La realtà è lì per essere cambiata in meglio, verso la verità. Per questo abbiamo bisogno, sì, di essere realisti, ma altrettanto idealisti, brancolanti assetati cercatori di verità. L’idealismo non è intellettualismo, non è far valere i concetti più degli affetti: è amore operante. È amore di ciascuno e di tutti, anche del nemico. È amore del vicino e del lontano, dello sconosciuto che muore da solo, quando per lui c’è solo il pensiero di chi lo ama, da lontano nello spazio, ma nell’intimo dello spirito comunicante.
Siamo esseri umani, ciascuno come tutti. Siamo ora fedeli ora infedeli alla nostra umanità, e all’umanità dell’altro, del vicino, del lontano, del bisognoso (e chi non è bisognoso?), del superbo autosufficiente (e in ciò stupido, ma bisognoso di essere svegliato). Siamo anche, troppo spesso, umani disumanizzati, staccati dagli altri, persino contro gli altri. Come possiamo vivere senza con-vivere, condividere la vita che dagli altri ci viene, agli altri va data, per viverla tutti e ciascuno?
L’altro è il valore davanti a me, perché anch’io possa avere un valore riconosciuto. Se lui non è un valore, nemmeno io lo sono. Dimenticare ciò è la tragedia.
38 formulazioni per una vita d’oro
Un passo semplice e concreto che l’umanità, in tutte le civiltà, ha individuato e cercato di praticare per vivere degnamente, è quel principio di vita e di azione, che va sotto il nome di Regola d’oro. Regola aurea, d’oro, perché preziosa e perché durevole, permanente nella pratica, e indicativa, anche dopo offese e violenze, per ritrovare una via umana comune, più felice e più sana.
Ne ho raccolte 38 formulazioni analoghe, che ho potuto trovare, presenti in tutte le culture, religioni, spiritualità, umanesimi. (Sono pubblicate in Servitium, n. 152, marzo/aprile 2004, s.egidio@servitium.it). Tutte queste diverse espressioni dicono la stessa sostanza: regola di vita giusta e pacifica è che ognuno riconosca nell’altra persona, in ogni altra persona, il proprio stesso interesse e diritto ad essere trattato con riguardo, con rispetto. Ciò che ognuno desidera per sé, lo riconosca ad ogni altra persona. Non faccia ad altri ciò che per lui è spiacevole, e faccia agli altri ciò che desidera per sé.
La regola è astratta, molto generale, ma può concretizzarsi in ogni varia situazione. Se sono malato e ho bisogno di cure, ovviamente non avrò lo stesso identico desiderio per il mio vicino che sta benissimo. Ma se domani lui ha il mio bisogno di oggi, io gli devo quel servizio che oggi lui deve a me. Il principio è generale, astratto, ma vale in concreto: se c’è un diritto o un valore per me, devo riconoscerlo ad ogni altro umano.
Si tratta dell’uguaglianza di valore sostanziale tra un essere umano e l’altro, nonostante tutte le differenze possibili: il diritto alla vita anzitutto, ma poi il diritto a non essere conculcato nelle espressioni di vita che ogni umano sente come diritto e bisogno suo. Il valore che desidero per me sia riconosciuto anche a te, e viceversa.
Bella, la Regola d’oro. Fossimo sempre decisi e capaci di viverla, sarebbe d’oro la nostra vita, e quasi noi stessi saremmo d’oro. Ma non è così facile. Tra l’uno e l’altro di noi c’è unità e abisso. L’alterità è mistero. Ti conosco e non ti conosco. Abbiamo capito che il rispetto del mistero, senza giudicarlo, è bene e fonte di bene, di pace, di bene intimo ad ognuno. Ma questo bene è difficile. Il mistero di te, che sei l’altro, è oscuro per la mia debole vista, il tuo appello arriva confuso al mio sentire. La relazione umana è difficile, l’armonia stabile è un bene raro.
Quale dio ci può salvare?
