Commento alle letture della festa di Pietro e Paolo: Atti 12,1-11 e Matteo 16,13-19

La prima lettura di questa solennità è a dir poco imbarazzante; la domanda iniziale è perché l’angelo ha liberato Pietro [e prima pure gli apostoli in Atti 5,17-25] e non Giacomo di Zebedeo, fatto uccidere da Erode dopo (si presume) una prigionia tipo quella del Battista o di Pietro? Una palese ingiustizia! Poi la sua liberazione è un dispiegamento ultra-prodigioso di fatti concreti, indigeribile per l’uomo moderno; è da irresponsabili leggere oggi nella liturgia tale saga miracolosa. Pietro è consegnato in custodia a 4 picchetti di 4 soldati ciascuno (l’«apax» tetradiois in Atti 12,4; totale 16 guardie); Pietro dormiva piantonato da due soldati e legato con due catene, che gli caddero dalle mani; oltrepassa la prima e la seconda guardia e poi la porta di ferro gli si apre davanti come per magia.

L’angelo libera e colpisce. Il lezionario odierno si ferma qui, ma il racconto di Atti 12 prosegue con Erode che fa uccidere circa una ventina di soldati-guardie inadempienti [Atti 12,18s; la liberazione di Pietro è costata cara], seguita da Erode medesimo che orrendamente muore colpito dall’angelo. L’azione angelica è ambivalente: da una parte salva e libera (ad es. dalla prigione), dall’altra colpisce a morte. Si noti l’interpretazione ecclesiastico-sacrale della morte di Erode, corroso dai vermi non perché assassino, ma perché «non aveva dato gloria a Dio» (Atti 12,23; tipica espressione giudeo-cristiana).

Un’altra liberazione degli apostoli dal carcere sarebbe avvenuta prima, sempre ad opera dell’angelo del Signore in Atti 5,17ss, in cui è interessante quel che riferiscono gli incaricati quando vanno per prelevarli e portarli al processo davanti al Sinedrio: «Abbiamo trovato il carcere scrupolosamente sbarrato e le guardie al loro posto davanti alla porta ma, dopo aver aperto, non abbiamo trovato dentro nessuno». Una prigione chiusa e sorvegliata con grande diligenza: i discepoli sembrano volatilizzati in scia all’angelo (ritenuto puro spirito).

E poco prima (Atti 5,15) è avvenuto il più clamoroso dei prodigi: Pietro che guarisce i malati camminando, con la sua ombra che li copre passando sui loro corpi [follia mitologica]. Ed ancor prima (Atti 5,1ss) viene narrata la morte improvvisa di Anania e Saffira per non aver consegnato interamente il ricavato della vendita del loro podere!

Ci sono parecchie creazioni letterarie nei vangeli (che non sono una biografia), ma in genere hanno sempre un significato simbolico; invece nei suddetti episodi che fanno rabbrividire non è rintracciabile un senso traslato.

Abbiamo già dimostrato che Atti 1 non è di Luca, coi suoi 7 apax (parole che ricorrono solo qui nell’intero NT e nel complesso degli scritti lucani). Abbiamo il sospetto che anche il cap. 12 sia extra-lucano, un’infiltrazione giudeo-cristiana negli Atti, a parte i primi due versetti (martirio di Giacomo) e gli ultimi due (Paolo e Barnaba). E sospettiamo pure che lo sia l’intera prima metà del cap. 5 almeno sino al v. 24 (Anania e Saffira, ombra di Pietro, liberazione degli apostoli).

Il Dio violento che colpisce a morte è tipico dell’ebraismo veterotestamentario; è quindi un mezzo miracolo che col giudeo-cristianesimo abbia sconfinato nel NT solo tre volte, se non mi è sfuggito qualcosa. Dio non uccide mai nel NT, con solo appunto tre eccezioni: una l’abbiamo ricordata domenica scorsa, quando Paolo afferma che molti corinzi si sono ammalati o sono morti perché si sono accostati indegnamente all’Eucarestia (1Cor 11,30; ma è una sua stravagante opinione personale che lascia il tempo che trova); per la morte di Erode l’azione divina è chiara tramite il suo angelo che colpisce (Atti 12,23; perché non ha colpito anche suo padre, Erode il grande, prima della strage degli Innocenti?), mentre non lo si dice esplicitamente per Anania e Saffira, anche se è abbastanza implicito (Atti 5,5.10). In conclusione, nel NT il Dio violento che uccide c’è solo nelle successive infiltrazioni giudeo-cristiane (anche Paolo è un giudeo-cristiano).

