Vangelo della 6ª domenica del Tempo ordinario (Luca 6,17.20-26)

È il celebre passo delle beatitudini nella versione più breve lucana, che avviene in un luogo pianeggiante; sarebbe quindi il “discorso della pianura”, ma preferiamo mantenere la dizione classica standard di “discorso della montagna” come in Matteo.

Fondamentale è l’opera in più tomi del mio maestro Jacques Dupont, il cui primo volume è dedicato solo al problema letterario di ricostruire il testo più antico (confrontandolo con quello di Matteo), il più possibile vicino a Gesù se non identico alle sue parole. Sono due volumi in francese, tre in italiano: Le Beatitudini, S. Paolo Ediz.: 1) Il problema letterario, 2) La buona novella [il cuore del messaggio] e 3) Gli evangelisti [il lavoro redazionale di Luca e Matteo].

Oltre alle beatitudini, il monaco benedettino belga è uno dei massimi esperti di entrambi gli scritti lucani [ad es. è sua l’osservazione che negli Atti quando si fa menzione dello “spezzare il pane” (Eucarestia) non si parla mai di ministeri (e men che meno di presbiteri-episcopi), e quando si parla di ministeri non si accenna mai all’eucarestia. Vedremo nella 15ª domenica del tempo ord. il suo magistrale commento alla parabola del buon samaritano].

Il fiorire della vita per tutti. Ridotto all’osso il migliaio di pagine di Dupont, il racconto più originario è proprio quello di Luca, relativo alle prime tre beatitudini; la quarta è un’aggiunta cristiana-ecclesiale sulle persecuzioni. Nonostante la 2ª persona plurale («Beati voi») di Luca sia più diretta, optiamo per la 3ª persona plurale di Matteo perché più universale: le beatitudini non valgono solo per gli uditori (in diretta dal vivo) di Gesù.

Dupont suggerisce altresì di spostare l’ora, l’adesso, nella seconda semifrase causale-esplicativa, ossia: «Beati i poveri perché di essi è il regno di Dio. Beati quelli che hanno fame, perché ora saranno saziati. Beati quelli che piangono [afflitti, sofferenti], perché ora rideranno [saranno consolati e felici]».

Le tre beatitudini vanno prese insieme, considerate un tutt’uno: beati (felici) i miserabili, sofferenti affamati… ecc., non perché sono tali e tali devono rimanere, bensì perché tutte le loro miserie (di qualsiasi tipo) “ora” stanno per essere ribaltate dal Regno; la felicità sta nel capovolgimento, non nel restare poveri.

Quindi il discorso della montagna dice “no” alla miseria, e “no” all’opulenza. Tutti gli uomini sul pianeta Terra devono godere della vita e provarne piacere; che nessun uomo debba pentirsi di essere venuto al mondo considerando la propria esistenza una maledizione: ossia il fiorire della vita per tutti in una situazione che oscilla tra la frugalità e un’abbondanza contenuta; perciò il contrario di ogni sofferenza (e belligeranza) nella speranza per il futuro.

Matteo invece le ha spiritualizzate generando (suo malgrado) una notevole confusione, perché diventano dei positivi, delle virtù morali da praticare, come i puri di cuore e soprattutto «gli operatori di pace che saranno chiamati figli di Dio»; dato che il verbo semitico «chiamare» è spesso equivalente al nostro verbo «essere» tout court (come già detto in passato), siamo figli di Dio soprattutto e in primo luogo nell’operare la pace (e non tanto nel battesimo). Certo non c’è contraddizione, anzi complementarietà; ad es. per vincere la fame nel mondo occorrono gli affamati di giustizia, in modo perfettamente confacente e consono.

La “dimenticanza” di Matteo. Non è perciò questo il problema, ma il fatto che il primo evangelista si sia… dimenticato di spiritualizzare la seconda (sugli afflitti), per cui la trappola è scattata: in un contesto globale di virtù positive, anche l’afflizione-sofferenza è diventata una qualità meritoria, in particolare un valore presso Dio tanto da essergli offerta in funzione espiatoria e sacrificale per la salvezza dei peccatori, per le anime del purgatorio ecc. Una trappola gigantesca che ha prodotto danni incalcolabili nella storia cristiana del cosiddetto “dolorismo”, sino al punto di auto-causarsi ferite e lacerazioni fisiche col cilicio.

