilmente seguire le loro carriere. Da anni viene richiesto un codice visibile sulla divisa dei membri delle forze dell’ordine per poterli eventualmente identificare: se a Genova i carnefici avessero avuto questo codice sarebbe stato possibile identificare chi, in una follia collettiva, cercava non l’ordine ma il sangue. Ma ovviamente ogni volta questa richiesta cade nel nulla!
Nel 2017 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha condannato l’Italia per i fatti di Bolzaneto e della Diaz, stabilendo che i trattamenti subiti dai detenuti equivalevano ad atti di tortura: il reato di tortura al tempo di Genova non era presente nell’ordinamento penale italiano e fu introdotto con la Legge n. 110 del 14 luglio 2017 proprio a seguito delle pesanti sentenze della CEDU.
Quello che resta
Io, che il sabato 21 luglio 2001 a Genova ero presente, ho avuto nell’immediato difficoltà a farmi credere dai molti amici che non erano presenti; poi quando i racconti e le cronache cominciarono a filtrare nelle tv qualcuno cominciò a crederci, anche se oggi molti hanno dimenticato. Di questa vicenda mi rimane l’angoscia della memoria che a tratti il rumore delle pale di un elicottero mi evoca. Si seppe in seguito che i lacrimogeni utilizzati a Genova contenevano un gas proibito in guerra, il CS, che studi scientifici hanno dichiarato «tossico, che può avere effetti a breve e lungo termine assai gravi. Non più̀ soltanto il principio di precauzione e il buon senso, ma forti evidenze scientifiche, raccomanderebbero di proibirne l’utilizzo contro i civili».
Come noi, in quei giorni a Genova decine di migliaia di persone cercarono scampo ai lacrimogeni e ai pestaggi. Spesso inutilmente.
Amo ancora la canzone cantata da Paolo Conte, ma per me Genova è la democrazia che muore e la violenza che sorregge il potere.






