Vogliamo ricordare il papa appena morto con la sua immagine a Regina Coeli, che ci inquieta. Papa Francesco porta ai carcerati il messaggio e l’azione di Gesù, torturato, infamato, crocifisso. Come uno di loro, costretto e colpito peggio di loro. Qui sembra in gabbia il papa, non solo i carcerati di Regina Coeli, che Francesco ha visitato giovedì, il giorno che precede il venerdì santo nella memoria del Giusto rifiutato e ucciso atrocemente. Ha ripetuto: “MI chiedo sempre: perché loro e non io?”.
Inquieta l’immagine, perché il messaggero di Cristo si trova, di fatto, da questa parte, dove siamo anche noi, della società che giudica e punisce, spesso con motivi reali, altrettanto spesso con discriminazioni: quanti ricchi sono dietro quelle sbarre, afferrati a quella gabbia? Gli autori dei maggiori delitti di ingiustizia sociale, promotori e utilizzatori di guerre omicide, sono liberi e continuano a fare male. Sappiamo che tutto è difficile, impastato di errori, di vere violenze, e anche dei nostri peccati, di noi che giudichiamo l’ingiustizia di questi e di quelli. Dobbiamo restare come le donne del gruppo di Gesù il venerdì santo, silenziose ai piedi della sua Croce. Accanto a lui, c’è uno di questi condannati, che lo prega di ricordarlo in paradiso.
Cosa gli dice Gesù? Silenzio, facciamo silenzio.
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