Registro di scuola 2024-2025 / 3
15 ottobre
Perché fare il prof. Vengo a sapere da alcuni suoi compagni che una allieva dopo la maturità si è presa la soddisfazione di inviare al suo ex professore una lettera: «Caro professore, aspettavo la fine degli esami e di questi anni per poterle dire quello che penso di lei. La domanda che mi faccio è perché abbia scelto di fare il professore: evidentemente non le piace insegnare, non le piacciono i ragazzi e non è bravo a farlo, ma forse è l’unica cosa che è riuscito a fare nella vita. Mi spiace per qualsiasi cosa che le sia accaduta per farla diventare una persona così sgradevole e infelice, ma questo non le dà il diritto di riversarla sui ragazzi.
Le consiglio di rivedere i suoi modi, perché in una comunità serve per prima l’educazione e per secondo il rispetto, e lei non ha nessuno dei due. Durante una lezione mi ricordo una sua frase: “Questa classe è nata male e cresciuta peggio”. Volevo ricordarle che tra tutti gli insegnanti, proprio lei è stato con noi dalla prima alla quinta, quindi se la classe è veramente “cresciuta peggio”, chi l’ha portata in questa direzione è proprio lei. La sua materia si impara in una vita intera, e non metto in dubbio la sua cultura, ma c’è una differenza fra sapere e insegnare, e se lei non sa fare quest’ultima non può incolpare i ragazzi al posto suo. Non siamo noi ad essere stupidi o non essere capaci, ma è lei a non sapere fare il suo lavoro.
Sono sicura che ogni persona nella nostra classe riuscirà a realizzarsi e a essere qualcuno nella vita, vivendone una migliore della sua. Noi abbiamo una vita davanti per migliorarci, lei ormai ha deciso di viverla così ed è proprio questo che mi ha fatto capire ciò che non voglio essere in futuro. Forse allora in questi anni qualcosa me l’ha insegnata».
I ragazzi sono molto duri, quando vogliano. Ma le osservazioni che fa non lasciano indifferente chi fa il mio mestiere. L’allieva ha preso 20/20 di colloquio e, pur non avendo raggiunto il massimo dei voti, si è piazzata a un ottimo risultato.
11 gennaio
L’ideale della mummia. Nello scrutinio di una classe come da tempo non ne avevo, il coordinatore propone come voto di condotta il 10 per tutti. Soluzione ragionevole in quanto per avere il 10 non occorre dimostrare un comportamento scolastico corretto e collaborativo. Curiosamente nella discussione alcune colleghe insistono per abbassare il voto ad alcuni (pochi) allievi: 9, e non 10. E perché? Perché quello l’altro giorno mangiava un panino, e quell’altro non stava fermo sulla sedia (è alto quasi 2 metri a 14 anni…), e l’altro con gli occhi dopo aver cercato il compagno due file dietro dava cenni di intesa. Comportamenti gravissimi, me ne rendo conto. Tanto che un collega scherzosamente sbotta: «Mi pare che siano solo maschi quelli che meritano il 9!». Parte la difesa di ufficio: «Non scherziamo! C’è anche una ragazza». Vero. Quando finisce lo scrutinio, sono io a dare uno sguardo di intesa ai miei colleghi che insegnano matematica e fisica: basta uno sguardo per capirsi. E andando a casa in bici, pensavo che forse alcune colleghe pensano che il comportamento ideale di un allievo sia quello… della mummia: fermo, composto, regale, irreprensibile. Ovviamente una mummia che parli e risponda alle domande, anzi nel caso faccia domande.
1 febbraio
Applausi. Per la Giornata della memoria di quest’anno abbiamo messo su molto velocemente uno spettacolo sulla storia degli ebrei di Saint Martin Vesubie. Alla fine scrivo a tutti gli allievi, una ventina, quasi nessuno mio, questa lettera di ringraziamento: «È stata una esperienza bellissima per tutti noi che ci abbiamo partecipato. E grazie alla collega (come avremmo fatto, senza di lei?), arrivata come per miracolo con una mail («Posso…?», ma certo che puoi!) e con cui io − pur avendola forse vista in sala prof − non avevo mai scambiato una parola, ma grazie anche i contributi più piccoli e invisibili: Il collega che ci ha dato le tavole da step, mia madre che ha cucito i colletti delle camicie da prete e il colletto da prete che ci ha dato il collega don, e il tecnico che ci ha dato i microfoni che non si spengono, ecc. ecc.
Lo spettacolo nasce a Natale, come Gesù Bambino, da un paio di pomeriggi passati tra me e Giorgio, il mio amico e collega, prima di Capodanno a capire cosa fare, quando, ecc.: avevamo in mente quello che avevamo fatto l’anno scorso e si voleva fare qualcosa di meglio. Ovvio. Tempo zero. Perché al ritorno a gennaio per noi ci sono gli scrutini di pomeriggio, e poco tempo per pensare. L’idea era: non parliamo di cose lontane, parliamo di una storia italiana. Altra idea: mettiamo i lettori/attori nel pubblico, per provocare gli spettatori, per evitare di farli stare passivi. E infine: non è il caso di insistere sempre su deportazione, morte, disperazione. Non perché non sia vero, ma perché alla fine ai ragazzi tu devi lasciare sì un monito, ma anche qualcosa che si possano portare via con se, una necessità di scegliere in proprio da che parte stare. Cose così. Embrioni di idee.
