Accetterò la morte in tutte le sue forme:

mi riconcilierò, già lo comprendo,

con il limite delle scatole di latta,

accetterò, gli sarò amico,

il durissimo mattone, le stagioni che muovono

il grembo delle donne.

Accetterò gli assensi ed i rifiuti

la donna consumata

la donna che rifiuta

le visioni a mucchio, senza senso,

l’affronto dei miracoli –

toccherò con grande pazienza

il mio corpo mediocre, l’onta delle membra,

notando i dolci segni

della mia consumazione –

deposta ogni ambizione astratta

mi conforterò nell’indulgenza

dell’amichevole peccato.

(Giorgio Manganelli, Poesie, Crocetti 2022, p. 31)

Amico, amante e mentore di Alda Merini, Giorgio Manganelli (1922-1990) diventa quasi la naturale prosecuzione di questo viaggio mensile nel mondo della poesia, più spesso frutto di letture e ispirazioni casuali. Forse è così che deve essere il nostro rapporto con la poesia, si potrebbe dire, nel senso che deve nascere da un desiderio che si fa strada negli anni – spesso molto lontani dal tempo delle letture scolastiche, quando non è facile percepirle affini a un sentire ancora acerbo di anni e di storie.

«La verità è che lo studio mi è costato fatiche incredibili, specie durante la guerra, ma non sono un’autodidatta. Maestri come Manganelli, Quasimodo, Montale, mi hanno letteralmente creata»: così si esprime Merini riconoscendo il proprio debito ai grandi della poesia italiana del Novecento. Leggiamo allora altri passaggi del suo ricordo di Manganelli, perché ci introducano all’incontro con l’autore: «Mi ha sempre chiamata signorina anche se avevo appena 15 anni e la sua corte si limitava alla consegna settimanale di quelli che lui chiamava “I librini della Bur”. Mi aveva fatto una piccola biblioteca e mi aveva volta per volta spiegato il contenuto dei testi con tutti i riferimenti allargandosi sulle connotazioni letterarie. Manganelli era un grande insegnante ma a quei tempi, per me, era solo un grande innamorato. Allora, subito dopo la guerra, a scuola non andavamo più. Avevamo dovuto fermarci; l’imponente casa di Manganelli in via Vigoni custodiva una delle più belle biblioteche che avessi mai visto. Era una casa signorile, miracolosamente scampata al bombardamento del 14 ottobre 1943 dove tutta Milano perse la vita» (La poesia luogo del nulla).

Nonostante appaia nella triade con Montale e Quasimodo, Giorgio Manganelli è più noto come scrittore e saggista, e pochissimo nelle vesti di poeta. La sua produzione in versi pare peraltro una scoperta recente (risale al 2006), a dispetto della sua precedenza nell’opera dell’autore, che ha esordito nel 1964 con Hilarotragoedia. Il testo poetico scelto in apertura è infatti del 1954-55, rimaneggiato cinque volte e risultando infine più che dimezzato rispetto alla prima versione, come spiegano le note del curatore (Daniele Piccini), il quale ci informa che le prime prove del Manganelli poeta risalgono persino al 1945. Questo significa che colui che diverrà scrittore, giornalista, docente di letteratura americana e traduttore, sembra aver sperimentato la scrittura nella forma poetica prima di praticarla nella prosa letteraria e saggistica.

Senza l’ambizione di confrontare lo stile che lo renderà noto, possiamo almeno osservare i tratti più evidenti della scrittura poetica attraverso il testo scelto, che proietta su un piano astratto la percezione del mondo, il quale, seppur descritto e raccontato, è soprattutto trasfigurato nello spazio altro del verso, dove si può alludere a una concretezza anche in mancanza di associazioni evidenti tra le immagini giustapposte. Queste semmai preservano un legame misterioso tra una poesia e l’altra, come si può notare in particolare per i tanti richiami ad alcuni dei temi ripetuti con maggiore insistenza (specie tra le Poesie, raccolte nella prima parte del libro) − come il corpo, la donna e il divino; ma più di tutti la morte e il morire.

