Un mito letterario come Ernest Hemingway scrive sul «Toronto Star Weekly» del 29.6.1922 «Mussolini è una grossa sorpresa. Non è il mostro che hanno dipinto. Ha un volto intellettuale ed è soprattutto un patriota». La c.d. marcia su Roma non era ancora avvenuta, ma il “biennio nero” era già in pieno svolgimento. Va detto, per correttezza, che si ricrederà abbastanza rapidamente. Invece nel novembre 1927, quindi dopo il delitto Matteotti e le leggi “fascistissime”, la prestigiosa rivista «The Mentor» titolava: Mussolini, the men of Italy, sotto un bel ritratto del duce in copertina. E una decina d’anni fa lo storico John Diggins affermava: «Qualunque sia la reputazione di Mussolini oggi, dal 1922 al 1935, la sua fu una figura stimata in quasi tutto l’Occidente. Gli americani in particolare riscontrarono nel duce doti accattivanti che gli consentirono di qualificarsi come un grande, non solo del suo, ma di tutti i tempi». Affermazione difficilmente contestabile se si pensa all’atteggiamento benevolo verso Mussolini di un mito politico come Winston Churchill e di parte della corte inglese, con venature addirittura filonaziste. Dopotutto le origini tedesche della monarchia Mountbatten (in tedesco Battenberg) erano innegabili, si fa per dire… Nel caso di Churchill giocava invece un certo disprezzo “etnico” verso gli italiani, «popolo notoriamente immaturo per la democrazia». Un altro storico illustre, di orientamento conservatore, Niall Ferguson su «Newsweek» (agosto 2012), per superare i danni del crack finanziario del 2008, rispolvera Mussolini, il cui governo «non si vergognava di identificare l’interesse dello Stato con quello del mondo degli affari» e aggiunge: «Se chi la crede così non sbaglia, il sistema politico americano potrebbe cambiare nel prossimo decennio».
Una visione profetica. Si direbbe che la presidenza Trump l’ha iniziata a realizzare e che il mondo degli affari non si accontenta più di condizionare dall’esterno la politica con lobbysmo ed enormi fondi elettorali, ma vuole entrarci in prima persona. Lo dimostrerebbero alcune scelte di Trump come quella di Elon Musk. In coerenza con questo quadro, poco rassicurante, si possono registrare le dichiarazioni del vicepresidente J. D. Vance (cattolico conservatore dell’America profonda), nei giorni scorsi a Monaco, alla c.d. conferenza per la sicurezza europea. Quanto a libertà e democrazia l’Europa deve temere se stessa (leggi: le forze di estrema destra non devono essere emarginate, «pas d’ennemis à droite») e per gli Usa l’Unione Europea costituisce un problema addirittura più grave di Russia e Cina. Trova conferma la tesi di Gianrico Carofiglio quando ci mette in guardia contro l’usurpazione e il furto di parole come democrazia e libertà: «un fenomeno lento, progressivo e ricorrente» (La nuova manomissione delle parole, 2023, p. 39).
Due ipotesi
È forse opportuno, a questo punto, fare una breve indagine storica sulle origini e la natura della destra americana e sui caratteri di quella democrazia, così diversa dalla nostra. Ci aiutano un recente articolo di Sergio Fabbrini («Il Sole 24 Ore», 9.2.2025) e, in modo particolarmente approfondito, un libro di Ennio Caretto (Editori Internazionali Riuniti 2013), dal titolo eloquente: Quando l’America si innamorò di Mussolini.
Fabbrini si chiede come Trump abbia potuto ottenere 77 milioni di voti popolari, conquistando anche la maggioranza alla Camera e al Senato e propone, con ampia citazione di studiosi americani, due diverse interpretazioni. La prima ipotesi parla di un fenomeno diffuso in molte parti del mondo, che potremmo definire una Weimar 2.0, cioè una situazione di «disgregazione favorevole all’affermazione di politiche e politici autoritari», simile a quella della Germania a cavallo degli anni Venti-Trenta del ’900. Il propellente è dato da un populismo di destra che gioca sulle paure («ieri degli ebrei, oggi degli immigrati») e sulle disuguaglianze crescenti e mira a promuovere gli outsiders, contro gli insiders, cioè caste ed élite, variamente privilegiate (Robert D. Kaplan e altri).
