Vangelo della domenica 16ª del tempo ordinario: Luca 10,38-42
Il problema lo abbiamo già preannunciato la settimana scorsa. In Luca 10,38-42 Gesù, che sta attraversando la Samaria, subito dopo la parabola del buon Samaritano va a trovare le due sorelle nella loro abitazione: esse quindi di primo acchito sembrano samaritane, mentre in Gv (11 e 12) sono giudee di Betania nei pressi di Gerusalemme.
Anzitutto non paiono esservi dubbi che Marta e Maria (di Luca 10) siano le stesse sorelle di Betania; non tanto e non solo per i nomi: Maria era sì un nome enormemente diffuso, ma quello di Marta no, anzi non è di origine ebraica.
Samaritane o giudee? Sono le medesime perché si assomigliano molto per il carattere, le attività e gli atteggiamenti loro attribuiti: Marta è superattiva nelle faccende domestiche (Gv 12,2 e Lc 10,40) tanto da brontolare perché la sorella non l’aiuta. Ciarliera ed estroversa, solo Marta parla sia in Lc 10 che in Gv 11. Maria, meditativa, riservata e taciturna, non dice una parola [con l’unica eccezione di Gv 11,32 in cui peraltro ripete la medesima frase della sorella nei confronti di Gesù: «Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto»].
Dal loro carattere e dal loro agire è sorta la tradizionale distinzione fra vita attiva (Marta) e contemplativa (Maria): un significato non del tutto escluso ma tirato per i capelli, comunque estremamente marginale. Certo Maria tiene un comportamento di maggior familiarità con Gesù, accovacciata ai suoi piedi, che poi ungerà in Gv 12,1-8 asciugandoli coi capelli: in entrambi i casi con un atteggiamento molto intimo.
Ma quelle di Betania non possono essere samaritane, altrimenti molti giudei non sarebbero venuti per il cordoglio. Allora come si spiega il passo di Luca? In realtà Gesù va a casa di Marta [«Marta l’accolse nella (sua) casa» in Lc 10,38; Maria è nominata solo dopo di striscio in quanto sorella]. È Marta la matrona e padrona di casa, che sovrintende e dirige (aoristo 3° epistasa, da efistêmi) i molti servizi; sembra una sua proprietà più che della sorella, che l’ha solo accompagnata per aiutarla.
I Giudei odiano Marta. Il rapporto di Marta coi giudei pare deteriorato, probabilmente perché con la casa in Samaria frequenta i samaritani (ritenuti eretici, scismatici, stranieri, “bastardi” in senso tecnico, in quanto mescolatisi con altre popolazioni immigrate nel periodo dell’esilio, come già visto domenica scorsa per il buon samaritano), se non addirittura perché ha sposato un samaritano? E si reca occasionalmente nella casa originaria del marito in Samaria? Le nozze fra giudei e samaritani erano severamente vietate e considerate peccaminose, una cosa orrenda per i giudei che per questo la “odiano” ignorandola; essi hanno in nota solo Maria, si (pre)occupano solo di lei tanto che, dopo averla consolata, la seguono quando esce di casa (Gv 11,31) pensando che vada al sepolcro.
Molto probabilmente Marta va da sola incontro a Gesù all’inizio del paese senza la sorella per non portarsi dietro i rognosi giudei; ma soprattutto poi torna a chiamare la sorella “di nascosto” perché anch’essa vada da Gesù. Perché tale inspiegabile sotterfugio? Quasi sicuramente per evitare, aggirare gli “odiosi” giudei che bazzicano per casa.
Così i conti sembrano tornare: entrambi gli evangelisti (Lc e Gv) hanno ragione.
Utilizzo i gradi di certezza tipici degli esperimenti in fisica: vanno da 1 a 5 e il massimo è sigma 5 (come la “particella di Dio”, il bosone di Higgs individuato al CERN di Ginevra).
Che Marta, con la sua casa in Samaria, frequenti i samaritani, per cui i giudei la “odiano”, è di sigma 5. Che abbia sposato un samaritano di sigma 4.
Se non fosse per la glossa tardiva di Gv 11,2 (cfr l’appendice tecnica), nei primi versetti Lazzaro è solo uno dello stesso paese di Marta a Maria, senza dire che sono sue sorelle! Vicino di casa, finché vogliamo amico di famiglia, ma non membro di essa.
Faccio un esempio personale: mi chiamo Mauro Pedrazzoli, originario di Campagnola Emilia (RE) ed ho una sorella di nome Simonetta. Sarebbe come dire 40 anni fa quando sono stato operato: «Ora è malato un certo Mauro Pedrazzoli di Campagnola Emilia, lo stesso paese di Simonetta (senza dire che è mia sorella!). Sarebbe invece stato logico dire: «…il medesimo paese di Luciano Manicardi» (monaco di Bose).
