Vangelo della 5ª domenica di Quaresima (Giovanni 8,1-11)
Il racconto dell’adultera è un brano isolato di incerta origine che in alcuni manoscritti si trova in appendice alla fine del quarto vangelo: non sapevano bene dove piazzarlo. Dato che il suo contesto geografico va dall’orto degli ulivi, dove Gesù pernottava, all’area del tempio dove di giorno insegnava (Gv 8,1s; Luca 21,37s), l’hanno inserito nel medesimo scenario; infatti in alcuni manoscritti si trova dopo Luca 21,38, dove forse originariamente era, poiché sembra proprio di stampo sinottico (lucano).
Maschilismo feroce. È il problema dell’adulterio, che va inquadrato nel contesto sociale dell’epoca. Il marito, la cui moglie nessuno doveva toccare, poteva concedersi ampie licenze, ossia avere rapporti con donne libere (anche prostitute) senza commettere né adulterio né peccato. Gli era solo proibito di andare con donne sposate: ossia non desiderare (= darsi da fare per raggiungere l’obiettivo, e non un semplice desiderio mentale) la donna d’altri, il nono comandamento (la moglie quale oggetto, come la roba del prossimo nel decimo), che era un caso particolare del settimo «Non rubare».
Quindi la donna del racconto non poteva essere libera ma obbligatoriamente sposata, altrimenti non ci sarebbe stato nessun adulterio (sic). Ma sappiamo che i matrimoni erano combinati e forzati: perciò se la donna avesse avuto una relazione extra-coniugale (supponiamo) con l’uomo che amava – ad es. un suo coetaneo (non necessariamente sposato), diversamente dal marito spesso parecchio più vecchio − che adulterio è? Solo un adulterio giuridico, non sostanziale. Per di più, oltre ad essere stata “defraudata” della sua felicità (sentimentale), veniva pure lapidata! Complimenti per la ferocia; mentre l’adultero se la cavava in genere con qualche frustata…
Nel finale però si dice: «Non peccare più» (Gv 8,11). «Peccare» si trova solo tre volte nel quarto vangelo; in Gv 9,1-3 si nega chiaramente la relazione fra i peccati del cieco nato (o dei suoi genitori) e la malattia (opera del primo grande evangelista Ev1). Ma Re2 (redattore ecclesiale della seconda edizione) lo contraddice clamorosamente in Gv 5,14; dopo aver guarito un infermo presso la piscina di Betsaida (Gv 5,1-9), Gesù lo reincontra nel tempio e gli dice: «Non peccare più perché non ti accada qualcosa di peggio». Un’aggiunta sciagurata di Re2 [oltre all’acqua agitata dall’angelo]: introduce la relazione tra la precedente malattia e l’aver peccato [che peccati poteva mai avere un povero paralitico da 38 anni?], che viene ribadita in modo “abominevole” per il futuro: «Se pecchi ancora, ti andrà peggio».
Re2 ha aggiunto il «non peccare più» anche alla fine del racconto dell’adultera, per sottolineare in modo moralistico il peccato della donna; Gesù invece l’avrà congedata, come faceva spesso, con un bel «Va in pace» (stop).
In Marco non c’è mai il verbo «peccare», e in Luca compare solo in due occasioni: una l’abbiamo vista domenica scorsa per il prodigo, ripetuta due volte in 15,18.21 nei confronti del padre: «Ho peccato contro il cielo e contro di te»; non dice nemmeno «Dio» ma «cielo», anche se è probabilmente sottinteso. L’altro è per la correzione fraterna in Lc 17,3s: «Se tuo fratello pecca contro di te… sino a 7 volte al giorno…». È però un peccato nel senso debolissimo di scorrettezze, arrabbiature, forse insulti fra cristiani; è quasi ridicolo chiamare “peccati” i contrasti, incomprensioni, screzi tra confratelli nella fede. Ma la correzione fraterna non è di Gesù, bensì rientra nella catechesi irenica della comunità primitiva, date le forti tensioni esistenti.
Conclusione: la donna, in quel contesto sociale maschilista, è una pseudo-adultera: è tutto da dimostrare che abbia peccato in senso forte, con un atto chiaramente e gravemente immorale.
Perché Gesù scrive per terra? Egli si china e si mette a scrivere per terra, prima e dopo aver pronunciato la frase famosa (e geniale): «Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra»; e già questo esclude la pena di morte.
