Nella risoluzione del Parlamento Europeo approvata il 12 marzo, che detta i principi programmatici per il libro bianco della futura difesa europea, una frase viene ripetuta. Nell’art. 3 il Parlamento «ribadisce la sua convinzione circa il fatto che sui campi di battaglia ucraini sarà deciso il nostro futuro» e nell’art. 18 «ricorda la sua convinzione che è sui campi di battaglia ucraini che si deciderà il futuro dell’Europa». La ripetizione non pare frutto di una svista o di disattenzione. Piuttosto evidenzia la visione (e la chiave interpretativa) che sorregge l’intero testo e l’approccio con cui l’Ue intende affrontare il nuovo scenario internazionale, assegnando la priorità al tema del riarmo.

Al riguardo, è utile porsi un paio di domande. Innanzitutto , se quell’assioma sia vero. In secondo luogo − e posto che lo sia − quali conseguenze ne derivano. Circa la sua fondatezza, il dubbio è per lo meno lecito. Certo, quanto è avvenuto sul terreno dello scontro armato non è stato irrilevante, specialmente nel primo mese dopo l’invasione, quando l’avanzata russa verso Kiev fu fermata. Ma è un dato di fatto che nei tre anni successivi − a fronte di centinaia di migliaia di morti − la linea di confine si è spostata ben poco; e che ormai da tempo ci si massacra per un palmo di terra, senza altra prospettiva che la prosecuzione a oltranza del conflitto. Ed è un dato di fatto che l’unica svolta significativa (ci piaccia o no) non è venuta dalle alterne vicende dei combattimenti, ma da un’iniziativa di carattere diplomatico.

Alla fine, ha avuto ragione il comandante dell’esercito Usa, Mark Milley, quando avvertiva che non ci sarebbe stata soluzione militare: una lezione che purtroppo l’amministrazione Biden ha voluto ignorare e che l’Europa sembra volere ignorare tuttora, ripetendo imperterrita che «il nostro futuro si decide sui campi di battaglia ucraini». (Il che forse è anche vero, ma solo in piccola parte: mentre questa ostinata “convinzione” spiega assai bene l’attuale difficoltà/inettitudine dell’Unione a muoversi sul terreno di un’iniziativa diplomatica che esigerebbe coraggio e lungimiranza, in coerenza con i valori umanistici della sua migliore tradizione culturale).

Dice assai bene, nella risoluzione, l’art. 7, quando «ritiene che la diplomazia debba rimanere una pietra angolare della politica estera dell’Unione Europea». Ma tale affermazione suona posticcia in quanto non trova alcun riscontro in quanto segue; e anche della Cina si segnalano soltanto le “minacce”, anzi viene frettolosamente arruolata tra i più stretti alleati della Russia («sostenuta dai suoi alleati tra cui Bielorussia, Cina, Corea del Nord e Iran»).

D’altronde , se siamo così assolutamente convinti che «il nostro futuro si decide sui campi di battaglia», perché affaticarci nelle sottigliezze della diplomazia? Meglio puntare tutto sul potenziamento degli eserciti nazionali, a partire da quello tedesco (mentre la Difesa Comune sarebbe altra cosa).