La famiglia di Betania sconosciuta ai sinottici. Senza la glossa il lettore apprende che Lazzaro è il fratello solo dopo ben 18 versetti, in Gv 11,19, e per di più in un’annotazione di striscio, di passaggio: «… per consolarle per il loro fratello».
È invece solo di sigma 1 o 2 il sospetto che Lazzaro possa essere il figlio di Marta (e del marito samaritano), perciò con mezzo sangue samaritano; Gesù quindi avrebbe voluto molto bene ad una presunta “peccatrice”, e amato un ragazzo “bastardino” (Gv 11,5)? Che la tradizione ha interamente “giudaizzato” camuffandolo da fratello di due giudee purosangue? Liberandolo così dall’indelebile ignominioso marchio di essere un mezzo samaritano.
Tralasciamo l’annoso problema del perché tutti e tre i sinottici non narrino il “prodigio” operato da Gesù su Lazzaro, nonostante che la notizia si fosse ampiamente diffusa presso molta gente a Gerusalemme e dintorni come detto in Gv 12,9-11 e 11,45-48, in particolare il 45: «Molti dei giudei che erano venuti da Maria [anche qua Marta sembra non esistere per i giudei], alla vista di quel che Gesù aveva compiuto, credettero in lui».
Qui i conti invece non tornano: l’imbarazzante e incredibile omissione dei sinottici è stata del tutto rimossa, in maniera intellettualmente non onesta.
Appendice tecnica. Intrigante è la glossa di Gv 11,2, forse doppia (2a e 2b). Un primo glossatore in 2a avverte la necessità di identificare Maria come «colei che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi coi suoi capelli». Perché rammentare in anteprima, coi verbi al passato, un’unzione non ancora avvenuta, narrata solo nel capitolo seguente (12)?
Ancor più ingombrante il fatto che solo qui [oltre all’altra super-glossa di Gv 6,23 che ricorda il luogo della moltiplicazione dei pani (forse anch’essa sua), ed alla finale aggiunta di Marco 16,19 (“Il Signore Gesù”) che non fa testo perché quella originaria è andata perduta] un autore chiami Gesù “il Signore”. È normale che nei vangeli i discepoli e gli interlocutori di Gesù si rivolgano a lui col titolo di “Signore”, ma gli evangelisti, quando scrivono in terza persona, non lo fanno mai! A parte le 3 suddette eccezioni ultra-tardive, che riflettono l’uso delle generazioni cristiane successive di chiamare il Cristo “Signore” nelle loro liturgie.
È un dato impressionante e clamoroso (ma qualcuno se n’è accorto?), anche perché devastante per la dogmatica cattolica; tuttavia non ne colgo bene il motivo: forse gli evangelisti hanno considerato prematuro definire Gesù in tal modo prima della resurrezione; solo il risorto è (veramente) costituito “Signore” e figlio (adottivo) di Dio, come nella formula di fede citata da Paolo in Romani 1,3-4 (che contraddice palesemente il concilio di Nicea di cui si celebrano in pompa magna i 1700 anni).
Un probabile secondo glossatore, per rimediare al rocambolesco dato che solo dopo 18 vv. venga affermata la fratellanza di Lazzaro, ne approfitta saggiamente per dichiarla già da subito con una secca relativa in caso obliquo (genitivo ης senza preposizione), un caso unico nei vangeli [se non mi è sfuggito qualcosa, perché è un’impresa improba controllare tutte le relative degli scritti cristiani canonici]: «…il cui [della quale il] fratello Lazzaro era malato» (un po’ dura, per cui le versioni italiane la spezzano: «Suo fratello Lazzaro era malato», in Gv 11,2b).
Nei vangeli sono normali le relative secche nei casi diretti [il quale soggetto in nominativo o complemento oggetto in accusativo], forse un paio in dativo, ma non in genitivo, nel qual caso il pronome è sempre preceduto dalla preposizione περί (a riguardo di, del/della). Al maschile περί ου come in Mt 11,10 e Lc 7,27: «del quale sta scritto» (il Battista); al femminile περί ης come in Ebrei 2,5: «l’ecumene futura, della quale parliamo».
Quella di Gv 11,2b è una costruzione dipendente ardita (perché Maria, all’inizio dell’ampia descrizione dell’unzione, è lontana dal suo pronome relativo), inusuale nel NT ma corretta, anzi forse raffinata di un bravo letterato in pieno secondo secolo.