Certo non era questa l’intenzione di Matteo, ma la sua “dimenticanza” ha favorito derive gravissime; avrebbe dovuto spiritualizzare anche la sua seconda sugli afflitti, del tipo: «Beati quelli che soffrono per amore, o nella lotta per la giustizia e la pace»; il valore non sta nella sofferenza in sé, ma in quello che l’ha causata, ossia nel loro impegno che li ha portati a essere perseguitati, imprigionati, torturati e uccisi. In pratica l’ultima beatitudine (sui perseguitati) avrebbe dovuto essere piazzata e sintetizzata nella seconda. Questo non significa che la spiritualizzazione sia un’invenzione di Matteo, estranea a Gesù; ma non qui, bensì in altri discorsi, situazioni e contesti.

Ai 4 beati seguono specularmente al contrario i 4 guai ai ricchi, sazi, gaudenti, opulenti. Questi sì che molto probabilmente sono un’inserzione lucana, poiché il tema ricchezza-povertà è una specificità di Luca, che è un rullo compressore al riguardo: micidiale con le parabole del ricco (Epulone) e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31), del ricco stolto (Lc 12,16-21), Lc 12,33s; 14,33 ecc. che leggeremo quest’anno.

Nelle sue lezioni romane il francofono Dupont, pur parlando bene la nostra lingua, ci ha chiesto: non so come risuoni in italiano quel “guai”, quale sia il suo significato più preciso. Ad ogni modo il greco ouai non significa una condanna, bensì un ammonimento molto severo: «Dovete fare molta attenzione voi opulenti, poiché la ricchezza comporta un altissimo rischio di esclusione dal regno» [anche se mi pregate nel culto: «Perché mi invocate “Signore, Signore” e poi non fate ciò che dico?» Lc 6,46]. Questo tuttavia razionalmente, perché poi Dupont diventava in volto rosso come il fuoco quando si adirava contro i ricchi Epuloni.

Teologia della prosperità? Quindi è scorretto che i tradizionalisti accusino quelli più aperti e solidali (compreso papa Francesco) di pauperismo, terzomondismo ecc., di essere troppo sbilanciati sulla cosiddetta dimensione orizzontale trascurando quella verticale (verso Dio nella pietà e nel culto); insomma di ridurre la fede, a loro dire, a un fatto socio-politico in una scelta cristiana di classe. Secondo loro invece il papa dovrebbe parlare di Dio, della Trinità, del Corpus Domini, del Sacro Cuore [come ha fatto nell’ultima enciclica probabilmente per ingraziarsi i tradizionalisti], e non di migranti, crisi climatica e simili. L’accusa è scorretta, poiché il tanto deprecato pauperismo non è altro che la prima beatitudine, la quale riassorbe le altre nell’impegnativo programma di Gesù, così lungo che lo leggeremo tri-partito in tre domeniche successive.

Nella seconda metà del secolo scorso, nei sinodi e nelle conferenze episcopali (soprattutto dell’America latina) si parlava dell’opzione preferenziale per i poveri [che non ho più sentito tanto nel nostro secolo]: ossia, per dirla col card. Pellegrino e padre Bartolomeo Sorge, la priorità da dare alla luce dell’insegnamento evangelico, non solo a parole ma in modo effettivo ed efficace, alle classi più povere per la loro promozione umana. È la scelta di una chiesa come servizio ai poveri, che sta con loro, li ricerca, li serve, riconosce e denuncia le situazioni di miseria; la scelta di una chiesa che esprima comunione, attraverso strutture di partecipazione che consentano ai poveri di stare a loro agio, di contare, parlare ed essere ascoltati. Questo è il vangelo (non un suo corollario), cioè la buona e lieta novella a chi sta e vive male.

Si potrebbe anche chiamare “Teologia della prosperità”, se questa denominazione non fosse stata “usurpata” da un movimento ben preciso sorto negli USA dell’800 e oggi sponsorizzato da Trump che ha costituito un “ufficio della fede” con i telepredicatori della suddetta teologia; e ha già tagliato i fondi agli uffici dei migranti e all’agenzia (la più grande del mondo) della Conferenza episcopale per il reinsediamento dei rifugiati, per cui i vescovi Usa sono costretti a licenziare il personale. Il “vangelo della prosperità” è uno stravolgimento individualistico e utilitaristico che abbatte il senso di solidarietà, che mette l’accento sulla fede come “merito” per ascendere nella scala sociale in una mancanza di empatia verso i poveri, considerati come persone dalla “fede insufficiente”. Quella di Trump e soci è una bestemmia (imperdonabile secondo Mc 3,29) contro lo Spirito Santo.