La pubblicità propaganda la felicità, ve la vende prontamente confezionata, ma la gioia vale di più, e non è in vendita. Lo mostra in modo affettuoso Eugenio Borgna (1930-2024), “lo psichiatra gentile”. Nel suo libro postumo, Gioia (Einaudi 2025), egli cerca una intelligenza emozionale, non solo razionale, della sofferenza umana, che può arrivare alla follia. Perciò Giuseppe Moscati (Rocca, 15 luglio 2025) include Borgna fra i “Testimoni di pace”. La gioia è una emozione spirituale, mistica, anche fragile e leggera, che sa vedere le luci tra le ombre. Rende meno dolorosi gli inevitabili affanni. Non cancella il dolore, lo inserisce nella speranza. Ma deve saper ascoltare il cuore e il silenzio. La gioia si intravede nel sorriso, e anche nelle lacrime. Borgna legge e comprende molti poeti e ascoltatori delle profondità: Etty Hillesum – che riconosce le luci della gioia anche nell’ora del morire ad Auschwitz − e Pascal, Christian Bobin, Simone Weil, Nietzsche, Emily Dickinson, Dietrich Bonhoeffer, Edith Stein, Sandro Màrai, Paul Celan, sant’Agostino, Rainer Maria Rilke, Giuseppe Goisis, Leopardi…
La mancanza di gioia è malattia, asfissia. Ma le gioie più alte e pure possono dominare la tristezza e le sventure della storia. La gioia non viene quando la si cerca, ma appagare le esigenze dell’anima conduce alla gioia. C’è un modo femminile e uno maschile di sentire la gioia. L’errore è considerarla una debolezza. Per ascoltare semi di gioia bisogna far tacere i tumulti del proprio pensiero, ascoltare meglio che con la sola ragione. La gioia parla nel linguaggio degli occhi, tutto da imparare, e anche nella follia. Un cammino con coraggio e passione permette di rivivere le esperienze degli altri, come nostre almeno in parte. Ogni gioia è anche esperienza religiosa: in Dio abita la gioia, che discende, prende spirito anima e corpo. È passata per la povertà della mangiatoia e la miseria della croce, perciò è inconfutabile (Bonhoeffer). La gioia sconfina nella preghiera, fuori dall’egoismo.
«Le lacrime sono forse il supremo sorriso» (p. 39): emozioni sorelle, lacrime e sorriso, interscambiabili. Quando incontriamo una persona in lacrime, quali parole e sguardi per dire una presenza amica? Non dimentichiamo mai le grandi figure umane che hanno saputo rivivere in sé dolore e gioia, come Etty parla a Dio in un angolino del campo. Col dare la parola alle voci che ascolta, Borgna si esprime.
E della speranza, cosa può dire lo psichiatra? Quel nocciolo di ogni esistenza (qui leggiamo Leopardi bellissimo, poi Giuseppe Goisis, filosofo, sull’oblio della speranza). E ci chiede: come aiutare la persona che annega? Ascoltandola.
Così, nel nostro bisogno di speranza, ascoltiamo ancora Etty nel buio di una cella stretta, che dedica alla vita la nuvola che vede passare dalla piccola inferriata. Poi, c’è gioia nella musica, nel silenzio, nella speranza. È fragile, la gioia, ma non è una debolezza: la verità abita nella nostra interiorità. Non è facile trattenere la gioia in noi, se sentiamo troppo la nostra precarietà. Ci possiamo educare alla gioia? Sì, se la riconosciamo affine a grazia e gentilezza, sorriso e gratitudine.
Gioia e felicità sono sorelle, ma la felicità irrompe, non dura, e la gioia fiorisce dentro, senza tempo. È doloroso l’oscurarsi della gioia, quando, per esempio, si deve dire la verità a un malato. Ma dobbiamo saper riconoscere la gioia che ritorna a chi l’aveva perduta. Borgna narra qualcosa delle sue esperienze di medico. Vorrebbe che questo suo libro, nato da quelle esperienze, aiutasse tutti noi ad aggiungere il linguaggio del cuore a quello della ragione, nell’incontro con gli altri. La fragilità della gioia richiede talora che non si dica tutto alla malata, al malato. Ma è gioia grande poter dire al paziente che le sue angosce possono guarire. Nel curare, «non ferire mai la gioia di una persona» (p.103): una “psichiatria leopardiana”, cioè gentile e umana, con sensibilità e apertura al mistero, così da saper ascoltare «l’indicibile nascosto nel dicibile» (p. 109). Compito di tutti è questa cura. Saper gioire è immensamente diverso dall’essere felici. «La gioia non sta nelle cose, ma nell’incontro … perché l’altro, l’altra, è una persona».







Enrico, grazie per la tua recensione e sintesi, che fa riflettere su quando ciascuno di noi ha provato “gioia” nella sua vita.
È un bell’esercizio spirituale!
Per mia personale esperienza io legherei gioia a quando sei riuscito con le tue parole a dare sollievo ad un amico in difficoltà e leggi un grazie nei suoi occhi o quando, tu stesso in difficoltà, ascoltando una musica riesci a ritrovare la serenità (grande Bach……). Ma son solo due esempi.
Vanni