Vangelo della domenica 14ª, Luca 10,1-12.17-20 (con retrospettiva sulla 13ª)

Purtroppo le imbarazzanti letture della festa di Pietro e Paolo hanno soppiantato quelle previste per domenica scorsa (13ª, Luca 9,51-62) che invece sono più significative. Ci soffermiamo su due episodi del vangelo pregresso. Nel primo (Luca 9,51-55) Gesù sta attraversando la Samaria, e un villaggio lo respinge perché si sta dirigendo con decisione verso Gerusalemme; nei vv. 52-53 viene ripetuto il termine prosôpon [da cui la maschera teatrale e pure il nostro termine “persona”]: ossia il suo aspetto, volto, personalità sono proiettati verso Gerusalemme, invisa ai samaritani. I “fanatici” Giacomo e Giovanni, non per nulla chiamati «figli del tuono», chiedono di annientare il paese con un fuoco dal cielo, ma Gesù li rimprovera fulminandoli con lo sguardo. Non è un atteggiamento diverso da quello del patriarca ortodosso di Mosca Kirill, che ha benedetto il «fuoco dal cielo» (bombardamenti) sull’Ucraina, rischiando la dissoluzione del cristianesimo russo.

Lascia che i morti… Il secondo episodio è la frase di Luca 9,60 (e Matteo 8,22, dunque da Q), in genere non compresa o fraintesa. Un tale vuole seguire Gesù ma prima chiede di andare a seppellire suo padre. Al che Gesù ribatte: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti». È molto probabilmente un detto autentico di Gesù pieno di ironia tagliente, in particolare nei confronti dei suoi oppositori: farisei, sacerdoti, scribi, dottori della legge… Non si tratta ovviamente di mancanza di rispetto e cordoglio nei confronti dei propri genitori (familiari). Quelli che procedono all’inumazione dei loro morti sono ovviamente fisicamente vivi; ma Gesù li chiama morti perché in essi non v’è (più) una vera vita. Coloro che accompagnano solennemente un morto alla tomba (nonostante i riti sontuosi e le cerimonie sfarzose, come quelle delle arroganti categorie suddette), pur sembrando vegeti fisicamente, in verità non sono meno morti delle salme che stanno trasportando: perché manca loro la necessaria sensibilità vitale che proviene da Dio e dal suo Regno nella sequela di Gesù.

Si tratta di qualcosa di assolutamente nuovo rispetto sia alla religiosità giudaica che pagana. E si collega molto bene col detto di Luca 17,37 (che non verrà letto nel lezionario di quest’anno; pure in Mt 24,28, dunque anch’esso da Q): una conclusione “brutale” altrettanto  incompresa o fraintesa. Essere morti dentro senza la vita dello Spirito equivale a essere cadaveri; per questo Gesù dice: «Dove sarà il cadavere, là si raduneranno anche gli avvoltoi»; cioè, dato che gli avvoltoi si cibano delle carcasse, dove si trova un uomo lontano da Dio e distaccato dal suo regno, là si dirigono infallibilmente gli avvoltoi del giudizio.

Satana come la folgore. Venendo al vangelo di oggi, prescindiamo dalla prima parte (10,1-12) che è una creazione letteraria della prima comunità relativa ai disagi e rischi della  missione evangelizzatrice (spesso rifiutata). Il vangelo poi salta i guai contro le tre città: Corazin, Betsaida e soprattutto Cafarnao (cfr. l’appendice tecnica) per passare al passo molto arcaico sul camminare sui serpenti e gli scorpioni, e su Gesù che vede Satana cadere dal cielo come la folgore, anch’essi spesso incompresi o fraintesi (Lc 10,17-20).

Abbiamo il ritorno dei 72 discepoli che riferiscono la loro esperienza gioiosa per i demoni che si sono a loro sottomessi. Il potere del messaggio di Gesù sui demoni viene collegato con la caduta di Satana ad opera della vittoriosa potenza divina, e viene trasmesso ai discepoli tale potere su tutta la genia-schiatta di Satana sulla terra, ossia i serpenti e gli scorpioni [essi erano considerati di stirpe satanica]. Inoltre nella fantasia orientale le meteore sono gli spiriti celesti espulsi e precipitati dal cielo. Che Satana e gli spiriti malvagi nei giorni del compimento finale siano privati della loro forza-potere e, decaduti, vengano gettati nell’abisso, tutto ciò appartiene al retaggio della speranza giudaica circa il Regno messianico. Il v. 18 (Satana che cade dal cielo come una folgore) non è un evento storico, ma un’immagine corrente prima nel giudaismo e poi nel giudeo-cristianesimo per dire che Gesù vede compiersi nel potere dei suoi sui demoni (espresso nel camminare sui serpenti e scorpioni) una componente decisiva della speranza finale. [Sono fuori luogo tutti i discorsi su una presunta preesistente visione da parte del Verbo della caduta primordiale, prima della creazione del mondo, di Lucifero dal cielo negli inferi, o come in Dante esattamente dalla parte opposta di Gerusalemme, ossia nel mare australe che fa da ghirlanda all’isola del Purgatorio].

