Registro di classe 23-24 / 6

10 marzo

Due classi. Siamo tornati dalla gita da una settimana e mai come ora mi è chiaro che ho sempre insegnato non a una, ma a due classi! In gita, infatti, quando gli allievi hanno avuto tempo libero e potevano scegliere, ma anche quando si trattava di disporsi a un tavolo la divisione in due era netta, prevedibile, sistematica. E quando si trattava di scegliere che fare dopo cena, se un gruppo decideva di andare in un locale, l’altro sceglieva di stare in albergo (e viceversa?). Forse non c’è nulla di male in tutto ciò: la classe non è un gruppo elettivo, se mai è un gruppo dove tutti dovrebbero imparare a lavorare insieme in modo accettabile. Anche per questo cerco di assortire spesso i banchi perfino nelle classi finali, quando posso, e comunque nei lavori di gruppo, se li faccio. Se non lo fai, anche la disposizione nei banchi parla chiaro. Ma è una battaglia persa quella di creare un’unità che abbracci tutti. Talvolta, anzi, tra i gruppi si scatena una antipatia pregiudiziale, che si incancrenisce anche per motivi futili. Alcuni allievi poi fanno gruppo anche fuori scuola, altri no. A occhio, sono la minoranza quelli che sono amici anche fuori – come è normale. Ma i “gruppetti” sono più di due, e subiscono una certa variabilità nel tempo; inoltre alcuni allievi passano da un gruppo all’altro, oppure sono “fuori dai giochi”. Mi chiedo se potevo fare di più per evitare una spaccatura così palese, anche all’esterno: questa sì non è così frequente, anche nelle classi che ho avuto. Di solito si salvano almeno le apparenze.

Indubbiamente le conseguenze della divisione in due sono apparse negative specie in questo ultimo anno, e a volte anche dolorose. Per es. un collega un giorno è venuto a chiamarmi nella classe dove facevo scuola perché non sapeva che pesci prendere. E in due… non sapevamo che fare. Volavano insulti, brutte parole, insulti. Mancava poco che arrivassero alle mani. I motivi all’inizio erano futili (qualcuno della classe vicina ha accusato qualche mio allievo di aver preso le luci di Natale), ma poi la cosa si è trasformata in altro, con l’accusa tra un gruppo e l’altro (per semplificare) di essere stato qualcuno del gruppo avverso il colpevole ma poi – senza che io abbia capito bene come – accusando un gruppo l’altro gruppo niente meno che di razzismo! Questo perché all’interno di uno dei gruppi una ragazza è di colore. Abbiamo dovuto dedicare alcune ore a dipanare la questione, senza di fatto venirne a capo. Ogni tentativo di fare la pace è fallito, nella sostanza. Ma mancano pochi pesi e molto pragmaticamente ora quello che conta è arrivare alla fine senza farsi altro male. Certo per me, e per il collega, questa situazione rimane un fallimento. Noi non abbiamo saputo trasformare questa situazione; difficile dire se qualcun altro ci sarebbe riuscito.

15 giugno

Docenti che si vantano. Uno degli ultimi giorni di scuola entra una allieva di un’altra classe che non andava in gita e si sistema in prima fila in un banco vuoto. Siamo in due insegnanti nell’aula, in quel momento, e il collega molto spiritoso la avverte che deve spiegare I promessi sposi, credo il capitolo X, ma che non c’era nessun problema perché di sicuro… loro erano più avanti. Poi, facendo finta di niente, le chiede a che punto siano: «Li abbiamo finiti da un po’!» (ma questo già lo sospettava…) e quindi si informa su come li fanno, e lei risponde giudiziosa. Il collega per burla lascia traccia di questo scambio nella Relazione che ognuno di noi deve compilare a fine anno ‒ tanto nessuno la legge: «Per esigenze di tempo e per le difficoltà presentate dal testo medesimo, non è stato possibile trattare i capitoli de I promessi sposi successivi al X cap. Ormai gli studenti non sono in grado di approcciarsi a un testo così complesso sul piano formale e contenutistico senza la mediazione di un docente. I docenti che si vantano di leggere integralmente il romanzo in realtà risolvono il problema così: lungo l’anno scolastico, dopo aver vagamente presentato personaggi, episodi o parti della trama, assegnano la lettura autonoma dei capitoli del romanzo, senza rendersi conto o facendo finta di non rendersi conto del fatto che gli studenti non rispondono alla sollecitazione. Giustamente: lo avrei fatto anche io alla loro età. A me, quando capita una seconda, succede la stessa cosa. Assegnare non stanca».