Tu es Petrus. Il vangelo contiene le celebri parole del primato petrino: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi [dell’Ade] non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli…». Il testo prosegue col Vade retro Satana [16,21-23; ovviamente, essendo la festa di Pietro, il brano odierno per riguardo si ferma prima al v. 19 col potere di legare e sciogliere], perché per Pietro è inconcepibile la passione-morte del Messia-Cristo (v. 22). Come disse in un’omelia a Roma J. Dupont, il brano è lo stesso, il contesto è il medesimo per cui costituiscono un’unità; quindi il “Tu sei Pietro…” e il Satana hanno lo stesso peso e valore: perciò se esaltiamo troppo il “Tu sei Pietro”, dobbiamo fare altrettanto col Satana, il che non va bene. Ma se minimizziamo il Satana, come normalmente avviene, dobbiamo ridurre drasticamente anche il primato.

C’è però una grossa differenza: il Satana è sicuramente storico per il criterio d’imbarazzo: non si sarebbero mai sognati una cosa così disdicevole per Pietro se non fosse vera. Infatti il Marco II l’ha tagliata (assieme al «Dio mio, perché mi hai abbandonato?») perché sconcertanti, per cui in Luca (che ha solo tale manoscritto della 2ª ediz.) non ci sono, in quanto egli non li ha letti. Grazie a Dio il Marco III li ha ripristinati, per cui ce li ritroviamo in Matteo: abbiamo comunque per Satana due attestazioni (Mc e Mt).

Invece per il «Tu sei Pietro…» abbiamo solo l’attestazione di Mt 16,18s, per altro molto trionfalistica; è un’enfatica e posteriore creazione letteraria per suffragare l’autorità di Pietro (in particolare dopo la sua morte per eventuali successori) che vacillava nella comunità primitiva: negli Atti Giacomo, il fratello carnale del Signore (Galati 1,19, nella 2ª lettura della Messa vespertina nella vigilia della festa odierna), ha un’autorità pari se non superiore a Pietro. Abbiamo inoltre alcune stranezze: il termine “chiesa” (ecclesia) anacronistico perché estraneo a Gesù, e soprattutto le porte (o vectes, picconi) degli Inferi, l’Ade del mondo antico (greco-romano, ma non solo), che non ha nulla a che vedere col tradizionale inferno “cattolico”.

Utilizzando la formula cautelativa di John P. Meier [prete cattolico statunitense, che la usa nei suoi cinque volumi sul Gesù storico, tradotti dalla Queriniana dal titolo Un ebreo marginale], non possiamo affermare che il “tu sei Pietro” sia di Gesù, ossia ci dobbiamo astenere; il che non lo esclude in assoluto, ma è altamente improbabile (per me sicuro che sia estraneo a Gesù). Questo significa che il faraonico e sfarzoso papato plurisecolare non ha alcun fondamento né in Gesù né nei vangeli originari.

Una sola goccia salva il mondo. L’inconsistenza del primato petrino non è una novità; rivoluzionaria è invece l’inesistenza del sangue nell’ultima cena e nei vangeli originari [evidenziata la settimana scorsa sulla base di autori del calibro di A. Schweitzer ed E. Hirsch, ma del tutto ignorata nel mondo cristiano; anzi per questa mia tesi prima del Vaticano II sarei stato scomunicato, e secoli fa arso sul rogo]. Non hanno trovato altro modo per giustificare la tremenda passione se non grazie al sangue sacrificale, soprattutto se si presume la (onni)potenza di Dio come squadernata nella prima lettura di oggi e in Atti 5. Perché l’angelo non ha salvato Gesù nel Getsemani, come farà invece dopo per Pietro e gli apostoli? L’unica possibile disperata risposta fu che Dio non solo l’ha permesso, ma ha pure pianificato la remissione dei peccati (cfr l’appendice tecnica).

Bisognerebbe invece abolire la festa del Preziosissimo Sangue, celebrato ad es. in pompa magna a Sarzana (La Spezia), presieduto dal vescovo di Albenga-Imperia Borghetti, che nella sua catechesi “virgolettata” su «Avvenire» del 22 giugno 2025 ha detto: «La tradizione ci dice che fu Nicodemo d’Arimatea [sic;era Giuseppe originario diArimatea] a raccogliere in un’ampolla sul Calvario il sangue di Cristo, poi giunto a Luni e quindi a Sarzana… Una sola stilla di quel sangue dal valore infinito, come canta l’Adoro te devote, “una sola goccia può salvare tutto il mondo da ogni colpa”, una stilla salvum facere / totum mundum quit ab omni scelere».

Appendice tecnica

Quindi doveva andare così, sottolineata dal verbo (e)dei: era necessaria la passione per la riparazione espiatoria. Perciò l’angelo ha potuto solo confortare Gesù che sudava sangue (Luca 22,41-45): ma i vv. 43 e 44 [col pregare «più intensamente» (comparativo ektenesteron)] secondo l’edizione critica del Nestle-Aland non appartenevano certo al testo originario. Tale comparativo postumo ben si aggancia con l’odierno «intensamente» (ektenôs di Atti 12,5) della preghiera della chiesa per Pietro imprigionato; entrambe sono infiltrazioni giudeo-cristiane (il termine compare solo qui nel NT assieme a 1Pietro 1,22, anch’essa di stampo giudaico).