La seconda ipotesi legge invece il fenomeno Trump come tipicamente americano, evoluzione di quel nazionalismo sorto alla fine della prima guerra mondiale, prevalente politicamente sulla opposta visione internazionalista che propugnava la Lega delle Nazioni. Allora un gruppo di senatori, definiti “irreconciliabili”, espressione di organizzazioni patriottiche, veterani di guerra e chiese fondamentaliste protestanti dichiarò «la loro fede nel tenere vive le fiamme della Nazionalità». Fiamme dell’inferno, a mio parere, se guardiamo all’evoluzione storica della prima metà del ’900. Questa “ispirazione ideale” vide con favore l’ascesa del fascismo, del nazismo e del franchismo e si oppose all’entrata in guerra degli Usa. Dopo il ’45, attiva come John Birch Society, lottò contro l’Onu, la Nato, il Gatt (Accordo sulla libertà di commercio), la Corte penale internazionale, le leggi Usa sull’immigrazione, la cessione a Panama del controllo del Canale (tema recentemente riemerso), poiché le organizzazioni internazionali «minacciano l’autorità civilizzatrice delle nazioni bianche e cristiane, come l’America, favorendo i paesi ad essa ostili» (Jennifer Mittelstadt e altri).
Ampia la documentazione sullo stesso tema che emerge dal libro di Ennio Caretto, corrispondente da Mosca, espulso ai tempi di Breznev, poi inviato a New York per «La Stampa» e il «Corriere». A partire dall’accusa di filofascismo che si scambiavano, negli anni Venti, i due partiti americani. I democratici paventavano le restrizioni dei diritti civili e politici, mentre i repubblicani temevano qualche forma di programmazione economica, come poi avvenne con il New Deal di Franklin D. Roosevelt.
Per il resto, con il fascismo, fu love story fino all’aggressione all’Etiopia, se non fino alle leggi “razziali” del 1938. Con l’aiuto della comunità italoamericana, in prevalenza fascista, con i successi sportivi alle olimpiadi di Los Angeles (1932) e con un film di cassetta come Mussolini parla (Columbia pictures, 1933) si confezionò il mito del grande statista, vezzeggiato e ammirato non solo negli ambienti di destra. Si aggiunga l’invio a Roma di ambasciatori filofascisti e il regime visto come argine al bolscevismo in Europa, in un quadro oleografico e superficiale. «La classe media italiana – sostenne il filosofo di sinistra Harold Laski – di fronte alle antitetiche figure di Lenin e Mussolini, si è rivolta a quest’ultimo. Una nazione di cattolici, alle prese con una crisi di valori morali, ha comprensibilmente visto in Mussolini il suo redentore, il vincitore del materialismo».
Una versione “commerciale” della politica
Questa lettura della realtà, sempre presente nella storia americana, raggiunge il massimo del potere con la seconda elezione di Trump. Il primo dato è il rifiuto di ogni regola e organizzazione supernazionale, per l’affermazione pura e semplice dei rapporti di forza e delle sfere d’influenza, con divisione dei singoli stati in dominanti e vassalli. Vedasi il trattamento che Trump sta riservando all’Ucraina. Una specie di versione “commerciale” della politica che non esclude il ricorso a trucchi da bisca, ricatti, disprezzo, insulti e stravolgimento della realtà. L’Europa, in questa prospettiva, è una costruzione da demolire al più presto. Come se non bastassero le forze centrifughe interne all’Ue, che già minano il nostro vivere democratico e il nostro welfare. Il calo delle nascite, l’invecchiamento della popolazione, l’euroscetticismo alimentato dai partiti sovranisti, la complessità delle procedure e la lentezza delle decisioni. All’interno dei singoli stati si registrano, poi, non poche devastanti contraddizioni tra esigenze economiche e scelte politiche dei cittadini e dei partiti. Nella Germania rurale, ad esempio, quella che vota per AfD e per la cacciata degli immigrati, l’80% dei medici di base sono siriani, russi o rumeni. Altrettanto accade negli ospedali dei piccoli centri con il personale infermieristico. Si tratta di sanità pubblica, cioè di una componente essenziale del welfare. Ma quanti piccoli imprenditori del nord-est italiano che votano Lega o Fratelli d’Italia, poi lamentano di non trovare personale per espandere la loro produzione. Addetti che non possono che provenire dall’immigrazione. Forse l’attuale governo, anziché disporre nuovi bonus per un improbabile incremento della natalità (con un aumento di lavoratori che comunque si verificherebbe tra un quarto di secolo) dovrebbe impiegare anche solo una parte dei fondi buttati in Albania per una seria politica di integrazione, con priorità per quelle mansioni di cui c’è ormai una irrimediabile scarsità.
La strada non è facile, ma a pensarci bene non risponde solo a scelte minime di umanità, ma anche di convenienza per tutti.







Molto interessante e ben documentato,come sempre, il tuo articolo, Pier Luigi. A me viene un dubbio inquietante: destra come categoria pensiero?