L’anno scorso a marzo con amici sono stato a Borgo San Dalmazzo (e sarebbe pure bello andarci insieme…), ma quasi non me ne ricordavo. In una telefonata con un altro amico (che verrà l’11 di febbraio a scuola per parlare di foibe) mi butta l’idea: la storia degli ebrei di Saint Martin Vesubie… Giusto: che cretino, non averci pensato! Mi informo: c’è un libro su questo, ma è introvabile, l’ha scritto Alberto Cavaglion, gli scrivo, è un amico, purtroppo è fuori casa per un paio di settimane e non può darmi nulla. Peccato. Cerchiamo: e viene fuori un documentario di Paolo Mieli e poi un sito digitale del Museo di Borgo fatto benissimo. Li propongo al collega. Io non so come abbia fatto: ma credo che in un fine settimana di quasi totale isolamento (prima c’erano gli scrutini!!!) scrive un copione. Non so se si è drogato: funziona! Ma… non va ancora bene: va riscritto, da capo. Questo non va, questo bisogna cambiarlo ecc. ecc. A fare le critiche è facile. Lui si rinchiude di nuovo, e partorisce il testo che avete avuto in mano. Anzi: non proprio: il testo credo sia cambiato ancora la sera prima: perché Elisa ha cancellato mezza riga ripetuta, perché Beniamino (vuoi che non faccia l’originale, lui?) ha riscritto il suo monologo asciugando e piemontesizzando l’originale. Un lavoro collettivo, tante teste, tante mani: ma un unico obiettivo. Ecco: tutto è sempre cambiato in corso d’opera, ma questa è un’opera collettiva. E poi la collega: certo, l’idea di fare meno lettura e un po’ più di teatro c’era, ma come fare?!?! Lei, che teatro lo fa (e anche Giorgio a dire il vero…), ha suggerito tutti i movimenti le luci la musica e da buona informatica li ha anche disegnati, in modo che non potendo essere presente noi potessimo ugualmente seguirli! Ma dimmi tu.
Al primo incontro, di martedì eravamo in 4. Quattro. Non scherzo, perché ho il foglio qui davanti. Da disperarsi. E quando fare il secondo? Mercoledì? Molti non ci sono. Venerdì? Io non posso venire… vabbè, forse posso venire: siamo in 20. Il gruppo c’è. Forse si aggiunge ancora qualcuno, ma ora il gruppo c’è. Siamo al 17 gennaio, la lettura è il 31! Sono meno di due settimane. Un miracolo. E solo giovedì 30 ci siamo tutti, e coi vestiti, con le immagini, con le musiche, con le luci, coi tre professori, e magari nella sala giusta (e non in quella sbagliata perché la sala giusta era occupata da altro! E poco mancava che anche l’ultima prova dovessimo andare in un’altra sala!). E fino all’ultimo lo spettacolo cambia, prende forma, si adatta a voi: Ambra che presta la fascia da contadina per il terzo turno, l’ultimo, a Giulia, Mohamed che da prete si trasforma in fotografo di scena, e Liam da narratore si fa prete! E poi: quale musica per il finale? E si cambia la musica alla prova finale. E poi… manca un’immagine, anche questa aggiunta nell’ultima prova. Microfono sì, o microfono no? Chi dice una cosa, chi l’altra. Alla fine un mix, riuscito. E le gonne? Mica facile far mettere una gonna a una ragazza, oggi. E… possibilmente non una minigonna! Fattela prestare dalla mamma, o dalla nonna! Sono tutti dettagli, li sappiamo solo noi. E sappiamo solo noi l’entusiasmo e la forza che abbiamo messo dentro a questa opera. Ma ho come l’impressione che questa forza si vedesse anche all’esterno. Perché girando a fare foto non ho visto cellulari aperti, pochissimi scambiavano paroline, ma con tono bassissimo, rispettoso. E quando si giravano ad ascoltare le testimonianze, che stavano al fondo della platea, sentivi proprio palpitare quella sorpresa: oh basta, e adesso che cosa capita? E perché le profughe camminano coi calzini e con quelle valigie di cartone?
Abbiamo fatto una cosa bellissima, raga. Ma proprio bella. L’abbiamo fatta anzitutto per noi: fare una cosa bella insieme ci rende più umani, più “belli”. Ma l’abbiamo fatta per gli altri, non per tenercela e godercela da soli, gelosamente. Per restituirla agli altri, e condividerla. Dobbiamo continuare, e non sprecare questa energia che credo tutti voi sentiate anche oggi, o forse più oggi di ieri, a distanza. Io in realtà oggi mi sento vuoto, e anche il mio collega Giorgio. Ma non vuoto in senso negativo. Certo, stanco. Ma vuoto perché abbiamo dato tutto quello che avevamo. Generosamente. Seriamente. Ma ora, dopo esserci ricaricati… daremo ancora molto altro!».







Belllo, Anto, il tuo diario di scuola! Bello.