Registro di scuola / 4
23 ottobre
Forma e sostanza. Ci chiediamo spesso perché la democrazia è in crisi. Muore, mi pare, ridotta a puro formalismo, tanto più rispettato quanto più svuotato dal di dentro, privo di contenuti. Oggi si sono presentate le liste dei rappresentanti degli studenti, in realtà la lista, 3 candidati su 4 eleggibili. Uno dei tre si presenta in canottiera nera, come se andasse a fare esercizi in palestra. Deve mostrare ai votanti i suoi bicipiti. Dunque una sola lista e meno candidati di quanti saranno eletti. Non ci metto molto a far capire ai primini che questo significa che le elezioni saranno una pura formalità. Tutti verranno eletti se anche solo ricevessero ciascuno un voto. E siamo una scuola di grandi dimensioni, 1850 allievi, non di una scuoletta di campagna. Il fatto di avere una sola lista è grave: da quando insegno qui è la prima volta, l’anno scorso ce n’erano due. Gli eletti non sono stati all’altezza, ma almeno le votazioni non sono state inutili. Dopo 20 minuti nessuno sapeva più cosa dire, e io prima di riprendere la lezione di latino ho provato a spiegare la differenza tra democrazia formale e sostanziale. Oggi nessuno mette in dubbio la democrazia formale, ma la sostanza va evaporando non solo nel macro, ma anche nel micro (se nel micro c’è il macro). Chi è responsabile? Certo, i ragazzi, che non si danno una svegliata, che sono sempre più remissivi. Certo, hanno anche capito che il loro apporto non è decisivo: ma sono pur sempre 4 voti su una dozzina. Ma i maggiori responsabili sono gli adulti. L’anno scorso, quando facevo parte della Commissione elettorale, ho fatto una cosa che non dovevo fare, lo confesso: scouting. Ho fatto quasi carte false per poter avere un certo numero di candidati, andando a parlare con tutti quelli che potevo, persuadendo, consigliando, ecc. Non era nei miei compiti istituzionali! (Una volta, in un’altra scuola, sono andato da un ragazzo che sapevo essere in gamba con un collega e quasi lo abbiamo costretto a candidarsi! Abbiamo perfino fatto riaprire i termini della presentazione al preside… Illegale!). Ma se il problema è solo l’ora di scadenza delle liste e non l’esistenza delle liste stesse, perché in effetti nel primo caso la forma è salva, e la legalità preservata, non deve stupire che poi succeda questo. La forma non da oggi è di gran lunga più importante della sostanza. Poi capiti quel che capita. Non siamo in epoca di partecipazione, checché ne dica il preside citando a vanvera Gaber: Libertà è partecipazione. Ma se noi adulti non educhiamo attraverso la concretezza della vita scolastica i giovani a partecipare, possiamo pensare che in una società che di fatto li esclude si mettano a lottare cambiare il mondo? Oggi la libertà, questa è l’antropologia diffusa, non è partecipare, se mai è farsi i fatti propri.
5 febbraio
Vero & falso. Un ragazzo durante una discussione su un voto sbatte il banco per terra. Dopo una bella discussione con un suo insegnante, gli scrive questa lettera: «Buongiorno professore, mi scuso per quanto accaduto: faccio fatica a parlare di persona e riesco a esprimermi meglio per iscritto. Fin dai primi giorni ho percepito in lei una profonda sensibilità, una forma di intelligenza emotiva che spesso deriva dall’aver vissuto esperienze dolorose. Ho notato questa sua capacità quando ha saputo cogliere un disagio semplicemente guardando negli occhi una studentessa.
Sì, ho sofferto di depressione, autolesionismo e ho avuto pensieri suicidi, anche se non credo di averli mai presi del tutto sul serio. La mia infanzia è stata molto solitaria. Non avevo amici ed ero spesso preso di mira, soprattutto per la mia incapacità di controllare la rabbia. Alle elementari e alle medie ho subito abusi fisici e mentali. Anche se fisicamente ero più forte, provavo una paura paralizzante e non reagivo mai. Nessuno mi ha mai aiutato, né insegnanti né genitori.
Per anni ho tenuto tutto dentro, e questo accumulo ha avuto anche conseguenze fisiche: febbre, brividi, stanchezza estrema. Due anni fa ho iniziato a fare amicizie e a sbloccarmi un po’, ma anche questo ha portato nuove sofferenze. Mi ero legato a una ragazza che all’inizio sembrava gentile, ma poi si è rivelata tossica e crudele: fingeva di provare qualcosa per me, ma mi ha umiliato e respinto in modo brutale.
