In copertina dell’ultimo libro di Carlo Cottarelli un’elaborazione da foto ci mostra un signore sorridente che, zaino in spalla e trolley alla mano, si muove con passo spedito. Mah sì, è lui Carlo Cottarelli da Cremona, economista, carriera brillante prima in Bankitalia e poi al Fondo Monetario Internazionale, chiamato da Mattarella per formare un governo elettorale, prospettiva però svanita in quattro giorni alla fine di maggio 2018. Una scrittura vivace e ironica che alterna serissime analisi sullo stato delle nostre supreme istituzioni a divertenti aneddoti e casi personali. Eletto alle politiche del 2022 al Senato per il Pd, Cottarelli si è dimesso dopo soli 8 mesi tornando a fare il suo mestiere principale, non senza però utilizzare questo breve periodo per analizzare nel profondo i rapporti tra Parlamento e Governo. Il primo, quasi del tutto espropriato dell’iniziativa legislativa, impegna praticamente il suo tempo nella conversione dei decreti-legge governativi oppure nell’approvare deleghe al governo di amplissima portata. Certamente l’urgenza di talune decisioni, sempre più frequenti, richiede queste procedure, ma anche gli inadeguati regolamenti parlamentari ci mettono del loro imponendo passaggi spesso ripetitivi e più consoni a tempi remoti, quando le leggi erano poche e ben congegnate. Nelle Commissioni, che preparano le discussioni e approvazioni in aula, sono richieste lunghissime letture di documenti che dovrebbero essere già noti. Quando poi si arriva in seduta plenaria è tale la congerie di voti disparati che il “peon” (parlamentare semplice), deve stare ben attento al comportamento del capogruppo, per non sbagliare, piuttosto che ai contenuti di ciò che si vota, di cui spesso sa poco o nulla. Si aggiunga l’ormai preistorico reperto del bicameralismo paritario, ridotto, per motivi di tempo, a un monocameralismo di fatto. Cioè i provvedimenti sono esaminati da una sola Camera e l’altra s’impegna ad approvarli senza modifiche. Sicché in questo caso il cittadino italiano, contrariamente agli spot del supermercato, «prende uno e paga due». Anche sulle discussioni generali c’è poi da ridire: tutti parlottano tra loro o brandiscono il telefonino, meno i pochi direttamente interessati. Gli interventi assumono la forma di dialoghi tra sordi che spesso continuano il clima delle campagne elettorali. Seguono infine estenuanti votazioni su emendamenti, tutti destinati al macero se provengono dall’opposizione. Chi ascolta in questi giorni Radio radicale o GR Parlamento sentirà i presidenti di Camera e Senato ripetere per ore la seguente giaculatoria: «Emendamento n… contrari Commissione e Governo, la votazione è aperta… La votazione è chiusa. La Camera (o il Senato) respinge». Si prova un senso di assoluta inutilità e di perdita di tempo. Un senso di frustrazione che provoca allontanamento dei cittadini dalla politica, resa palese, tra molti altri aspetti, dalla ridotta partecipazione al voto.

Cottarelli avverte l’urgenza del tema e prova nel capitolo VIII a dare qualche consiglio su «come riavvicinare i cittadini alle urne». Per ciò che attiene al processo elettorale, consiglia di ridurre la frequenza delle elezioni e tornare alle preferenze, vietando invece l’inclusione del nome di persone nel simbolo del partito. Bene sarebbe anche consentire il voto a distanza, almeno in certe condizioni. Una proposta originale che va particolarmente segnalata è quella di «rendere obbligatoria nei programmi elettorali, l’indicazione di come le promesse saranno finanziate». L’impegno del Nostro si è tradotto nella presentazione di un suo progetto di legge, ovviamente rimasto lettera morta. «Non sarebbe un passo irrilevante – sostiene – nel riavvicinare la gente alla politica e alle urne». Io sono francamente un po’ più scettico. Per quel che riguarda i rapporti tra i poteri dello Stato si suggerisce di passare a una sola Camera, bilanciando meglio i ruoli di Governo e Parlamento. Cottarelli in merito considera pericolosa l’elezione diretta del premier, che inciderebbe fatalmente sulla posizione del Capo dello Stato e sulla sua preziosa funzione di arbitro. Poche grandi leggi e molti provvedimenti dettagliati di tipo amministrativo, che ora intralciano il Parlamento, lasciati al Governo. Obbligare i parlamentari al tempo pieno, limitare l’influenza delle lobby, spesso assai potenti. Tornare all’idea di stipendi medi europei, dal momento che i nostri rappresentanti continuano a essere i più pagati. E su questo tema la vedo molto dura. Infine investire più sui giovani attraverso l’educazione civica a scuola (se ne parla carsicamente da circa 50 anni…).