18 giugno

Pezzenti. Come referente della Commissione elettorale sono obbligato a relazionare con un timesheet (non si può dire in italiano? certo che no, a scuola o sigle o inglese, non si scappa! mica è una scuola italiana, la nostra). L’anno scorso ce lo hanno detto alla fine, così ho dovuto sudare per trovare le date e le ore: insomma, è stata una libera seppur verosimile ricostruzione. Quest’anno, sapendo, sono stato zelante: di volta in volta ho riempito la mia bella tabella. Poi qualcosa scappa sempre, ma di solito per difetto!

Uno potrebbe, erroneamente, pensare che fanno compilare il timesheet per dare un pagamento proporzionale, ma questo ovviamente non è vero. Infatti il pagamento è forfettario. Io in questo caso mi occupo con altri due colleghi di fare le elezioni: Consigli di classe, Consiglio d’istituto ecc. Considerato che gli allievi sono oltre 1600, e i relativi genitori (in teoria!) oltre 3200, chiaramente ne votano una infima quantità, ma il materiale in potenza deve prevedere quanti voteranno e alla bisogna (se la stima è errata) deve poter essere velocemente provvisto. Accordo sindacale interno: questo lavoro viene pagato 90 euro lordi per ogni componente della Commissione. Computo delle ore svolte: 22.

Insomma: 90 euro diviso 22 ore, basta una macchinetta…: 4,09 euro all’ora, per essere precisi. lordi, ovviamente. Una parola sorge spontanea: ma non la scrivo. E dire che senza le elezioni, la scuola dovrebbe essere commissariata in quanto il massimo organo deliberativo della scuola, specie per quanto riguarda la parte finanziaria, è il Consiglio di istituto che per essere valido deve avere gli eletti della componente studenti (annualmente rinnovata, non così per i genitori e le altre componenti).

In effetti molti colleghi praticano questa politica: io a scuola faccio scuola (possibilmente bene, non tutti… a dire il vero), e basta. Secondo me sono gli unici che hanno capito tutto. Solo i pezzenti come me accettano incarichi che non credo si possano dire sottopagati (da tempo si parla di salario minimo di 10 euro lordi l’ora…).

19 giugno

L’ex-allievo del mio ex-allievo. Franco mi scrive: «Non ci crederai mai, ma mi ha scritto la mamma del mio ex allievo (Asperger) della scuola di *** per dirmi che lunedì il ragazzo farà l’orale dell’esame di terza media e che ha chiesto che io sia presente. Lunedì prenderò mezza giornata di ferie da lavoro e pomeriggio andrò a *** a scuola. Lo considero tanto un onore quanto un onere. Volevo condividere la notizia con te» E dopo l’esame mi racconta: «Lunedì quando ho fatto da testimone al mio ex allievo (che ha chiesto espressamente che ci fossi io come testimone al suo esame) mi sei venuto in mente tu. Mi è venuto in mente il lungo corso di tempo da cui ci conosciamo, la tua presenza nei miei anni di formazione (in particolare università e servizio civile), che mi hanno portato a diventare educatore e insegnante fino alla mia laurea, quando anch’io ti invitai a partecipare». Quando l’ho conosciuto Franco faceva seconda, era in un periodo difficile. L’ho ascoltato, credo. Lui si è affezionato. Ci siamo persi per anni. Ci siamo ritrovati dopo il diploma grazie ai social. L’amicizia non si è più interrotta. Ora Franco ha fatto un concorso, non fa più l’educatore di sostegno, ma l’impiegato in comune, perché la vita da precario non dava sicurezze. È andato a convivere. Peccato, era un bravo educatore. Ma ha fatto bene.

