Commento al vangelo della 3ª domenica del tempo ordinario (Luca 1,1-4; 4,14-21)
Nel prologo Luca afferma di aver fatto ricerche accurate su ogni circostanza e di averne steso un resoconto ordinato sulla base di testimoni: un lavoro quindi da storico, anche se i vangeli non sono una biografia della vita di Gesù. Sottolineiamo alcuni elementi che dimostrano la sua serietà, in primis nel fatto che non abbia…bevuto la storiella di Salomè, che avrà anche ballato ma lei e sua madre Erodiade non c’entrano nulla con la morte (decollazione) del Battista.
Abbiamo tre personaggi “regali” in gioco: Erode Antipa (tetrarca della Galilea), suo fratello o fratellastro Filippo [date le varie mogli del padre Erode il grande, re della Palestina al tempo della nascita di Gesù, non è detto che le madri siano le stesse; infatti la madre di Antipa era una samaritana (scandaloso per gli ebrei, non per il re filo-romano e amico di Agusto). C’era però un terzo fratello che portava lo stesso nome del padre (Erode, tanto per complicarci la vita con gli omonimi), che chiamiamo Erode 3.
Orbene fu Erode 3 a sposare Erodiade, da cui nacque la figlia Salomè; poi Salomè (non la madre Erodiade come dicono erroneamente i vangeli) andò sposa a Filippo (suo zio o ziastro); ma Filippo morì relativamente presto [dopo aver fondato Cesarea (appunto) di Filippo], per cui la vedova Salomè, assieme alla madre separatasi o ripudiata da Erode 3, furono accolte (accasandosi) da Erode Antipa. Questo però avvenne nel 36 d. C., ben dopo la morte del Battista (e di Gesù) che quindi non poteva accusare il tetrarca della Galilea di convivenza incestuosa con la cognata (in quanto moglie di Erode 3 e non di Filippo, contrariamente ai vangeli).
Anche Matteo ha dei grossi dubbi su tutta la faccenda, poiché il suo racconto è la metà di quello di Marco (cosa rara); Mt tira via col giuramento del tetrarca nel discorso indiretto, e soprattutto non riporta il dialogo tra Erodiade e Salomè, limitandosi ad un succinto “istigata dalla madre” (Mt 14,8).
L’eliminazione di Giovanni ebbe ben altre cause, che furono socio-politiche: il movimento battista era cresciuto e diventato molto forte, sì da risultare alternativo, antagonista e pericoloso per il potere e l’autorità del tetrarca in Galilea (senza questioni matrimoniali). Luca infatti riporta solo le parole di Erode Antipa: «Giovanni l’ho fatto decapitare io…» (Lc 9,9). Un fatto politico è stato trasformato in una trasgressione adulterina, poiché il moralismo sessuale si è infiltrato molto presto nelle chiese.
Il vangelo iniziava dal cap. 3. La tempra da storico si manifesta anche nel grandioso incipit del vangelo con tutte quelle coordinate storico-geografiche [dal che si evince che dopo il proemio lo scritto lucano iniziava col solenne esordio del cap. 3, senza i racconti dell’infanzia]: «Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto il sommo sacerdote (al singolare!) Anna e Caifa..». Ovviamente i manoscritti seguenti, essendo due, l’hanno girata al plurale “sotto i sommi sacerdoti”: ma non funziona perché il sommo sacerdote annualmente era uno solo (per poi cambiare l’anno successivo), e non due come i consoli a Roma.
Luca è in difficoltà, ma ciò dimostra la sua serietà: infatti, come ci riferisce Giuseppe Flavio, cosa inaudita mai successa prima, un’intera famiglia per una decina d’anni aveva esercitato il sommo sacerdozio alternando i suoi membri (prima il suocero Anna, poi il genero Caifa…), per cui era difficile stabilire chi fosse sommo sacerdote in un determinato anno. Ne è una controprova il pasticcio colossale combinato in Gv 18,12-24 (su cui ritorneremo): il processo si svolge davanti ad Anna, ma col sommo sacerdote Caifa assurdamente assente, poiché solo dopo Anna invia Gesù legato da Caifa (18,24).
La cosa si risolve sottintendendo un “poi”: “sotto i sommi sacerdoti (o, come in un paio di manoscritti, sotto il sommo sacerdozio di) Anna e (poi) Caifa”. Infatti il ministero pubblico di Gesù non è durato un triennio (come si ritiene tradizionalmente), bensì meno di tre anni e più di uno, quindi intorno ai due: nel primo anno era sommo sacerdote Anna, e Caifa nel secondo.
