S’intitola Fino alla liberazione dalla guerra (edizioni Mille, 2025, pp. 184) il nuovo libro in cui Enrico Peyretti sviluppa la sua riflessione sul tema dei conflitti armati e delle vie della pace, con un percorso che si articola in tre parti: al “diario dei giorni di guerra” redatto a partire dall’invasione russa dell’Ucraina, fanno seguito una sezione in poesia (versi di Luca Sassetti – uno pseudonimo) e una rivisitazione del pensiero di alcuni “maestri”, tra cui spiccano Tolstoj e Galtung.
Fra gli interventi raccolti nella parte iniziale, risaltano sin dai titoli alcune domande: C’è differenza tra gli ammazzatori? Che cosa è umano? Difendere come? Impareremo? Come giudicare la resa, l’arrendersi? L’approccio interrogativo evidenzia l’impegno di una costante ricerca volta innanzitutto a indagare le ‘ragioni’ che generano – come osserva Peyretti citando la Pacem in terris – il bellum alienum a ratione; e poi a indicare strade alternative nella gestione dei conflitti che spesso scaturiscono dalle difficoltà della convivenza.
Pertanto le domande esplorano anche il terreno impervio dell’antropologia e il confine tra i dati delle scienze umane e la “feconda utopia” del divenire e del non-ancora: «Le cose come sono, oppure come dovrebbero-potrebbero essere? L’uomo edito o l’uomo inedito (Ernesto Balducci)? Fissità o evoluzione?». In quest’ambito Peyretti ricorda anche lo psicanalista Erich Fromm, di cui sarebbe tuttora utile rileggere il memorabile studio dedicato alla Anatomia della distruttività umana. Ma soprattutto insiste sul ruolo nefasto esercitato nel corso del tempo dal mito ingannevole della “vittoria”, funzionale a una “vecchia geopolitica” ossessionata dallo “spirito di dominio” e dalla volontà di potenza e di egemonia: «non è vittoria quella che respinge un male con i suoi stessi mezzi, riproducendolo, contagiandosi della violenza che imita».
La denuncia dell’incessante corsa agli armamenti – e della loro produzione e del loro commercio, in cui «si gettano fiumi di denaro» − nelle pagine di Peyretti va di pari passo con l’apprezzamento dell’obiezione di coscienza e della disobbedienza civile, pratiche di autentica democrazia e di libertà e coraggio contro i rovinosi conformismi. Non a caso la più ampia citazione è tratta da un messaggio di papa Francesco del luglio 2022, in cui additava ad esempio Franz Jaegerstaetter (giustiziato dai nazisti a causa del suo rifiuto di arruolarsi) ed esortava i giovani ad assumerlo a modello. E concludeva: «Dobbiamo impegnarci tutti a mettere fine a questo scempio della guerra, dove, come al solito, pochi potenti decidono e mandano migliaia di giovani a combattere e morire. In casi come questo è legittimo ribellarsi!».
Altro tema su cui l’insistenza di Peyretti è continua è quello della necessità e dell’urgenza di un lavoro di informazione/formazione e conoscenza per quanto riguarda le teorie e le vicende di lotta o resistenza nonviolenta: «Abbiamo biblioteche di storia, abbiamo memorie di esperienze vissute da persone che hanno difeso la vita ripudiando le armi. Ma nessuno dei sapientoni della politica piatta, quella del potere, ha mai letto una pagina (…) Sono rimasti analfabeti ottusi, credono che sia debolezza e resa, e credono che gli eserciti ci salvino». La conseguenza di questa “ignoranza volontaria” è che si investono immensi capitali nella preparazione dello scontro armato e pochissimo nella promozione delle tecniche nonviolente, o nella predisposizione di forze di pace o di interposizione.
Il confronto con la storia attraversa peraltro l’intero libro di Peyretti, in cui è ricorrente l’eco dei vissuti dell’autore – a cominciare da un episodio di cui fu testimone nell’infanzia: la fucilazione di tre soldati tedeschi, narrata in una “filastrocca dolorosa” – e dei suoi incontri e colloqui (particolarmente importanti quelli con Norberto Bobbio), per non dire delle vaste letture che lo avvicinano di volta in volta a Erasmo, Kant, Gandhi, Capitini, Dolci: con i quali intrattiene una sorta di conversazione, recependone le preziose lezioni con l’umiltà di chi, alla maniera di Confucio, «tramanda, non crea». Tra i politici, merita un ricordo Mikhail Gorbachov, di cui si richiama l’importante discorso tenuto al Parlamento indiano nel novembre 1986 (e non a caso – verrebbe da dire – si tratta di un politico senza eredi nel mondo attuale, anzi di una figura oggi generalmente dimenticata e ‘rimossa’).
Un’analisi più approfondita è dedicata – sulla scorta anche qui di una lunga relazione, quella con il filosofo e storico delle religioni Pier Cesare Bori – all’autore di Guerra e pace, di cui si ripercorre la conversione in direzione di un pacifismo di matrice evangelica, «sapienziale e planetaria»; mentre il capitolo conclusivo, In onore di Johan Galtung, presenta un riesame complessivo del manuale universitario in cui l’autore norvegese, iniziatore della peace-research, riassunse i propri studi di analisi scientifica dei conflitti e arte-tecnica della loro soluzione nonviolenta («la pace coi mezzi della pace»).
La tensione etica che percorre il lavoro di Peyretti è sorretta − in definitiva e nonostante tutto − da una sostanziale fiducia nelle potenzialità della politica (intesa come capacità di coesistere nelle differenze senza uccidersi, e quindi come l’opposto della guerra) e di una civiltà le cui componenti sono «il diritto, l’umanesimo, l’arte, l’universalismo, la spiritualità plurale, la laicità dello stato». Fiducia anche nella capacità – nostra, o delle generazioni venture – di rispondere positivamente alla scelta prospettata dal Deuteronomio: «Ti ho proposto la vita e la morte, la benedizione e la maledizione: scegli la vita». Anche se talvolta, in Peyretti come in ognuno di noi, »sorge un dubbio: è proprio vero che noi oggi amiamo la vita? Forse non l’amiamo davvero e per questo facciamo tanti danni alla natura viva e a noi stessi!».
Al che un’ulteriore risposta potrebbe venirci – chissà – proprio dalla voce sommessa della “natura viva”. Ad esempio dal merlo mattutino ascoltato da Sassetti alias Peyretti in una tragica alba del 2022: «Il primo giorno di guerra / ricordo che il merlo / cantò sul tetto la prima volta / il merlo antelucano / invocava luce, invocava primavera / invocava / di non bruciare il mondo / che il merlo ama».