Non possiamo non notare infatti come il primo verso di questa poesia Accetterò la morte segua il sacramento della nascita, ovvero l’ultimo verso del testo poetico che precede nella raccolta, accostato nella versione stampata nella pagina di sinistra, come creando un continuum narrativo ideale. Un leitmotiv che non si esaurisce, visto che poche pagine più avanti troviamo Tu dovrai accettare la tua morte (p. 53), La vita che non ci appartenne, […] la possiederemo nella morte (p. 56), sola il mendico nutre / e tiene in vita / la paura della morte (p. 59), Noi conosciamo la voglia di morire (p. 67), C’è nel morire un elemento di gioia (p. 81), Io rinuncio a piangere il morto (p. 82), se almeno lo stile della morte e nulla è più fatuo della morte (p. 96). Senza aver richiamato tutte le ricorrenze, la frequenza del tema è troppo incalzante per passare inosservata.

Non mancano peraltro le allusioni al discorso religioso, che sappiamo essere stato problematico per l’autore a causa dell’ossessione materna. Non cedere ai cattivi sillogismi / d’una divinità qualunque: / solo l’inferno è onesto (p. 29), dovremmo / cantare inni di vittoria / per il Signore degli Eserciti (p. 43), io giustifico la gloria del Signore / nell’umiltà dell’omicidio (p. 75), Lo potrete voi, giovani operai / rivoluzionari, o finirete / dalla parte del vecchio Iddio / pianificherete anche il peccato / o costruirete l’autostrada / attraverso il peccato originale? (p. 93), Sia lode a Dio per lo spazioso inferno […] / per la città sotterranea dagli angoli esatti, / luogo sintetico, oggettivo / esente da speranza, imperfettibile − / per il suo cielo di rame. (p. 114). Ma al di là di questi richiami, il tema è specialmente concentrato nell’ultima sezione (III Poesie giovanili) con due Annunciazioni, Inferi, L’indemoniato, Deposizione e Giuda.

Che morte e religione siano presenti eventualmente negli stessi testi non significa che la prima riceva un senso dalla seconda, come si può evincere nella poesia in esame, in cui l’affronto dei miracoli è riferito alla donna che rifiuta e non all’io che dichiara di «accettare la morte». Lasciando allora a una futura occasione la ricerca delle altre allusioni, specie quelle legate all’amore, che attraversano la gran parte dell’opera in versi, tentiamo di recuperare un filo possibile di questa prima lettura manganelliana.

L’io poetico afferma per tre volte la sua accettazione del limite identificato ne la morte, le stagioni che muovono il grembo delle donne, gli assensi e i rifiuti, declinando inoltre tale limite nella consistenza materica di oggetti comuni (le scatole di latta, il durissimo mattone), nel corpo femminile (la donna consumata)e nel proprio corpo (i dolci segni / della mia consumazione). I verbi al futuro (accetterò, mi riconcilierò, toccherò, conforterò) proiettano sul sé un’esperienza universale, forse ancora lontana dal presente in essere, ma in potenza già lì, chiara e vivida. Le forme della morte accolte in apertura sembrano toccare tutto ciò su cui cade lo sguardo, ma evidentemente riguardano tanto più i corpi: la consumazione della «donna», rievocata in un insolito singolare (quale donna? Un ideale? Un universale?), che sembra porla in contrapposizione al proprio corpo. Le stagioni che muovono i grembi nel tempo della fertilità, scandiscono il tempo fino ai dolci segni della senilità, i quali richiedono il toccare e il confortare, come una carezza consolatoria. Alla donna che rifiuta visioni avventate (visioni a mucchio, senza senso)e la provocazione del soprannaturale (l’affronto dei miracoli)fa da pendant l’io poetico che rinuncia a ogni ambizione astratta e guarda con indulgenza ai peccati che gli hanno fatto compagnia (l’amichevole peccato) probabilmente tutta la vita. Non c’è che dire: davvero un modo anticonvenzionale di guardare alla donna e al peccato per un uomo del suo tempo.

Tuttavia, se non tutto è chiaramente intellegibile, come ogni poesia, per cui è bene non forzarne l’interpretazione, non di meno si riesce a cogliere una visione d’insieme, tanto più nell’accumulo delle immagini che ogni verso aggiunge al precedente. Curiosa l’amicizia con il limite del quarto verso e del peccato nell’ultimo, come a unificarli in un’unica esperienza. Eppure, se stiamo alle intenzioni dell’autore (sic!), la forma conta più del contenuto, per cui il possibile calembour probabilmente supera la ricerca di nessi. E se un solo testo non può che essere inadeguato a comprendere l’opera di un autore, tanto più questo sembra indicare quanto vi sia molto altro in gioco, invitandoci a proseguirne la lettura.