4 luglio

Non abbiate paura di morire. E’ come nascere: si passa una porta stretta stretta, sull’ignoto, nel vuoto, si ha paura, e poi è spazio, luce, presenze, aria. Il seno perduto ritorna, dolce e caldo: che sia così per ogni nato, altrimenti l’umanità fallisce, e questa è l’unica vera morte. Imparate da chi sta morendo: senza dir nulla vi insegnerà, come un precursore sulla via impervia. Dategli vicinanza, senza arroganza: lui ne sa più di voi. Tenetegli la mano, senza trattenerla, senza trattenere lui. Siate voi l’unzione degli infermi morenti, siate un lubrificante del parto nuovo, che vivremo tutti, tanto meglio quanto più avremo salutato dolcemente chi esce da questo poco verso l’infinito. Sembra fine e distruzione, ma noi cosa ne sappiamo? Leggiamo il vangelo in Giovanni 14: Gesù  vedeva più di noi, promette, può promettere. Tutti i sapienti, intimamente vivi, hanno lasciato aperto almeno l’interrogativo, che è più intelligente delle conclusioni. Soltanto, guardate che attorno a voi, nella società, nel mondo, tra i popoli, la morte non sia usata come arma: “non uccidere”, è l’inizio del sempre di più vivere. L’unica morte è quella di chi dà la morte. Alla fine, nel suo abisso, capirà soffrendo, e anche per lui ci sarà ritorno, vita oltre. Onoriamo chi muore, impariamo a vivere. E’ morta ieri mia sorella Pia, che ho visto nascere, 80 anni fa.

6 luglio

Si ricorda in questi giorni Pier Giorgio Frassati, che viene canonizzato come santo. Non so se altri sanno e ricordano che, nella vecchia sede della Fuci (salone piano terra di via Parini 14 (?), più altre due stanze), c’era un vetrina che conteneva una bandiera italiana, semilacerata. In quella sede conobbi Dario Oitana e tanti altri, nel 1953-54. La tradizione era che quella bandiera fu portata in un convegno Fuci (mi pare in una città dell’Adriatico) da fucini (tra cui P.G. Frassati) aggrediti dai fascisti. Quindi prima del 1924 (solamente 30 anni prima quando la vidi io! oltre cento oggi!). Nelle storie Fuci dovrebbe esserci il fatto. Gli storici attuali sapranno precisare. In seguito al nuovo edificio e cambio sede, chiesi di quella bandiera. Se ricordo bene, è conservata, ma non so di più. Sarà ricordato anche questo, immagino, nelle memorie di Frassati.

Mi risponde Marta Margotti precisando i miei vaghi ricordi: «La bandiera era quella della Fuci di Torino portata all’adunanza della Società della gioventù cattolica di Roma, nel 1921. Pier Giorgio Frassati la difese e nella colluttazione fu strappata. Ad assalire i giovani cattolici furono le guardie regie, con conseguente arresto dei manifestanti. Ho anch’io un ricordo di quella bandiera, perché – oltre trent’anni fa – fu fatta vedere in occasione di un incontro dei responsabili dei giovani dell’Ac del Piemonte, in corso Matteotti».

7 luglio

Voglio andare a scrivere. Ma resto a letto, scoperto. Non albeggia ancora. Il merlo non canta ancora, sui tetti. Finalmente un po’ di fresco, che passa leggero da finestra a finestra, aperte. Devo coprirmi. A scrivere ci andrò. Ma so già che è difficile: come mettere l’aria in una scatola. Le parole che venivano nel semisonno-semiveglia sono già volate via: mi piacevano, erano belle (lo sai che devi guardarti dal cercare la bella scrittura!). Ieri è stata una di quelle esperienze – ne conoscevo già – in cui il dolore del distacco, dell’addio (l’ultima opera buona dei morti è radunare gli amici vicini e far rivedere i parenti lontani) si mescola all’incontro caro e sentito con molte persone. Davvero la morte sembra ravvivare la vita, in qualche modo: cosa possiamo capire, noi, di tutto ciò che accade? Non riconosco subito tutti i volti (come sono cambiati!), ancor meno i nomi, ma non mi vergogno di chiederli. Le ragazze giovani sono bellissime. I vecchi come me so già cosa pensano, con sfumature diverse. Faccio pasticci, confondo alcune persone, chissà cosa diranno. Chi ha qualche lacrima, chi sorride. Ci si abbraccia. C’è molta libertà, più che imbarazzo e tono luttuoso. Giusto così. Preghiera e speranza hanno il momento per essere dette in parole, va bene, ma sono anche dette in questo incontrarsi. Ci vuole il rito e ci vuole la vita: uno dentro l’altra. La vita di chi è morto ritorna qui, i sentimenti che ha espresso, o cercato di esprimere, li sentiamo e ce li comunichiamo noi, ora. Tutto è più grande di quel che vediamo. Tutto è molto semplice, pratico, eppure è molto di più. Specialmente in momenti come questo. Quel momento di incontro, il suo significato, è rimasto dentro. Poi sappiamo che sfumerà nei ricordi, eppure anche resterà. Naturalmente, non sono riuscito a scrivere come volevo. Ma quando mai si riesce a fare come si vorrebbe? Ecco, la vita è sempre incompiuta, proprio nei momenti più pieni e intensi. Meno male! Si fermerebbe lì. Invece ha sempre altro da dire, da cercare, da ascoltare, attendere e desiderare. Grazie a Dio, la vita è così, sempre insufficiente, sempre più avanti. Forse la morte, nel suo mistero, è proprio quel compimento, quell’incontro anelato. La gran fatica che fanno i morti, forse è l’arrivo in salita. In un vangelo Gesù dice, morendo, “Tutto è compiuto!”. Forse ogni morente diventa sapiente. Forse per questo siamo anche lieti, non solo afflitti, nel riunirci a salutare chi è morto, a raccogliere la sua vita, per vivere noi.

