Strange case of Dr Jekill and Mr Hyde di Robert L. Stevenson, pubblicato a Londra nel 1886, è diventato un richiamo proverbiale in molte lingue e culture. Sotto l’aspetto fiabesco il tema è stato ripreso da Italo Calvino nell’impagabile Visconte dimezzato, le cui due metà alla fine si riuniscono formando quell’umanità “normale”, né troppo buona, né troppo cattiva in cui ciascuno di noi riconosce se stesso. Questa premessa, apparentemente balzana, ha invece molto a che fare con la mia esperienza di mercoledì scorso 19 marzo. Giornata passata a seguire in diretta su Radio Radicale le dichiarazioni di Giorgia Meloni, concluse con il coup de théâtre sul Manifesto di Ventotene. Una operazione culturale piuttosto becera, basata su brevi citazioni avulse dal contesto letterario e soprattutto da quello storico, o una raffinata manovra diversiva per distrarre l’attenzione dell’opposizione dai guai interni alla maggioranza in ordine ai temi europei? Se si sceglie questa seconda ipotesi, direi che lo scopo è stato raggiunto. Grande caciara, bagarre, la palla finisce in tribuna. Qualche deputato non ha ben chiara la differenza tra confine e confino, voci strozzate, commozione e pianti, la giusta indignazione si esprime in forme forse un po’ esagerate. Propongo quindi una terza ipotesi, una trasfigurazione della nostra presidente del consiglio, con il massimo rispetto s’intende, ora in una Lady Jekill, ora in una Mrs Hyde. Quest’ultima impersonata, con tono stentoreo e tribunizio e con fare beffardo in chiusura di seduta mercoledì scorso. Giorgia Meloni non è nuova a questi déguisement. Europeista ed atlantista impeccabile alla corte di Ursula von der Leyen, in pieno accordo con i presidenti Usa, sia repubblicani che democratici, si trasforma in una comiziante scatenata quando approda ai congressi di Vox in Spagna, invitata dal suo amico neo-franchista Santiago Abascal, o al più recente convegno delle destre. Dove si è visto, tra un appoggio agli estremisti tedeschi di AfD e qualche saluto nazista, il palese imbarazzo perfino del Segretario del Rassemblement National di Marine Le Pen. Una specie di “richiamo della foresta” e in questo caso Jack London ci fa strada.
Federale o intergovernativa
Del resto non era Giorgio Gaber che, delineando mirabilmente la figura del conformista, cantava «mi sento orientalista, europeista, animalista, americanista e come un po’ tutti socialista…». Ma siamo seri. Il Manifesto nasce dall’incontro di varie tradizioni culturali di sinistra e ha come fine essenziale il superamento dei nazionalismi bellicosi che impedivano la convivenza pacifica dei popoli europei. Nella seconda metà del 1941 tutta l’Europa continentale, ad eccezione di Svezia e Svizzera, era governata o invasa dal nazifascismo o da regimi affini. Con l’operazione Barbarossa le armate tedesche dilagavano nelle pianure russe, la Gran Bretagna temeva uno sbarco tedesco (Operazione Leone marino) e gli Usa non erano ancora entrati in guerra. Si era veramente all’”ora più buia”. In più le convinzioni comuniste, almeno fino al 1937 di Spinelli, quelle socialiste di Colorni e quelle radicali di Rossi provavano sgomento per l’involuzione degli eventi in Urss, dove si era affermato il più feroce stalinismo, con emarginazioni e assassini che non avevano risparmiato alcuni comunisti italiani (cfr. tra gli altri A Mosca solo andata di A. Petacco, 2013). Si aggiunga infine in quel frangente la crisi delle democrazie (Francia e Gran Bretagna), rivelatesi incapaci di fronteggiare il nazifascismo. In tale temperie gli estensori del Manifesto proponevano un’Europa federale come unica possibilità di superamento dei nazionalismi contrapposti. Una grande intuizione che rimase tale, perché l’Europa che abbiamo visto delinearsi nel dopoguerra, a partire dalla “Dichiarazione Schuman” del 9 maggio 1950, che fu base di partenza per la costruzione l’anno successivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e poi nel 1957 al Mercato Comune, non produsse uno Stato federale ma un’Unione intergovernativa, in cui ogni singolo stato, nelle materie più importanti continua ad avere il diritto di veto. Mentre i tentativi di approvazione di una Carta Costituzionale europea sono miseramente naufragati e anche l’escamotage di spingere l’integrazione economica (moneta unica innanzitutto) perché questa avrebbe trascinato l’unità politica si è rivelata una pallida speranza, non seguita dai fatti. Il grande merito di quel documento resta quindi l’idea generale e coraggiosa, formulata in un momento in cui tutto sembrava crollare, per costruire un futuro di pace e convivenza in Europa. A prescindere da singoli aspetti, discutibili, evidenziati e strumentalizzati da chi ha preparato le citazioni lette da Giorgia Meloni in Parlamento. Per ulteriori approfondimenti consiglio una meditata riflessione della Fondazione Ernesto Rossi/Gaetano Salvemini di Firenze, reperibile in rete.
È comunque singolare che gli eredi politici e culturali di coloro che condannarono al carcere e al confino gli estensori del Manifesto di Ventotene si ergano a esegeti della libertà a proposito dei rapporti tra partito rivoluzionario e masse popolari. Eredi non pentiti in quanto certificano tuttora la loro provenienza da quel simbolo presente nel logo di Fratelli d’Italia: la fiamma del Movimento Sociale che illumina la tomba di Mussolini e rievoca i “nefasti” dell’ultimo fascismo di Salò.







E’ un contributo eccezionale perché, utilizzando la grande ma ben conosciuta letteratura, inquadra come merita l’intervento della presidente del consiglio, fuori da ogni cornice storico-politica in cui solo hanno senso le esternazioni di chi ci governa. Con mano delicata, ma senza perdere l’occasione, l’A. rileva una confusione oggi diffusa e autorevolmente permessa: confini/confino. Grazie
Articolo ottimo , se non perfetto per la composizione e l’argomentazione. Complimenti Pier.