Forse qualche lacerto di libertà è rimasto in Rai dopo «l’occupazione» da parte del governo in questi ultimi due anni, come afferma Romano Prodi nell’interessante libro-intervista con Massimo Giannini (pp. 278-79). La radio, anche per motivi di minor audience, può ancora permettersi spazi d’informazione seria gestita da ottimi giornalisti. Radio3 in prima battuta, ma anche Radio1 con Zanchini e Forlani al mattino e Loquenzi alla sera, partite di calcio permettendo. Un rapporto con gli ascoltatori ben diverso dagli ormai insopportabili talk show televisivi.

Chi volete che sia sintonizzato su Radio1 alle 6 e 10 di domenica mattina? Eppure vi potrebbe accadere di scoprire Est/Ovest, 20 minuti da radio Trieste, condotta dal bravissimo Walter Skerk, uscendo dal nostro tradizionale provincialismo, con un panorama sull’Europa orientale, centrale e sui Balcani.

Il 26 gennaio, il conduttore, non dimentico che Mussolini con l’adunata oceanica del 18 settembre 1938, lanciò proprio da Trieste la politica razziale del regime, rivendicandone l’urgenza e l’originalità e definendo l’ebraismo mondiale nemico irreducibile del fascismo, ci propone la vicenda di Bruna Levi. È un’allieva modello, fanatica ammiratrice del duce, ha vinto, con un tema, un viaggio premio a Roma. Ha subìto quella seduzione delle coscienze cui si riferisce lo storico Gianni Oliva a proposito dei totalitarismi.

La sua brutale esclusione dalla scuola è vissuta quindi come un tradimento da parte del duce e del re. La famiglia è benestante: il pensiero corre ai ferraresi Finzi-Contini. I compagni non la salutano più: «Ero diventata trasparente». Prevale l’indifferenza denunciata con forza da Liliana Segre a Milano, da Elena Ottolenghi a Torino e da molti altri. Per Bruna Levi, niente scuola ma anche niente ginnastica, tennis, niente radio e informazione (gli apparecchi venivano sigillati). Riuscì a finire il liceo alla scuola ebraica, ma non poté iscriversi all’Università. Con la famiglia riparò in Svizzera, giusto in tempo per sfuggire alle retate che portarono ad Auschwitz 880 ebrei triestini, pochissimi i superstiti.

Spostiamoci su Radio3, lo stesso giorno, in un’ora di maggior audience Uomini e profeti, alle 9,30. Andrea Montanari è a colloquio con Edith Bruck, sopravvissuta ad Auschwitz e alla terribile marcia della morte verso Ovest quando i lager polacchi furono abbandonati nella ritirata dei tedeschi verso la madrepatria. Rievoca la sua terribile esperienza ma ci avverte: «Non è mai tutto nero, un’ombra di luce la trovi sempre, uno sguardo umano ti tiene in vita, rappresenta l’umanità intera… guai se non ci fosse stata una speranza, io non sarei qui». Ed elenca le sue cinque luci: il tedesco che a colpi di calcio del fucile la spinge a destra, evitandole la camera a gas; il cuoco, che di fronte ad un essere totalmente spersonalizzato (n. 11152), le chiede gentilmente: Wie heisst du? Come ti chiami?; chi le porge una gavetta da lavare con un fondo di marmellata; chi le regala un guanto bucato; e infine chi le punta la pistola e poi l’abbassa rinunciando a sparare. Nei lager chi aveva meno di 16 anni o più di 46 non aveva scampo: Vernichtung. Tutto studiato con la massima cura, con la massima efficienza e razionalità. Edith Bruck di anni ne aveva 13…

A Palazzo Madama, sempre lo stesso giorno, 26 gennaio, si è aperta una mostra intitolata Giro di Posta. Primo Levi, le Germanie, L’Europa. Durerà fino al 5 maggio. È dedicata alla corrispondenza con i lettori di Se questo è un uomo, dopo la traduzione nelle principali lingue europee. In particolare ai lettori tedeschi che lessero la traduzione di Heinz Riedt, amico di Primo, perfettamente bilingue, soldato nella Wehrmacht e poi partigiano in Veneto. Grande commozione provocano i volumi in tedesco della biblioteca di casa Levi e le Olivetti 22 e 35 con cui furono scritte le corrispondenze. Vorrei soffermarmi in particolare su una di queste. Il penultimo elemento di cui parla Il dottor Levi, chimico, ne Il sistema periodico è Vanadio. Del tutto casualmente la ditta di cui è direttore tecnico ha una controversia per la fornitura dalla Germania di resine per vernici che non garantivano una perfetta essicazione. Il chimico che lavora per la ditta tedesca propone una soluzione che si rivelerà vincente con un additivo a base di un composto di vanadio. Si chiama Lothar Mueller, lo stesso nome di un ispettore civile della Buna, la fabbrica di gomma presso Auschwitz. Sarà la stessa persona? Impossibile, i Müller (Molinari) in Germania saranno 200.000. Invece è proprio lui. Avutane certezza, Levi gli spedisce una copia della traduzione tedesca di Se questo è un uomo con lettera d’accompagnamento. La risposta tarda, ma alla fine arriva. Ambigua. Oscillante tra la giustificazione delle sue scelte («fui trascinato inizialmente dal generale entusiasmo per il regime»), il superamento del terribile passato e qualche lusinga eccessiva («sono contento che lei si sia salvato». «Chiede un incontro, ma io ne ho paura» conclude Levi: «Né infame, né eroe… un esemplare umano tipicamente grigio… uno dei non pochi monocoli nel regno dei ciechi». Primo prepara una risposta, per quanto possibile, sincera, equilibrata e dignitosa. «Ammettevo» tra l’altro «che un mondo in cui tutti fossero come lui, cioè onesti e inermi, sarebbe tollerabile, ma questo è un mondo irreale. Nel mondo reale gli armati esistono, costruiscono Auschwitz e gli onesti ed inermi spianano loro la strada… perciò di Auschwitz deve rispondere ogni tedesco, anzi ogni uomo. E dopo Auschwitz non è più lecito essere inermi». La lettera non fu mai spedita e l’incontro fissato a Finale Ligure sei settimane dopo non ebbe luogo. Trascorsi pochi giorni, una telefonata giunse in casa Levi. Il dottor Lothar Mueller era morto improvvisamente, nel suo sessantesimo anno di età.

Un liceo di Torino pare abbia evitato, per timore di fronde “pro Palestina”, iniziative ufficiali della scuola per il Giorno della memoria, lasciando ogni eventuale proposta ai singoli docenti. Spero che le angosce e le tragedie del presente non attenuino la memoria delle tragedie passate.