14 luglio, mattina

Salutando Goffredo Fofi, morto ieri, scrive Mirella Armiero («Corriere della Sera» 13 luglio): «Il suo mestiere era creare relazioni. Era un viandante instancabile che ci metteva insieme anche quando non lo sapevamo, noi fermi e lui sempre in movimento. Ci passava in rivista e quando ti maltrattava sapevi che ti voleva bene. La sua competenza era critica ed etica, due termini che non sono più di moda». Concita De Gregorio («la Repubblica» 14 luglio 2025), scrive: «Se una cosa Fofi ha lasciato in dote a chiunque, non solo a chi gli è stato allievo ma a tutti, è questa: fare, non dire. Fare più che dire. Ha senso solo la parola che diventa gesto, azione, movimento».

È vero, però Goffredo Fofi, oltre a “fare” gesto, azione, ha fatto anche molto il “dire”, che è vedere il fatto e il “da fare”, perché senza il “dire” , − cioè esaminare, valutare, avere obiettivi e valori −, cioè senza la teoria la pratica è disorientata, non sa cosa sta facendo. Fofi è stato operatore, ma prima osservatore, studioso, comunicatore. Le molte riviste che ha fondato e diretto sono anch’esse sue azioni, eppure sono un “dire”. Quindi accetto, per Goffredo Fofi, il «Fare più che dire», ma non accetto il «Fare, non dire».

14 luglio, pomeriggio

Perché pensano la guerra e preparano tante e tante armi? Il fatto è che sono dominati da una antropologia della rivalità eliminatoria: homo homini lupus (a parte che i lupi non mangiano lupi, sono più intelligenti di noi, come i topi – diceva Einstein – non fabbricano trappole per topi). Cioè: la teorizzazione fa regola di ciò che accade malauguratamente. Se Caino uccide Abele l’umanità sarebbe fatta di Caini. (Dicono infatti: «la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà. Si vis pacem para bellum. La difesa è deterrenza, minaccia»). E perché non sarebbe viceversa, l’umanità fatta di miti Abeli? Fascino del nulla, della potenza distruttiva, del gorgo nichilista, della negazione del vivere che è la morte artificiale, imitazione tetra di quella naturale, vista come destino imperativo e negativo, non come soglia misteriosa verso il tutto. Se guardi la morte con amore per la vita, la morte non è più il tuo terrore, che ti arma contro l’altro che tu vedi minacciarti di morte. Dunque, cultura di morte, passiva e attiva. E’ già stato detto: la paura della morte fa impugnare la morte per buttarla addosso agli altri, con un pretesto, assolutamente illusorio. Immensa sconfitta dell’umanità, che così si autodistrugge, e invece si afferma nell’amore per l’altro, la compassione, la solidarietà. Così sentono tutte le religioni, nonostante i loro difetti e contraddizioni. Sono re-ligioni perché collegano il piccolo all’infinito: «Religiosus esse nefas. Religentes oportet» (Aulo Gellio). L’idolo della potenza crede di sconfiggere la morte, e invece ne è schiavo. Quando capiremo, tutti insieme? Non è un potere o una dottrina, che ci richiede di essere pace, cioè vita con vita. Ce lo chiede la vita stessa, se amata.

15 luglio

Non credo a nessuna parte in guerra. Chi è armato è falso: uccide la verità prima delle vite umane. Non esiste guerra giusta. Lo stato armato è omicida, come ogni formazione armata. La risposta violenta (armata) alla violenza è stolta e ugualmente criminale: afferma e conferma la violenza omicida aggressiva. Inutile chiedere chi ha cominciato. La politica armata è il peccato originale. La guerra di difesa conferma la logica della guerra di aggressione. Cultura storica e politica vogliono ignorare la possibile (da organizzare e istituire: Alex Langer) difesa popolare nonviolenta (anche sul piano machiavellico: efficace al 50%, mentre sono efficaci al 26% le difese violente; vedi Erica Chenoweth). Gli stati ricattano i popoli: ti difendo io con le armi, e ti mando a uccidere e morire. La politica non esiste: è la serva del profitto criminale sulle armi e sulle uccisioni di persone umane, col folle pretesto sovranista. Lo stato armato è già omicida. Vedi Meloni all’età della pietra: “Si vis pacem para bellum. Difesa è deterrenza” (letterale). Lo ripeto, insieme agli spiriti migliori: o la nonviolenza (da Gesù a Gandhi e oltre) o la non-vita. Perché tanti dei più intelligenti non capiscono? Ripeto all’infinito e soffro.

Foto: https://www.facebook.com/LaBiblioterapia/posts/homo-homini-lupus-est-luomo-%C3%A8-lupo-per-laltro-uomo-plauto-molta-gente-usa-il-ter/1967959246815555/