2 luglio

Voglio fare il pompiere. Foto di un tavolo con libri e post-it di appunti accompagnato dal messaggio: «Sto preparando l’orale per domani, sono il primo della scuola a passare della mia commissione». Chi mi scrive non è più un ragazzo: è ormai uomo fatto, oltre i 30, che vive con una compagna e il figlio di lei. L’ho avuto allievo parecchi anni fa. Non era andata bene: lo avevamo bocciato. Non un cattivo ragazzo, uno… che non aveva voglia. Un ragazzone belloccio, di quelli che quando girano per i corridoi della scuola (e poi immagino anche fuori) non lasciano indifferenti. Questo, allora, (forse) gli bastava. Ma poi… il suo sogno è di fare il pompiere. Ma per farlo occorre il diploma. E “giustamente” lui aveva smesso di studiare dopo la bocciatura. Quando, passati diversi anni, ha pensato di iscriversi a un serale mi ha cercato per dirmelo davanti a un caffè. Ma poi a causa degli strascichi del covid (lezioni in dad) l’hanno di nuovo dissuaso. Finalmente si è riscritto, ed è arrivato al capolinea. «È andata, con mille complimenti da parte della commissione: 83!». Diciamo che mi sento “colpevole” un po’ anch’io del fatto che lui è contento. Gli avevo suggerito una cosa, e sia pur a distanza di anni… l’ha fatta. Senza fretta. Ora potrà finalmente fare il lavoro che desidera: il pompiere.

4 luglio

AVSP. Avevo avuto sentore che facevo pena: una presidente che conosco, della Commissione in cui passava la mia seconda quinta, al bar mi aveva preso da parte e mi aveva chiesto al brucio: «Le voci dicono che avete fatto pochino di italiano… Dimmi la verità: avete fatto qualcosa?». Per farmi del male, ora che sono tranquillo, finiti gli orali dell’altra quinta, sono andato a vedere i programmi svolti di italiano dai colleghi nei documenti del 15 maggio. E ho scoperto la Verità. Ci credo che dicono che ho fatto pochino. C’è da vergognarsi. Non dico il doppio, no, ma almeno una volta e mezza il mio programma. Sconsolato, penso alle varie forme che esistono per togliersi di mezzo dalla società, per evitare il confronto con gli altri… Ma prima di cedere allo sconforto totale, mi confido con il collega con cui abbiamo condiviso tutto l’anno una delle due quinte e realizzato molte iniziative: «Come si spiega?», gli chiedo, perché non riesco a fare in programma decente? Mi vuole consolare a tutti i costi: «Perché hanno eliminato ogni possibile coinvolgimento emotivo. Sono un Algoritmo Vivente per lo Svolgimento del Programma». Facile ricevere questo tipo di consolazioni dagli amici: il loro parere può forse salvarci? La spiegazione è troppo debole, perché gli racconto di come un nostro comune allievo davanti all’Assiuolo di Pascoli non sia in grado di fare un discorsetto minimamente articolato, di come un’altra, peggio ancora, con un voto oltretutto discreto di italiano, di fronte a inizio e fine dei Promessi sposi non sappia dire nulla di sensato che non sia la trama che si sa in prima media, e un altro ancora che di fronte al Dialogo della Natura e di un islandese leopardiano non sappia impostare un discorso organico sul pensiero del poeta. E al culmine, una ragazza, sia pure coi problemi, di fronte a una novella famosa di Pirandello cominci a parlare di Verga. E chi è il loro insegnante? Il problema non sta solo nella pochezza del programma svolto, ma nel come lo si è svolto. Sono mortificato. È inutile negarlo: non sono un bravo insegnante. Non come i miei colleghi Algoritmi Viventi per lo Svolgimento del Programma. D’altra parte, quando durante il Dipartimento di lettere ho proposto di cambiare non il testo di letteratura adottato, ma di prenderne la versione in un numero minore di volumi (non 7 ma 4, o 3), mi si è levata contro una protesta generale da parte delle colleghe (maschi siamo davvero pochi), al termine della quale una collega con tono severo di fronte alla mia constatazione che di 7 volumi ne usiamo una parte infima, mi ha chiesto: «Ma tu quanti pezzi fai?». Io non ho risposto, per fortuna. Perché faccio pochi pezzi. Troppo pochi.