Spesso sono triste quando finisco un libro. Sintomo di bulimia da lettura, malattia molto rara che è bene non curare. Un altro aspetto è quello di provare identificazione con il personaggio principale. Sempre premettendo si parva licet componere magnis. Ciò accade di frequente per i romanzi e le biografie, molto di rado per i saggi, in cui protagonista è la stessa materia trattata. Grande perciò è stato lo stupore provato per l’ultima fatica di Mario Monti Demagonia, dove porta la politica delle illusioni (Solferino 2024), due edizioni bruciate in un mese, copertina eloquente quanto sobria, con il profilo del pifferaio di Hamelin. Tema non proprio ottimistico: l’agonia della democrazia, forse dei popoli. Parafrasando Lenin: «demagonia, fase suprema del populismo». Tra le pieghe di una rigorosa trattazione politico-economica con un linguaggio non sempre accessibile, emergono ricordi che rivelano grande sensibilità umana. Come quando l’autore rievoca i suoi esordi come giornalista, disastrosi. Il suo primo articolo, 1966 o giù di lì, gli fruttò comunque un assegno di 100.000 lire, arrivato per posta. «Impiegai quell’importo per regalare un piccolo anello a una ragazza di nome Elsa. Dopo 58 anni lo vedo ancora tutti i giorni, al suo dito di fianco a me» (p. 63). E qui scattano le vite parallele. Anch’io «esordii nel giornalismo», con un breve pezzo, sulla «Gazzetta del Popolo», allora secondo quotidiano di Torino (1963). Trattava del servizio militare, visto come un inciampo a un pronto inserimento nella vita lavorativa, dopo la laurea. Un articoletto scritto malissimo, pubblicato probabilmente solo grazie all’intervento di un caro amico, e retribuito con 5.000 lire. Ne aggiunsi 115.000 e anch’io acquistai un piccolo anello. L’unica differenza è che, da molti anni ormai, non lo vedo più al dito della mia compagna, ma in fondo al cassetto dei ricordi.

Ebbi modo di apprezzare Mario Monti come docente a un corso di aggiornamento presso la sede storica di Piazza Arbarello, da lui definita il «tempio della torinesità». Presentato da un altro grande economista della scuola liberale torinese, Onorato Castellino, costituivano una coppia di maestri capaci di farsi capire con cristallina chiarezza. Erano i tempi in cui, fedele alla raccomandazione materna, il professor Monti si teneva «alla larga dalla politica» (p. 40).

Poi ci fu un primo cedimento: per quasi dieci anni, Commissario Europeo alla tutela della concorrenza. «Finora solo in tre campi l’Ue, e in particolare la Commissione, è rispettata, creduta e quando necessario, temuta, nel mondo …(quelli) in cui gli Stati le hanno conferito poteri federali: il commercio internazionale, la concorrenza e la moneta» (p. 77). Compito eseguito con assoluto rigore, che lo vide protagonista di scontri con piccole e grandi lobbies, comprese le potenze americane della tecnologia. Degni di memoria, tra altri casi, l’opposizione alla fusione tra General Electric e Honeywell, e la megamulta comminata a Microsoft per abuso di posizione dominante con il sistema operativo Windows. Tali decisioni destarono persino l’attenzione, forse un po’ preoccupata, del «Wall Street Journal»: «Sotto la guida di Monti… lui e la sua task force che si occupa di fusioni sono diventati i simboli più evidenti di qualcosa che possiamo chiamare “Europa”» (p. 107). Con riferimento alla famosa battuta di H. Kissinger sul fatto che l’Ue non avesse un numero di telefono, con Monti forse quel telefono era stato finalmente installato.

Ma la total immersion nella politica arriva il 9 novembre 2011. Monti si trova per un convegno a Berlino. Riceve una telefonata dal presidente Napolitano che gli comunica la nomina a senatore a vita e lo convoca per il giorno dopo al Quirinale. Il governo Berlusconi era alle corde, tre giorni dopo si sarebbe dimesso, in una situazione finanziaria caotica con l’interesse sui Btp ormai alle stelle e il rischio concreto che il Ministero del Tesoro non riuscisse a pagare stipendi e pensioni. Era la bancarotta. Il giuramento del governo Monti avvenne il 16 novembre. A una settimana esatta dalla telefonata di Berlino.

