Vangelo della domenica 21ª: Luca 13,22-30 ampliato sino al 33
Il brano odierno è preceduto dalla paraboletta (non letta) di 13,20s; il lievito di Gesù e dei suoi discepoli [che si devono ben guardare da quello dei farisei in Lc 12,1, e anche di Erode in Mc 8,15, e pure da quello dei sadducei in Mt 16,6.11s] avrebbe dovuto fermentare tutta la pasta (le varie misure di farina) riunendo l’ebraismo col cristianesimo: l’anelito di Gesù che però si è infranto abbastanza presto.
Infatti l’immagine della porta stretta [del cielo; in Luca 13,24-29 col parallelo di Mt 7,21-23 e 8,11s, proveniente dalla fonte Q] rende chiaro che non tutti prenderanno parte, anche se lo vorrebbero, alla mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe: gli increduli coetanei di Gesù sono esclusi, gettati fuori in quanto operatori di iniquità: (sic) i (presunti) figli del regno, del popolo eletto e chiamato per primo, cacciati via ove sarà pianto e stridor di denti; il passo è fortemente antigiudaico.
Contro gli ebrei coetanei. Ma ce n’è per tutti: la non-conversione riguarda i giudei in Luca, mentre in Matteo i cristiani; Matteo usa la prima persona: «Io vi dichiarerò…» in 7,23, mentre Luca la velata terza persona: «Egli [il padrone di casa, l’oiko-despotês di 13,25; col vocativo despota (che ovviamente non ha il significato dell’italiano attuale) si rivolgono al medesimo Signore-Dio sia l’israelita Simeone nel «Nunc dimittis» in Lc 2,29, e sia il cristiano Pietro in Atti 4,24 in quanto “creatore di tutte le cose in cielo, terra e mare”] vi risponderà-dichiarerà…» in 13,25.27.
L’esito tuttavia è il medesimo: «Quando il padrone chiuderà la porta, e voi, rimasti fuori, comincerete a bussare…egli vi risponderà: “Non vi conosco, non so di dove siete”» (Lc 13.25s ). Nel più originario Luca sono giudei compaesani ad essere rifiutati: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze» (della Palestina).
Il lievito di Gesù doveva riunire in un unico fermento i giudei ed i cristiani: il sogno che (quasi) tutti gli ebrei si convertissero al Cristo in un unico popolo uniformando le due chiese: ne risente infatti la fonte Q aramaica che, essendo anteriore alla rottura definitiva tra giudaismo e cristianesimo, confida ancora nella loro fusione. Un’illusione naufragata abbastanza presto, ma Gesù all’inizio ci ha sperato, sentendosi inviato piuttosto alle pecore perdute d’Israele (Mt 10,6); poi egli ha ritenuto inevitabile sia il tramonto-declino di Gerusalemme che il rifiuto del popolo ebraico nei suoi confronti.
Contro gli pseudo-cristiani. In Mt 7,21-23, con qualche ritocco liturgico [«Non chi dice “Signore, Signore”», come nelle celebrazioni eucaristiche], sono i cristiani, seppur praticanti, ad essere respinti. Gli pseudo-cristiani gli risponderanno: «Ma Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome…e compiuto molti prodigi nel tuo nome? (v. 22). Si tratta di un’affermazione clamorosa: i (presunti) miracoli non sono un criterio sufficiente di veridicità, né una prova-garanzia di santità; esattamente il contrario della congregazione per le cause dei santi che ne chiede 2/3 per le canonizzazioni.
… L’impossibile [pace, giustizia del Regno ecc.] è altrove, non nei miracoli in senso tradizionale.
I talenti non sono le doti. Nella lettura continua di Luca non si leggerà quest’anno la parabola delle mine (monete), in quanto si preferisce giustamente nell’anno A leggere quella equivalente dei talenti di Matteo, più unitaria e scorrevole poiché in Luca 19,11ss ci sono due parabole confusamente riunite in una sola (cfr l’appendice tecnica).
Nella parabola i talenti e le mine sono la Rivelazione, non le proprie notevoli capacità, le doti in cui uno eccelle, anche se così è stato inteso in una lunga Wirkungsgeschichte (storia degli effetti), tanto che il termine, oltre a indicare la moneta romana, è ancor oggi sinonimo di grandi qualità, non esclusi i talenti capitalistico-economici come nella teologia della prosperità.
Gli ebrei hanno seppellito (come il terzo servo nella parabola che costituisce il punto culminante), distorto, storpiato o rimosso la rivelazione del VT, mentre certi cristiani hanno sotterrato quella del NT.