Quel dolore ha segnato l’inizio del mio autolesionismo. Con il tempo ho cercato nuove relazioni, ma ho incontrato persone che mi hanno fatto sentire inutile, deriso, abbandonato. Mi dicevano che esageravo, che ero solo una vittima, un fallito. Ho combattuto con problemi di autostima e la tentazione quotidiana di farmi del male. Ho anche vissuto momenti familiari difficili, che ancora oggi mi fanno paura.
Nonostante tutto, ogni volta ho cercato di rialzarmi, anche se la depressione non sparisce mai del tutto. Ho imparato a isolarmi, a nascondere il mio vero io, perché troppe volte non sono stato accettato. Ora sto meglio rispetto al passato, ma ho comunque ricadute, come quella di ieri, quando mi sono fatto del male di nuovo.
Mi piace aiutare gli altri, anche se io stesso faccio fatica a chiedere aiuto. Mi scuso per il lungo messaggio e per non essere riuscito a parlarle direttamente».
Il collega legge la mail ai colleghi del Consiglio di classe. Siamo tutti molto perplessi: nessuno aveva intuito dietro i comportamenti a volte eccentrici e un po’ infantili dell’allievo un vissuto di questo tipo. Lui parla addirittura di pensieri suicidi. Tutti ci chiediamo che fare, e prima ancora se tutto questo sia vero o no. Difficile dirlo. Per me è sicuramente vero: vero per lui, per come lui lo vive, lo verbalizza, lo sente. Che poi tutto questo abbia un correlato fattuale, lì ci andrei molto più cauto. Ho come l’impressione, anche osservando con attenzione l’allievo, che c’è una tendenza a epicizzare il vissuto, a renderlo in qualche modo “patologico”. Non è facile agire: da un lato non possiamo fare finta di niente, neutralizzare queste parole, dall’altra non dobbiamo forse neanche prendere alla lettera quella che probabilmente è anzitutto una richiesta di attenzione e di aiuto.
24 marzo
Studiare (le leggi). Il preside manda ad alcuni colleghi un ammonimento scritto per non aver registrato in tempo, cioè mentre sei nell’aula, la presenza sul registro elettronico. Uno dei destinatari prende in mano la cosa, sta facendo concorso da preside, trova i giusti riferimenti legislativi, manda la comunicazione a Ufr e Usp, e oggi il preside revoca gli ammonimenti. Morale: se vuoi essere un buon insegnante, non importa di che materia, studia la legislazione e saprai tutto quello che serve per insegnare bene e vivere felice. Sono stato oggetto negli anni di alcuni atti che ritenevo ingiusti. Non mi sono speso a cercare vie legali per discolparmi. È evidente che non sarò mai un bravo insegnante. Oggi la cosa più importante per insegnare è studiare bene legge. Ma i presidi devono fare molta attenzione: con la rete ormai chiunque, con qualche ora di pazienza può trovare i riferimenti normativi per inchiodarti: chi di norma ferisce…
1 aprile
Chiedere il permesso. Mi avvicina un allievo di quinta: «Devo dirle una cosa». È un bravo ragazzo, non un gran studioso, certo, ma una di quelle persone che tu ti dici: magari non diventerà un luminare (penso, posso sbagliare), ma sarà una brava persona. Mi racconta di una collega che prima di iniziare la lezione vera e propria lo ha fortemente ripreso perché ha spento il cellulare. Non lo ha offeso la cosa in sé, ma il modo in cui lo ha fatto: «O butti il cellulare dalla finestra o te lo schiaccio sotto i piedi o…» (la terza non la ricordo!). Evidentemente voleva scherzare − commento io! No, risponde. «Il tono non era confidenziale, perché con quella professoressa io non ho confidenza. Non ammetteva repliche ed era sproporzionato per la cosa». Lui si è offeso a morte ed è andato dalla vicepreside. reazione Esagerata, credo. Ma quando mi parla è serio. Per cercare di convincerlo mi accuso: «Ma io ti prendo sempre in giro, e a volte mi pento anche di fare certe battute al limite della plausibilità…». Lui mi risponde: «Ha ragione, prof, ma lei con me ha un certo rapporto, e io quando mi prende in giro capisco cosa vuol fare, e poi lei in terza mi ha anche chiesto il permesso di farlo, e qualche volta, quando ha ecceduto, mi ha perfino chiesto scusa. Io da lei lo accetto, dalla professoressa no. Perché lei non scherzava e mi ha offeso». Ne deduco un corollario: si può anche prendere in giro un allievo, a patto di chiedergli il permesso all’inizio. Scherzi a parte, mi pare che gli allievi maschi hanno un modo diverso di rapportarsi con i docenti maschi o con quelli femmine. È come se sopportassero più difficilmente l’autorità femminile e in qualche modo, quando ovviamente le cose vanno bene (non sempre), coi docenti maschi a volte c’è un clima di maggiore complicità specie in quegli indirizzi in cui i docenti maschi sono pochi.






