Tutto sta cambiando, ma per qualcuno − anche nell’era Trump − il pericolo numero uno restano… i pacifisti. Lo scorso 18 febbraio, mentre a Ryad si incontravano le delegazioni di Stati Uniti e Russia, l’editoriale di Angelo Panebianco lo additava sin dal titolo Il vero pericolo. Rappresentato a suo avviso, oltre che dagli antioccidentali di professione, «dai Peter Pan, quelli che credono che basti dichiarare che non vogliamo nemici perché i nemici scompaiano di colpo, quelli che non vogliono crescere, che non vogliono abbandonare l’isola che non c’è». In sostanza, le «opinioni pubbliche pacifiste» europee: che anziché «guardare in faccia la realtà» preferiscono «mettere la testa sotto la sabbia» e sottrarsi al gigantesco impegno che ci attende per il potenziamento dei nostri eserciti.
Peccato che se siamo arrivati a questo punto è anche perché in questi tre anni hanno prevalso in Europa non i Peter Pan, ma i Panebianco: quelli che trattavano da ingenui i fautori del negoziato e della mediazione, consideravano un traditore chi suggeriva di lasciare aperti i canali di comunicazione con la Russia, rappresentavano Putin come il nuovo Hitler e quindi lasciavano intendere che l’unica prospettiva era la prosecuzione della guerra a oltranza. Costoro – quelli che «guardano in faccia la realtà» – persino dopo l’evidente fallimento dell’offensiva ucraina della primavera estate 2023 hanno continuato imperterriti a scommettere sulla prosecuzione di una guerra che gli stessi generali dichiaravano inconcludente (basta rileggere i fascicoli di Limes, che spiegavano con dovizia di analisi come l’Ue si candidasse a uscirne con le ossa rotte). E anziché abbassare i toni li hanno addirittura alzati, arrivando a parlare di soldati europei sul campo di battaglia. E ancora in questi ultimi mesi, dopo l’insediamento di Trump, hanno continuato a ripetere − con la commissaria Ue alla politica estera – che di Putin non ci si doveva comunque fidare: salvo poi invocare un posto a un tavolo negoziale che evidentemente non volevano (e correre a varare il sedicesimo pacchetto di inutili sanzioni, dopo aver accettato che a inizio anno l’Ucraina interrompesse il transito del residuo gas russo verso l’Europa).
Se i pacifisti sono dei Peter Pan, che dire di costoro, che li accusano con saccente presunzione, ma alla prova dei fatti appaiono del tutto incapaci di proporre alcunché al di fuori dello sforzo bellico o militare, e di costruire e attivare una qualsiasi diplomazia di pace, e di lavorare per equilibri che non comportino in primo luogo lo scontro armato?
Ucraina, 3 anni dopo
Ora, di fronte al clamoroso voltafaccia degli Stati Uniti e al ‘bullismo’ del loro presidente, l’Europa non sa fare altro che rinnovare a Zelensky le sue velleitarie promesse e accelerare il proprio riarmo. Certo, è difficile costruire o improvvisare una diplomazia di pace dopo che per tre anni si è finto di credere alla vittoria su Mosca, o almeno di fantasticare sul suo tracollo. Ma prima o poi (meglio prima che poi) si dovrà pure avere il coraggio di riconoscere che anche per molti ucraini è meglio una pace dolorosa che una guerra infinita. E che è oggi del tutto illusorio prospettare al nostro continente un futuro che prescinda da qualche intesa con la Russia e la Cina. O vogliamo affidarci soltanto alla già fiorente cooperazione con le belle democrazie del Nordafrica, del Caucaso e del Medioriente?
Evidentemente – nonostante l’evidenza di tanti disastrosi fallimenti − ad alcuni non è ancora abbastanza chiaro che il confronto con le dittature e le autocrazie non va portato sul terreno mortifero e paludoso della guerra: a meno che ci si voglia invischiare in una conflittualità permanente dagli esiti sempre più tragici. Affrontare il problema della difesa europea è necessario e urgente, ma avrà senso soltanto se si accompagna alla ferma volontà di perseguire in tutti i modi la pace. E garantire quindi, anche tra ordinamenti e regimi diversi, la coesistenza: un valore che era ben presente agli estensori dell’art. 11 della nostra Costituzione e ai fondatori del progetto europeo. E a politici come Willy Brandt, fautore della ostpolitik che preparò gli Accordi di Helsinki del 1975.
Borgomastro di Berlino nei giorni della costruzione del Muro, Brandt conosceva bene il valore della democrazia, ma aveva altrettanto chiaro che scongiurare sempre e comunque la guerra era il dovere supremo. A partire dal conflitto nei Balcani del 1999 e dalle scelte di Blair quella consapevolezza si è persa: è prevalsa – anche a sinistra – la convinzione che (in alcuni casi, opportunamente selezionati) l’intervento militare sia la via giusta e addirittura auspicabile per ripristinare il diritto.
Nei fatti, questo si è ovunque rivelato un tragico abbaglio, che ha prodotto tante inutili stragi e lasciato interi paesi in balia del caos, delle milizie e della spirale dell’odio. Adesso vogliamo illuderci che – dove hanno fallito gli Stati Uniti con la loro potenza tecnologica e militare – possa riuscire l’Europa, se anche fosse disposta a dissanguarsi e snaturarsi riconvertendo l’economia civile in economia di guerra? (si veda, in proposito, l’articolo di Francesco Verderami sul Corriere del 1° marzo: Da fabbriche d’auto a industrie belliche. Il piano segreto della premier).
Per di più, rispetto agli anni Settanta, siamo in presenza di una novità di portata planetaria: il cambiamento climatico, che esige sforzi comuni non soltanto per la coesistenza, ma per l’esistenza stessa delle generazioni future. Ignorare l’assoluta necessità di una cooperazione su questo terreno significherebbe davvero «mettere la testa sotto la sabbia». Invece, mentre Trump taglia pesantemente tutti gli aiuti umanitari, noi europei ci accingiamo (più o meno silenziosamente) a fare altrettanto. Onore ad Anneliese Dodds, ministra britannica per lo Sviluppo Internazionale, che ha rassegnato le sue dimissioni di fronte alla decisione di Starmer di dimezzare entro il 2027 il bilancio del suo ministero per finanziare il riarmo.
Da ultimo, una domanda. Nell’epoca dell’informazione/disinformazione globale, mentre giustamente denunciamo le mille fake news, quanti servizi giornalistici o televisivi abbiamo visto sugli ospedali ucraini o russi che in questi tre anni hanno accolto agonizzanti decine di migliaia di giovani soldati? Tanto unanime pudore appare un po’ strano e sospetto. Ma si sa, in guerra serve la propaganda, non certo alimentare il disfattismo. Poi, con una bella faccia tosta, si invitano i pacifisti a «guardare in faccia la realtà».






Come sempre il prof. Pagliero va alla radice dei problemi, con analisi attente e puntuali.
Lo fa con garbo ed educazione, senza il livore al quale ci hanno abituati molti dei media di oggi.
Grazie.
Lucido e drammaticamente realistico