Rievocando questo importante periodo della sua vita, il professore non esita a togliersi qualche sassolino dalla scarpa, con garbati riferimenti, remoti e prossimi, a un altro “SuperMario” nazionale, Draghi. Si parte dalla lettera concordata tra J. C. Trichet (allora presidente della BCE) e M. Draghi (allora governatore di Bankitalia), primavera 2011, per una svolta rigorosa sui conti pubblici italiani, poi attuata da Monti pagando responsabilità di altri, per arrivare a una delle ultime affermazioni di Draghi sulla distinzione tra debito buono e debito cattivo. «Da allora – chiosa Mario Monti − non esiste più debito cattivo». È comunque convinto che nel 2011-12 «l’Italia ce l’abbia fatta con le sue forze: si è salvata da sé» (pp. 119 sgg.), sottolineando l’ampia maggioranza che lo sosteneva, costituita da quasi tutti i partiti. Non manca una certa dose di autostima: «contro la demagonia servono governi rigorosi. Se il concetto di rigore gode di una fama dubbia, è anche perché del rigore è stata troppo spesso sottolineata la parte sgradevole, cioè i limiti che impone soprattutto alle attività clientelari e all’acquisto di consenso a spese della collettività» (p. 119). Anche sull’austerità ha parole chiare: «altra parola che gode di una cattiva fama immeritata perché un governo austero è quello che dimostra di amministrare la cosa pubblica in modo prudente e oculato. Non si capisce perché i cittadini dovrebbero auspicare governi inaffidabili e dissoluti». Sommessamente fa anche notare che negli ultimi 20 anni «abbiamo aumentato la spesa pubblica del 5% ogni anno, e l’abbiamo chiamata austerità…». Ricorda con orgoglio una “lezione di economia” impartita a Barak Obama nello Studio Ovale in merito alle scelte di Angela Merkel (p. 182) e la copertina dedicatagli da «Time» come uomo dell’anno nel 2012: «Can this man save Europe?».

Il libro si conclude con uno sguardo preoccupato, ma non pessimistico, al presente e al futuro, suggerendo qualche riforma del governo europeo in chiave federale ed esprimendo netta opposizione alla c.d. elezione diretta del premier che, a suo dire, altererebbe i delicati equilibri tra le supreme magistrature dello Stato. Si sofferma con particolare attenzione sull’obbligazione fiscale (artt. 2 e 53 Costituzione), deplorando che qualcuno, ad alto livello, possa definire le imposte un «pizzo di Stato». In continuità, aggiungo io, con la visione berlusconiana dello Stato “ladro” che mette le mani nelle tasche degli italiani. Modo di dire transitato sciaguratamente anche a sinistra. Certo non troviamo nel populismo e nel sovranismo traccia di quella solidarietà sociale che vede nelle imposte uno strumento per una migliore distribuzione dei redditi e per l’attenuazione di tante diseguaglianze. Occorre rivolgersi a dei “rivoluzionari”. Piero Gobetti, ad esempio, più di un secolo fa: «Il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato. Non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana». O Giacomo Matteotti, che dedicò grande attenzione alla questione fiscale, specie alla finanza comunale e ai pericoli del debito eccessivo. Contrario alle imposte sui consumi, inique e regressive, perché colpiscono in egual misura ricchi e poveri, propugnava imposte progressive sui redditi, principio divenuto costituzionale nel 1948 (art. 53, 2 co.; traggo queste notizie dalla recensione di Ernesto Maria Ruffini su «La Stampa» del 5.1.2025 del libro di Francesco Tundo La riforma tributaria, il metodo Matteotti). Un Matteotti preoccupato della impreparazione di molti sindaci a gestire i bilanci degli enti locali dopo le grandi vittorie elettorali socialiste del primo dopoguerra e più lungimirante della sua stessa parte politica che «predicava la rivoluzione con un’oratoria incendiaria, ma trascurava le questioni concrete».

Infine il professor Monti ci lascia un sobrio ed essenziale programma di governo: premesso che non comprende la corsa di tutte le forze politiche alla riduzione delle imposte in un tempo in cui occorrono semmai più servizi pubblici per sanità, istruzione e mutamenti climatici (p. 33), propone di:

  1. tassare il mattone anziché il lavoro, a partire dal quel ripristino dell’Imu sulla prima casa che Ocse e Ue da tempo ci chiedono, del tutto inascoltate;
  2. tassare i patrimoni invece del lavoro, in modo mirato, semplice ed efficace;
  3. usare lo strumento fiscale per ridurre le disuguaglianze invece che esasperarle.

La conclusione però è amara: «Mi rendo conto che questi temi sembrano diventati non percorribili». Ma un tentativo almeno si può fare visto che «evasione fiscale, privilegi e rendite implicano che alcuni italiani mettano le mani nelle tasche di tutti gli altri» (pp. 238-39). E attenti all’eccessivo debito che si stringe come un cappio al collo dell’economia e della società e lascia eredità disastrose alle generazioni future. A me sembra un programma di sinistra, interessante che i suggerimenti provengano da un esperto di provata fede liberale.