Ma perché Gesù scrive nella polvere o sulla sabbia? Difficile dire cosa significhi. Personalmente ritengo (o meglio mi piace pensare) che lo scrivere alluda ai documenti, certificati matrimoniale, libelli ecc., che per Gesù sono appunto come scritti nella polvere (neutralizzati dalle prime folate di vento) senza alcun valore morale. La legislazione imposta è uno scritto volante sabbioso; gli atti matrimoniali ebraici sono solo scartoffie, carta straccia volatile come la polvere. Gesù ha sferrato un attacco contro il diritto familiare giudaico [«Chi sono mia madre e i miei fratelli?» in Mc 3,33 e Lc 11,27s; l’etica di Gesù è a-familiare] salvando la presunta adultera non solo dalla lapidazione (la cui forma moderna è il femminicidio), bensì nell’onore. Gesù non condanna la donna perché il reato non sussiste, o è tutt’al più lievissimo nei confronti del marito in genere molto più anziano; non è un caso che i più vecchi siano i primi ad andarsene, non perché fossero più sozzi (il che non è escluso), ma perché dal gesto di Gesù hanno probabilmente preso coscienza della loro prepotenza disumana. Quella della donna è una ribellione contro il sopruso, come sta avvenendo in parecchi paesi del mondo.
Se originariamente il racconto era in Luca 21,39ss (col “va in pace” senza il “non peccare più”), un redattore successivo non ha gradito per niente l’intera scena e lo ha stralciato di brutto; in qualche modo però si è salvato finendo in appendice al IV vangelo. Così però nel terzo vangelo non v’è alcun riferimento alla sessualità, poiché in esso non c’è nulla sul ripudio-divorzio, diversamente da Mc 10 e Mt 19. Per rimediare il redattore-glossatore ha inserito di brutto a suo modo il masso erratico di Lc 16,18: «Chiunque ripudia la moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio…»; un solo versetto forzato totalmente avulso dal contesto.
La dea natura. L’adulterio coinvolge più in generale tutta la morale sessuale repressiva di 2000 anni, su cui ci soffermiamo; il moralismo intransigente (inesistente nei vangeli originari che comunque non parlano mai di sesso) è entrato ben presto nella chiesa primitiva, ed è rimasto almeno sino all’enciclica Humanae vitae di Paolo VI (1968) contro la contraccezione artificiale in un’ossessiva visione teocratica. In essa è costitutiva la natura (sia nell’atto sessuale che nel concepimento): la dea natura non bisogna toccarla in quanto espressione della volontà di Dio. Non si può intervenire con mezzi tecnici, vuoi meccanici (preservativo, spirale) o farmacologici (pillola). L’atto deve essere “naturalmente” aperto alla procreazione. Allora perché si ricorre al sapere medico contro una natura che non è sempre benigna, ma a volte molto maligna? E tale malignità non può essere attribuita a Dio, per cui è falso che la natura sia una manifestazione della sua volontà. A meno che non si pensi, come in passato, che le malattie e sofferenze siano da lui inviate per la nostra purificazione, elevazione spirituale, da offrire per la conversione dei peccatori in funzione espiatoria sacrificale, per completare (come si diceva) ciò che manca alla passione di Cristo!
Enzo Bianchi ha recentemente demolito tutto questo con grande chiarezza: «I cristiani offrono a Dio la loro sofferenza. Ma Dio non sa che farsene dei nostri dolori, non è uno Zeus che ha bisogno del nostro sangue e del nostro pianto. Dire a qualcuno: “offri a Dio il tuo dolore e la tua malattia” (purtroppo avviene) è una bestemmia» (La Stampa del 27 marzo a p. 23). Ribadito due giorni dopo: «Non ha il minimo senso patire malattie e sofferenze come “dolore salvifico”…, per espiare i propri peccati o errori, o ottenere qualcosa da Dio» [sempre dalla Stampa del 29 marzo, in “Tuttolibri” a p. XV, recensendo il libro postumo di G. Piana L’ultimo orizzonte, Interlinea ed.].
L’espiazione sacrificale presuppone proprio una surdeterminazione del peccato-peccare che compaiono circa ben 200 volte nel NT al di fuori dei vangeli, 150 volte il sostantivo, 50 il verbo; una terroristica regressione ai miti primordiali di peccato-colpa-pena: diluvio, Sodoma ecc., a quei tempi tollerabili ma inammissibili nel NT, come l’agghiacciante fine di Anania e Saffira in Atti 5.
Abbiamo avuto pure una plurisecolare surdeterminazione dell’adulterio che, assieme all’omicidio ed all’apostasia, costituiva uno dei tre grandi peccati sottoposti alla severa penitenza pubblica nei primi secoli. Esclusi questi tre atti immorali, era l’Eucarestia che perdonava i peccati. La classica confessione auricolare non esisteva ancora, come fino all’ottavo secolo non è esistito il sacramento del matrimonio (faceva fede il matrimonio civile). Solo molto più tardi è sorta la consuetudine di confessarsi prima di “fare la comunione”.






