Vangelo della Domenica delle palme (Luca 22,14-23,56)
Luca ha una sua propria tradizione (chiamata da alcuni Luca II) evidente per la passione: ad es. solo in Luca Pilato invia Gesù da Erode, oltre all’episodio del buon ladrone, che è un ottimo esempio, da fare anche a scuola, sui problemi derivanti dalla mancanza della punteggiatura nei manoscritti: dove mettiamo i due punti? «In verità ti dico oggi sarai con me in Paradiso», prima o dopo l’oggi? Se prima, abbiamo la traduzione consueta: sarai con me in Paradiso oggi stesso; altrimenti col “ti dico oggi:” non si precisa quando avverrà. Il tanto decantato Paradiso ricorre solo due volte nel NT: qui e nella 2Corinti 12,4.
Notevoli differenze. All’inverso, vistosa è l’assenza del «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato», che è stato tolto dal Marco II perché conturbante [poi grazie a Dio recuperato dal Marco III, il testo in nostro possesso che Matteo vede e trascrive]. Invece Luca, che possiede solo il manoscritto del Marco II, non l’ha letto e quindi non lo conosce; non è stato Luca a stralciarlo. In ogni caso la sua tradizione è meno angosciosa, col «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito»; purtroppo, anche se dispiace, dobbiamo tralasciare il «Perdonali, perché non sanno quello che fanno» (23,34), in quanto è un’aggiunta supertardiva, omessa dalle edizioni critiche, ma riportata in nota.
In Marco 14,71 Pietro impreca e giura di non conoscere Gesù: è uno spergiuro! Invece in Luca non giura, seguito dallo sguardo di Gesù (solo in Luca, cfr. più avanti). In Gv abbiamo unicamente un laconico e semplice «No»: il rinnegamento è stato via via… alleggerito, avvolto nell’aneddoto leggendario del canto del gallo con relativa predizione.
In Luca non c’è la corona di spine e Gesù non viene flagellato, bensì solo picchiato durante la notte dalle guardie che giocano allo “schiaffo del soldato” («indovina Cristo chi ti ha percosso», Lc 22,63s). Infatti il processo al Sinedrio non avviene durante la notte (come negli altri vangeli), bensì al mattino dopo; se pensiamo che Gesù era già in croce a mezzogiorno, è stata una mattinata… intasata coi tempi ristretti: processo al Sinedrio, processo da Pilato con l’intermezzo dell’invio a Erode, salita al calvario…Anche per questo in Luca il processo al Sinedrio è velocissimo, stringato, senza accennare ai “falsi” testimoni [cfr. più avanti].
Un’altra differenza è che, mentre in Mc e Mt il centurione riconosce Gesù quale «figlio di Dio», nella tradizione più antica di Luca II il centurione pagano dice invece: «Veramente quest’uomo era giusto» (Lc 23,47). A Roma qualcuno l’ha cambiato in «figlio di Dio», con l’orrendo latinismo kenturiôn, una brutale traslitterazione in greco in cui non esiste; infatti Luca (e Matteo) l’hanno reso col più corretto «capo di 100 soldati», di una centuria. Ossia per l’autore romano-latino non basta riconoscere Gesù come giusto [cosa che possono fare universalmente tutti gli uomini], ma il paganesimo (imperiale, rappresentato dal centurione) dovrebbe riconoscerlo come «figlio di Dio».
La cosa tuttavia è molto più profonda: in tutti i vangeli, nella storia della passione a partire dal Getsemani (prescindendo dall’ultima cena), non c’è il minimo accenno a che la passione-morte del crocefisso sia salvifica, che Cristo sia portatore di salvezza in quanto crocefisso.
Soprattutto nella passione lucana Gesù è il giusto, ma non si dice mai salvatore, che evidentemente è una concezione posteriore, collegata con quella sacrificale-espiatoria. Ma la salvezza cristiana non è legata alla passione-morte, al sangue versato ecc.; proviene dall’intera vicenda storica di Gesù, dal messaggio del profeta giusto, e non (tanto) dal suo martirio in quanto tale: semmai esso eleva al massimo grado il valore della sua testimonianza d’amore.
Falsi testimoni. Nel brevissimo processo nel Sinedrio in Luca non ci sono i “falsi” testimoni (due in Matteo 26,60s, alcuni in Marco 14,57). Ma non si tratta di una falsa testimonianza, perché le parole contro il tempio Gesù le ha pronunciate, e in Mc 13,1s sono state distintamente sentite da un (solo) discepolo anonimo (penso a Giuda o a Simone lo zelota). Sono “falsi” testimoni nel senso di traditori: chi sono? Uno è Giuda, e questo è il suo vero tradimento, non l’apporto alla cattura (che comunque c’è stato).