La conclusione (v. 20) è tuttavia più elevata, poiché ritiene la signoria su Satana e la sua genia espressa in modo troppo basso, terra-terra, quasi banale; la grande sensibilità lucana per il vero stile di Gesù, coi nomi iscritti nei cieli, plasma un’immagine più degna e nobile del camminare sui serpenti e scorpioni, anche se sostanzialmente vogliono dire la stessa cosa; e comunque col «non rallegratevi per la sottomissione degli spiriti [non “demoni” come nella traduzione italiana], ma piuttosto dei vostri nomi scritti nei cieli», sono decisamente relativizzati gli esorcismi (già assenti nel IV vangelo). Sono relativizzati anche da Mt 17,21: «Questa razza (di demoni) non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» [anche se tendenzialmente scartata dalle edizioni critiche perché manca nel Sinaitico, Vaticano, e altri (in genere è posta fra parentesi o nel testo o in nota)].

I nomi iscritti nei cieli sono collegabili con le dimore eterne di Lc 16,9, e quindi con l’essere destinati alla vita eterna [questo significa, tradotto e demitizzato, camminare sui serpenti e scorpioni], presente in modo massiccio in Gv (ben 17 volte) ma poco usata nei sinottici: unicamente tre volte da Luca, ma solo una volta in bocca a Gesù (18,30), mentre nelle altre due è in bocca al dottore della legge (10,25) e al giovane ricco (18,18): «cosa devo fare per ottenere la vita eterna?».

Appendice tecnica

Per Cafarnao il problema testuale è abbastanza complesso ma istruttivo; lo affrontiamo chiedendo uno sforzo al lettore perché il risultato è significativo. La traduzione consueta (in linea coi manoscritti Sinaitico e Vaticano) suona: «E tu; Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!» (Luca 10,15). Due (semi)frasi coordinate in paratassi.

Siamo però noi che (correttamente) abbiamo inserito il punto interrogativo a metà (e pure quello esclamativo finale, che però è irrilevante, una questione di gusti), poiché nei manoscritti non c’è la punteggiatura. Ma ad es. Girolamo non li piazza, perché legge nel suo manoscritto greco (che non è l’unico, anzi sono la maggioranza) una eta (η) [nella prima semifrase dopo “Cafarnao”) senza accento, ossia l’articolo femminile greco [che ovviamente non può tradurre perché esso manca in latino]; ciò però lo induce a subordinarla in apposizione a Cafarnao, con la seconda semifrase come unica principale (entrambe non interrogative): Et tu Capharnaum, usque ad caelum exaltata, usque ad infernum demergeris. «E tu Cafarnao, la (η) innalzata fino al cielo, sino all’inferno precipiterai». Il codice Bresciano vi sopperisce brillantemente con la relativa al femminile quae usque ad caelum exaltata es, «che fino al cielo sei (stata) innalzata». Tra queste prime due versioni c’è la differenza che nella seconda l’innalzamento di Cafarnao  è già avvenuto o in fieri, per essere poi ribaltato in futuro.

Tuttavia in altri codici antichi e autorevoli (C, D, Veronese, Corbeiense..) la eta (ή) è spostata in avanti (all’inizio della seconda semifrase), ma è accentata, per cui non può essere l’articolo femminile, bensì una particella interrogativa disgiuntiva, che dà origine a una sola frase interrogativa molto più morbida: «E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo oppure (ή, aut nel Veronese e Corbeiense) fino agli Inferi precipiterai?». Qui il senso è parecchio diverso; secondo lo stile semitico i due verbi (innalzare e precipitare) si susseguono velocemente senza chiari legami sintattici, per cui possono indicare due azioni in contemporanea, ovviamente qui solo pensate; l’alternativa (aut, aut), è unicamente nel pensiero, per cui non si tratta tanto di una maledizione, bensì di un severo avvertimento di fronte a una doppia possibilità agli antipodi: la salvezza espressa simbolicamente dal cielo, oppure la caduta rovinosa, espressa simbolicamente dagli inferi (Ade). È una minaccia, non una decisione già presa con una sentenza inappellabile di condanna.