Questa regola d’oro, umile e preziosa, spesso basta a salvarci l’uno dal male dell’altro, ma non sempre. Vediamo pure quanto è violata, e quanta violenza, o trascuratezza, disattenzione, è nelle nostre relazioni. Chi ci difende da noi stessi? Ritornano, oggi davanti alle minacce estreme che le inimicizie vicine e globali fanno pendere su noi tutti, quelle parole di Heidegger, nel secolo scorso, «Solo un dio ci può salvare». Come le intendiamo? È il bisogno di una risorsa maggiore, perché rischiamo che non basti a salvarci gli uni dagli altri il rispetto e l’aiuto reciproco, spesso manchevole. Non è la propaganda di una religione, di una teologia. Heidegger dice “un dio”, uno più vivo di noi. Il riconoscimento tra noi pari, spesso fallisce. Non intendo che quel detto invochi una legge superiore, costrittiva, infallibile, che ci obblighi perché non sappiamo rispettarci da soli. Lo intendo come un appello alla nostra dimensione maggiore, non solo la proporzione tra noi, ma quella tensione al vero, al buono, che pure è in noi, più o meno viva e sviluppata. «Dio» è un nome generico, se intendo bene, per dire: ci salva non solo la nostra uguaglianza naturale, se la rispettiamo, ma questa tensione superiore che è in noi, e ci solleva sopra la vita pratica limitata.
Se ognuno di noi non è anche teso al di sopra di se stesso (questa è la verità dell’utopia creativa), non si salva dal nulla, e da quel nulla che è anche la violenza cruenta; e non si salva dal cadere al di sotto della giusta Regola d’oro. Il Samaritano della parabola evangelica sente bene la Regola d’oro, si ferma e soccorre il ferito. Ma quei due sacerdoti sanno e non si fermano.
Il momento storico che stiamo vivendo ci avvisa gravemente, se ascoltiamo. Il fatto che noi, le politiche attuali, chiamiamo difesa e diritto la mano armata per uccidere, a suon di miliardi e di degenerazione razionale, questo ci fa disperare! Bella l’umanità affermata nella Regola d’oro! Ma noi quale umanità siamo? E dobbiamo salvarci anche dalla disperazione su noi stessi, dalla mostruosità del non saper vivere insieme, nelle differenze, e anche dal non volerlo abbastanza.
L’anelito di pace cresce trepidante, insieme alle odierne estese tragedie e alle ulteriori minacce di distruzione. La pace può venire dalla comunicazione e dal dialogo sincero. Ma temiamo di non esserne capaci. Le religioni di lunga e profonda tradizione ci esortano, animano in noi energie spirituali e pratiche verso il bene del con-vivere in pace. Ma oggi sappiamo costruire la pace?
Non leggo in quelle parole di Heidegger l’appello ad un giudice superiore che sostituisca le nostre responsabilità. In esse si può leggere forse il limite della preziosa universale Regola d’oro. Essa è il nostro bene, indica la vita giusta e buona, richiesta dalla nostra natura. Ma noi siamo anche infedeli, non sempre fedeli alla vita. Ci soccorre, ci ispira, il pensiero, in forme molteplici, di una possibile Vita più piena, più vera, più viva della nostra, che non si mostra imponente, ma sta come mite suggerimento, come sostegno a realizzare il bene che vorremmo insieme e non sappiamo realizzare.
La saggia Regola d’oro ci dice: «Perché farci del male? Non ci fa felici! Mettiamoci d’accordo, riconosciamoci. Non occorrono motivi metafisici per vivere in pace». Sì, ma l’esperienza storica ci mostra come siamo facilmente traditori gli uni degli altri, e siamo fallimento di noi stessi, perché se uno vince sull’altro non si salva dal fallimento della propria umanità lacerata. Allora, senza dimetterci dal compito umano della reciprocità, guardiamo anche oltre le nostre comuni capacità di vivere insieme, accogliamo dalla misteriosa grandezza della vita, energie e luci più grandi, che ci portino avanti nel nostro cammino. Nessun cammino, e nessun pensiero, è mai finito.