Presidente incaricato, per 4 giorni

A questo punto Carlo Cottarelli volta il 45 giri di vinile e nel lato B, che di solito era il più scadente, ci propone invece un’accurata e brillante rivisitazione dei quattro giorni in cui fu Presidente incaricato. Nel maggio 2018 sta per essere varato il governo giallo-verde (Movimento 5 stelle e Lega), ma sorge un ostacolo insormontabile: il presidente Mattarella si rifiuta di nominare al ministero dell’economia e delle finanze il prof. Paolo Savona, noto euroscettico, che pare che tenga nei cassetti della sua scrivania un piano per il ritorno alla Lira. Stracciamento di vesti, accuse di alto tradimento e attentato alla Costituzione. Di Maio, allora gran leader dei 5 stelle, minaccia la denuncia di Mattarella alla Corte Costituzionale. Il Presidente che allora forse travalicò un po’ i suoi poteri (e fece bene), non si scompone: «Si faccia allora un governo istituzionale che approvi la legge di bilancio in autunno e si vada a nuove elezioni». Era la sera del 27 maggio, una domenica. Cottarelli è a Milano e riceve una telefonata di convocazione per il mattino dopo al Quirinale. «E se fosse uno scherzo della ‘Zanzara’?», pensai, «Mi avrebbero passato in radio per una settimana facendomi sentire un vero cretino…» (p. 163). Rassicurato dalla voce di Mattarella, chiese di poter prendere il Frecciarossa delle 8 anziché quello delle 6. Concesso. Dall’arrivo a Roma lunedì 28 è un susseguirsi di colpi di scena e imprevisti degni di un “giallo”, a partire dalla ricerca affannosa di un taxi per spostarsi da Termini al Colle più alto. Gli viene dato un tavolo, un telefono e gli si pone accanto una bravissima segretaria di nome Veronica. Inizia la ricerca degli ipotetici ministri, complessa e frenetica, come è ovvio. Ma intanto si è fatto tardi e Cottarelli chiede di mangiare qualcosa. «Mi portano un piatto di pesce, ottimo, e una mela, che però mi delude: è sbucciata e senza torsolo mentre a me piace la buccia e pure il torsolo, come Pinocchio, seconda versione». Nulla viene rivelato sui nomi degli interpellati, la lista è completata in tempi rapidi. Qualcuno dei designati, peraltro, il giorno successivo già rinuncerà. Ma intanto le forze politiche ci hanno ripensato: Paolo Savona, ministro per gli affari europei (?!) e al MEF lo sconosciuto Giovanni Tria, che, con saggezza e competenza, eviterà guai maggiori alle pubbliche finanze. Il dr. Carlo Cottarelli «è il mio unico titolo da quando sono uscito dall’Università di Siena a 23 anni», il 31 maggio scioglie la riserva in senso negativo, cioè rinuncia all’incarico, e viene ufficialmente e po’sussiegosamente ringraziato. La scorta, come ultimo servizio, lo accompagna all’aeroporto, destinazione Verona, dove il giorno successivo lo attende un convegno di studi. È scoccata la mezzanotte e la carrozza di Cenerentola è tornata una zucca. «Ma si dorme bene dopo una giornata così» (p. 210). Era già accaduto nel 2013/14, quando aveva lavorato quasi un anno alla revisione della spesa. Accurata documentazione, proposte precise, risultati zero. Solo il soprannome era rimasto: «Il dottor forbice».

Un libro apparentemente leggero, in realtà profondo e realistico sulla condizione della nostra democrazia, scritto da un disinteressato e autentico servitore dello Stato.

Carlo Cottarelli, Dentro il Palazzo, Mondadori 2024.