Poi il vangelo odierno salta al cap. 4, omettendo le tentazioni (che saranno lette la prima domenica di Quaresima). Nel frammezzo sottolineiamo l’inserzione solo lucana (3,10-14; assente negli altri vangeli) del discorso di Giovanni ai pubblicani e soldati. In generale dice che chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto. Poi ai pubblicani di non esigere nulla di più di quanto è stato fissato, e parimenti ai soldati di non maltrattare e non estorcere niente a nessuno, accontentandosi delle loro paghe. Al di là dell’ovvietà (molto scontata) dei consigli del Battista ai pubblicani e soldati, è più significativo che Luca, eticizzando i comportamenti, abbia tradotto l’escatologia irata e “terroristica” di Giovanni in un discorso “esistentivo” [existentiell nei filosofi tedeschi, nel senso delle situazioni particolari dell’orto-prassi individuale]. Tale moralizzazione secolarizzata vale anche per noi oggi: ossia tradurre l’apocalittica catastrofica in una prospettiva esistenziale [existential, in senso generale e universalmente astratto].
Il rotolo del profeta Isaia. È una delle maggiori differenze tra Gesù e il Battista: la lieta novella di Gesù contrapposta al messaggio tremendo, fustigatore («Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?…Già la scure è posta alla radice degli alberi», Lc 3,7-9) e minaccioso di Giovanni.
Arriviamo così alla seconda parte del vangelo, ossia il discorso inaugurale nella sinagoga di Nazareth, suo paese natale; ad un illustre compaesano che sta diventando famoso vien dato il rotolo del profeta Isaia, ove Gesù vi trova e legge il passo di 61,1s, che egli applica a se stesso ed alla sua missione.
Il programma è forte: “portare la buona novella” ai poveri [in greco “evangelizzare”, che non significa catechizzare; il vangelo ai miseri non è un insieme dottrinale di dogmi], curare i ciechi e fasciare le piaghe dei cuori spezzati, dedicarsi alla liberazione degli oppressi. Gesù definisce questo suo progetto, di costante impegno, come «un anno gradito» al Signore, un giubileo ideale di grazia e rinascita salvifica, ma molto diverso dal nostro attuale. Quelli veterotestamentari avevano qualcosa di più impegnativo, soprattutto a livello sociale: le proprietà alienate ritornavano ai loro padroni originari, i debiti venivano rimessi, gli schiavi riscattati e liberati.
Giubileo turistico economico? Anche Enzo Bianchi è molto critico nell’intervista su «Il Giornale» del 3 gennaio 2025, p. 19: «Non credo che sarà qualcosa che veramente cambierà la situazione perché il Giubileo rischia di diventare un evento in cui ciò che è turismo, commercio ed economia potrebbero avere il sopravvento. Occorrerebbe che il Giubileo fosse vissuto come un evento di conversione, ma mai anche in passato i Giubilei lo sono stati». Citiamo il detto popolare: «Più si fan pellegrinaggi e meno ci si santifica», checché ne dica “Avvenire” (il 31 dicembre 2024 a p. 20): «la Porta santa simboleggia le braccia aperte del Padre celeste»; mentre invece è assai dubbio che il nostro sia un anno accetto al Signore (Lc 4,19).
L’anno santo è proprio il pieno ripristino della sacralità templare [che dovremo riprendere domenica prossima (2 Febbraio) per la festa della presentazione al tempio], contestata però da Gesù: «Viene l’ora in cui né su questo monte [il Garizim in Samaria] né nel tempio di Gerusalemme adorerete il Padre….ma i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4,21-23). Però in campo cattolico l’ora non sembra davvero arrivata, coi pellegrinaggi giubilari alle basiliche (romane e non), santuari, cattedrali, sacri monti: tutte chiese fatte di muri da varcare per entrare nello spazio sacro, in cui si giocano quasi tutte le proprie carte “religiose”, e non tanto nel profano-quotidiano.
Se si potessero riprendere le persone con una telecamera audio-video dal lunedì al sabato, ci vorrebbe una mente molto fine per capire se sono cristiani o meno; lo si evincerebbe solo dalla loro eventuale partecipazione alla messa domenicale (anche se non è decisiva).
Il sacro pomposo è un attaccaticcio che attira: sintomatico che migliaia di fedeli abbiano partecipato all’apertura del Giubileo nelle celebrazioni delle singole diocesi italiane domenica 29 dicembre, ma poi chiese semi-deserte la domenica successiva.