In Gv 18,1ss per tre versetti si evidenzia nei dettagli come Giuda abbia guidato al di là del torrente (del) Cedron i soldati e le guardie con lanterne, torce ed armi. Poi, all’interno del leggendario «Sono io» in cui stramazzano a terra, il narratore dice che fra loro c’era anche Giuda il traditore: dopo averla “menata” per tre versetti sul ruolo di Giuda come guida-condottiero, mi vieni a dire nel 18,5b che fra loro c’era anche il traditore?! Ma l’autore non ha l’Alzheimer; in origine c’era solo il 5b (Giuda ha partecipato anche alla cattura); ma è traditore per un altro motivo (l’accusa nel Sinedrio); poi, quando il tradimento è stato dirottato sulla cattura, l’hanno caricata e accentuata con 18,1-3, in modo ridicolo; il sinedrio aveva le sue guardie, informatori, delatori, per cui lo catturavano quando volevano senza bisogno di una spione fra i discepoli.
Giuda era sì una (lurida) spia, già al soldo del sinedrio ben prima della passione; per osservare quel che Gesù faceva e diceva [la dottrina insegnata; Gv 18,19], onde poi avere un testimone in un eventuale processo.
Quel che a volte si attribuisce a Giuda, che l’avrebbe fatto per obbligare Gesù a reagire con potenza, non vale per quel mascalzone dell’Iscariota, ma può valere per l’altro o gli altri testimoni “traditori”. Se si fosse trattato del solo Giuda, avrebbero anche potuto scriverlo, ma essendo troppo imbarazzante l’accusa di almeno un altro discepolo, hanno steso un velo di pietoso silenzio su tutto questo, e hanno dirottato il tradimento sulla cattura in modo risibile.
Altra caratteristica solo in Luca è che Gesù abbia detto: «Simone, Simone, Satana ha richiesto (ottenendolo) di potervi vagliare come il grano…» (22,31) e poi al solo Pietro: «Ho pregato perché la tua fede non venga meno…». Il detto è molto primitivo e antico [come Satana che chiede a Dio (sic) di poter vagliare Giobbe, in 1,11s]; ed è al plurale, per cui i Simone sono inizialmente due [non è come il raddoppio «Marta, Marta» in Lc 10,41 che è una persona singola]: Simon-Pietro e Simone lo zelota. Entrambi sono stati sottoposti alla tentazione satanica della manifestazione potente del Messia.
Quindi per ora abbiamo il cananeo Simone lo zelota come probabile secondo “falso” testimone assieme a Giuda nel processo al Sinedrio.
Un’ipotesi agghiacciante. Sempre solo in Luca abbiamo lo sguardo di Gesù a Pietro nel rinnegamento; come è possibile se Pietro era nel cortile e Gesù dentro la casa del sommo sacerdote (Lc 22,54-62)? È più logico che lo sguardo sia avvenuto dentro. Wilhelm Erbt (in Der anfänger unsers Glaubens, «L’iniziatore della nostra fede», Lipsia 1930, pp. 82-86), formula l’ipotesi che il secondo traditore-testimone delle parole di Gesù contro il tempio sia Simon-Pietro (assieme a Giuda), anche se diversamente da Giuda a fin di bene… in buona fede, per far reagire Gesù con potenza nell’instaurare il regno messianico.
In Gv 6,70s Gesù dice: «Eppure uno di voi è un diavolo»; Re2 (il redattore ecclesiale) si affretta a precisare che si trattava di Giuda che stava per tradirlo; ma in origine è assai probabile che si riferisse a Pietro. Egli da (ex) zelota ha usato la spada [corta, leggermente curva a un solo taglio] durante la cattura tagliando l’orecchio del servo Malco (Gv 18,10).
È la stessa logica di Simone lo zelota: sarebbe appunto quest’ultimo colui che invece ha rinnegato Gesù fuori nel cortile, chiamato anche da Mc e Mt Simone il cananeo; come la donna cananea (o fenicia) nella regione di Tiro e Sidone (Mt 15,21s; attuale Libano). Simone proviene da Tiro e dalla regione fenicio-cananea, e per questo viene riconosciuto nella sua parlata [Matteo 26,73]; perché allora la regione di Tiro (col monte Carmelo) faceva parte dell’estrema Galilea settentrionale [G. Flavio, Guerra giudaica, 3,3,1; FräntsBuhl, Geographie des alten Palästina, p. 224; «Geografia dell’antica Palestina»] in cui appunto la parlata (galilaica) era ben diversa da quella di Gerusalemme.
Il rinnegamento del cananeo Simone lo zelota avrebbe fornito l’input per dirottare il tradimento di Simon-Pietro nel molto più leggero rinnegamento (al posto dell’altro Simone). Infatti il rinnegamento, per salvare la pelle, non è una vera mancanza di fede-fiducia-amore per Cristo, perché dettato dal panico; mentre invece lo è un’accusatoria testimonianza intenzionale e fredda. Perché in Gv 21,15ss Gesù chiede tre volte (e non sembra retorica) a Pietro se lo ama? Gesù ha veramente dubitato dell’amore e della fedeltà di Pietro. E nel già citato Lc 22,32 perché sembra che stia perdendo la fede? Un sospetto ed un tarlo atroci, che restano tuttavia sub iudice.