I farisei premurosi. Luca è più equilibrato di Matteo, che esagera con le sue roboanti filippiche nei confronti dei farisei (scribi, dottori, come nei lunghi 7 guai di Mt 23,13-33): infatti, pur non mancando in lui qualche controversia (come in Lc 11,37-44) culminante nella parabola del fariseo e pubblicano, nel prolungamento di 13,31 evidenzia il loro fair play quando avvisano il Nazareno di andare lontano perché Erode Antipa lo vuole uccidere. Al che Gesù risponde [cfr l’appendice tecnica]: «Andate a dire a quella volpe: ecco io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; [e il terzo giorno avrò finito]. Però è necessario che [oggi, domani e] il giorno seguente (cioè dopodomani) io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta perisca fuori di Gerusalemme» (Lc 13,32s).
Già secondo Julius Wellhausen (1844-1918) basta togliere le parole fra parentesi quadra e tutto fila liscio, senza il raddoppio pasticciato dei tre giorni; prova ne sia che i tre giorni hanno un significato diverso nel v. 32 [simbolo di tutta l’opera terrena di Gesù] e nel 33 [i tre giorni necessari per arrivare a Gerusalemme: un puro dato geografico].
Il significato è chiaro: c’è una prima fase che ormai sta per finire, caratterizzata dallo scacciare i demoni e dal compiere guarigioni, tipiche dell’avvento del Regno; segue poi una seconda fase, che sta ormai per iniziare, in cui Gesù va a Gerusalemme a sfidare l’establishment (sommi sacerdoti, scribi, farisei, Pilato…), che sfocerà nella passione.
Le parole su Erode profetizzano la morte di Gesù nella città omicida di Gerusalemme, che uccide i profeti e lapida chi è a lei inviato: nell’ambito di un’assoluta incredulità e rifiuto di tutta la cerchia gerosolimitana.
Il verbo greco apollumi (“perire” in 13,33) non significa semplicemente “morire” (ad es. nel proprio letto), ma “cadere in rovina, essere distrutti”; Gesù si rendeva ben conto di andare in bocca ai leoni in una deriva disastrosa, catastrofica e mortale.
In particolare in Luca si intende la morte del grande profeta, del giusto; in 23,47 il centurione dice: «Veramente quest’uomo era giusto» (e non “figlio di Dio” come negli altri due sinottici). Mi ha sempre fatto impressione il fatto che [prescindendo dall’ultima cena; cfr Solo il pane è sacramentale, commento al vangelo del Corpus Domini] nei ben 4 lunghi racconti della passione non vi sia il minimo accenno a che essa sia salvifica. Non intendo affatto negare la salvezza cristiana; Gesù però è il salvatore sulla base della sua intera vicenda storica, ma non specificatamente nella passione-morte in sé, e comunque non per il sangue versato.
Appendice tecnica
«Scannateli davanti a me». La parabola lucana delle mine (monete) fonde quella classica dei talenti (di Matteo) in modo a mio parere molto infelice con un’altra completamente diversa, quella del signore-nobile-re, odiato dai suoi “sudditi” (allusione ad Erode, Archelao?) che va in un paese lontano (a Roma da Augusto?) per ottenere l’investitura del regno. C’è un apax sospetto, katasfaxate (“scannateli” davanti a me) in 19,27, solo qui nell’intero NT.
Ciò mi fa dubitare della paternità lucana dell’inserzione che fa solo tanta confusione (non è da Luca); ma soprattutto è molto pericolosa per l’assonanza conturbante fra (il Regno di) Dio e (quello politico di) Erode [forse da non dimenticare nelle attuali discussioni sull’«israelismo»].
Erode è un volpino innocuo. Cosa significa la volpe? La volpe non sembra essere, come invece nel nostro contesto linguistico-letterario, (principalmente) il simbolo dell’astuzia; oddio Erode era stato astuto nell’inventarsi la storiella del ballo di Salomè, fatta circolare ad arte fra la gente per diminuire le sue responsabilità nella decapitazione del Battista (…è stata tutta colpa della perfida Erodiade): infatti è assente in Luca [cfr Luca non ha “bevuto” la storiella di Salomè].
Non è esclusa un’allusione all’astuzia, ma non si tratta del significato principale: la volpe è un piccolo trascurabile predatore che si accontenta di topolini o pollame…Mentre un grande profeta (Gesù), proseguendo nella metafora fin troppo plastica, è un arrosto prelibato, un pasto così grande da essere riservato al grande predatore, al leone, ossia la città di Gerusalemme che uccide i profeti. Gesù non ha paura del tetrarca della Galilea poiché è un volpino innocuo (anche se furbo); sono ben più pericolosi i leoni di Gerusalemme, che Gesù va a sfidare col rischio mortale di essere azzannato.






