Forse, più che interessi contingenti e giochi sul tavolo armato tra le diverse volontà di potenza, la politica, specialmente in momenti oscuri come questo inizio 2025, dipende dalle “culture profonde”. Johan Galtung, l’iniziatore della scientifica “peace research”, utilizza questo concetto per individuare, nelle diverse civiltà umane, la disponibilità alla violenza o alla pace. Galtung intende “cultura profonda” come cosmologia, visione del mondo, quei presupposti profondi e idee collettive sulla realtà che definiscono cosa è normale e naturale. La cosmologa è inconscia, l’ideologia è cosciente. Galtung individua sei di queste “macro-culture” nel mondo umano, che spesso sono religioni, espressioni di significato della realtà vissuta (cfr J. Galtung, Pace con mezzi pacifici, 2000, manuale universitario di cui ho tentato una sintesi in Fino alla liberazione dalla guerra, 2025, a p. 168 questo riferimento).

Un articolo di Gilberto Squizzato, circolato a fine febbraio, applica un metodo simile nell’analisi del momento che segue all’avvento di Trump. Lo intitola “I tre vangeli”. Proviamo a darne una sintesi.

Non serve a nulla deprecare la malasorte che oggi ci riserva il funesto e brutale trumpismo, dietro cui veleggiano sovranisti, neonazisti e neofascisti. Oggi la Cina sta recuperando la propria millenaria grandezza, con risorse intellettuali che le consentono di competere con la tecnologia occidentale. Il mondo islamico è lacerato da una faglia che oppone al suo interno l’orgoglio degli integralisti religiosi e l’opportunismo pragmatico delle élite arabe coi loro immensi capitali petroliferi (ma dipendono dalle tecnologie che non sanno produrre in proprio). L’India, forte del primato in campo matematico, diventa comprimaria dell’economia mondiale grazie alla prodigiosa espansione tecno-industriale. Che cosa succede in Europa e negli USA?

Succede, ad avviso di Squizzato, una devastante guerra di religione fra tre diverse, inconciliabili, versioni del cristianesimo. Non sempre (come voleva Marx) la religione è una sovrastruttura emozional-culturale. Essa invece, oltre che matrice di diverse visioni del mondo, e dunque di differenti antropologie ed etiche), può produrre potentissime configurazioni politiche e differenti modelli economici che spesso giungono a scontrarsi.

Trump. Trump, Vance, Musk, e con loro Bannon, e tutti gli ideologi del nuovo imperismo/suprematismo americano che ci terrorizza perché intende spazzare via il modello democratico per sostituirlo con un assolutismo autocratico fino a ieri inimmaginabile, non sono infatti assurti al potere (politico, tecnologico) dal nulla o solo per un obnubilato voto popolare che ha dato la Casa Bianca alla SuperDestra USA. Non abbiamo a che fare con dei pazzi invasati, né con dei magnati dei media e dei social che manipolano plebi ignoranti in cerca di vendetta sulle élites colte e woke. O almeno, non c’è solo questo alle origini della mutazione epocale che ci sgomenta. Neppure dobbiamo vedere solo un nuovo delirante imperialismo post-sovietico nella ostentazione di forza di Putin. Io credo – dice Squizzato – che dobbiamo vedere più in profondità, per tentare di capire.

Putin. Nella spregiudicata autocrazia di Putin possiamo riconoscere la reincarnazione post-moderna del millenario cristianesimo bizantino che salda strettamente trono e altare. In questa teologia del potere assoluto, da mille anni, il concetto di impero è intrinseco al concetto di stato: la successione dei cesari-czar garantisce l’eterno ordine del mondo, anche con l’uso sfrenato della forza. Per 70 anni l’URSS formalmente atea ha sostituito la religione con l’ideologia, ma col crollo del comunismo la Chiesa russa (il patriarca Kirill) , in cambio di non pochi privilegi, si è rimessa al servizio del trono imperiale, fornendogli una dottrina dello stato che ne celebra il potere assoluto di vita e di morte come interprete della volontà divina, e pretende obbedienza assoluta dal popolo figlio della “grande Madre russa”: perfino mandando a morire in Ucraina centinaia di migliaia di soldatini moralmente assoggettati a una sudditanza assoluta.

Al polo opposto, il trumpismo porta ai suoi esiti estremi l’etica calvinista da cui, secondo Max Weber, è nato il capitalismo del xx secolo (non quello “temperato” dal cattolicesimo delle banche italiane del Rinascimento). Se il successo della propria sfrenata attività lavorativa e speculativa è la prova della predilezione divina, nessuno la incarna meglio della nuova Destra americana. Trump è acclamato e votato dalle folle dell’integralismo protestante USA che lo vedono come il messia di questo “Vangelo della prosperità”, per il quale la ricchezza è il segno dell’approvazione divina. Lo stesso Tramp, scampato a due attentati, si dice salvato da Dio per questa grande missione. Nella Casa Bianca ha costituito l’Ufficio per la fede affidato a un’esaltata telepredicatrice pentecostale.

Ma attenzione: tutto questo non è un’aberrazione del capitalismo calvinista, ma l’essenza dell’America che sul dollaro ha scritto “In God we trust”, ma anche (in latino!) “Annuit coeptis” (di Virgilio), cioè “Dio approva le nostre imprese” (politiche, economiche, militari). Per non dire del principio costituzionale che garantisce a ogni yankee il diritto a perseguire la (propria) felicità con ogni mezzo: e pazienza se è a scapito di altri. Negli USA i cattolici sono decine di milioni: ma anche loro sono stati permeati dall’etica calvinista, e moltissimi hanno votato Trump.

Francesco. Accanto (contro) questi due Vangeli (quello bizantino di Putin e quello calvinista di Trump) ce ne sarebbe un terzo: il Vangelo dei Poveri di Francesco, ma sappiamo bene che oggi è perdente (e non può non esserlo, per sua natura).

E l’Italia e l’Europa? Sono il campo di battaglia di queste tre opposte letture del Vangelo. Le prime due, lo vediamo in questi giorni, possono anche venire a patti perché si fondano sugli assiomi del potere (la prima) e della potenza economica (la seconda). A quella di Francesco potrebbe assomigliare di più la visione laica dello Stato, nata in Europa per affermare libertà, giustizia e uguaglianza, visione oggi assalita dagli autoritarismi illiberali di Washington e di Mosca.

Meloni. E Giorgia? A lei i primi due modelli di cristianesimo piacciono allo stesso modo, ma poiché siamo in Occidente, lei asseconda l’imperatore americano, simpatizzando per una società gerarchica, dalle spaventose disuguaglianze, quella realizzata dal turbo neoliberismo capitalista. Meloni parla di Patria e di religione, ma l’avete mai sentita parlare di uguaglianza? Non le dispiace il modello autocratico di Orban e Putin: non può esporsi troppo, però persiste in quella direzione: a che serve il premierato se non a rafforzare il potere del capo del governo a discapito di ogni limitazione e divisione dei poteri?

Questo è, secondo Squizzato, il conflitto religioso profondo ma non percepito che divide anche oggi l’Occidente cosiddetto cristiano. A fronte della nuova alleanza fra la religione russo-bizantina di Putin e la religione calvinista del Vangelo trumpiano della Prosperità, spetta agli uomini liberi difendere la laicità dello stato democratico non confessionale. E a chi vuole essere radicalmente cristiano si offre l’opzione del Vangelo liberante dei poveri, che si batte per l’uguaglianza e la solidarietà planetaria.