Commento al Vangelo della domenica 27ª: Luca 17,5-10
Cominciamo dalla seconda parte del vangelo odierno: al servo, pur tornato stanco dall’aver arato i campi (agricoltura) o dal pascolare il gregge (pastorizia), il padrone ordina di preparargli da mangiare e di servirlo; solo dopo potrà mangiare pure lui. È vietato allegorizzare (cfr l’appendice tecnica): noi non siamo servi della gleba, e il padrone non rappresenta qui Dio [come risulterà ancor più chiaro fra due settimane nella parabola del giudice che non temeva Dio; Dio non può temere se stesso].
Poveri servi. La parabola vuol dare un’idea sola: siamo poveri servi [come nell’ultima versione Cei e del lezionario, migliore della vecchia traduzione con “inutili”]. È una delle parole più dimenticate e rimosse di Gesù: contraddice non solo la pietà giudaica che conosceva adempimenti-prestazioni speciali valorizzabili, bensì anche la pietà popolare delle giovani chiese di origine pagana. Non si tratta più solo dei farisei e (sommi) sacerdoti; non è più giudaismo, bensì il moralismo legalistico clericale in cui sono ben presto di nuovo incappate le primitive comunità cristiane.
Non bisogna esaltarsi, gloriarsi (come sarà ancor più chiaro fra 3 settimane nella parabola del fariseo e pubblicano); e men che meno accampare diritti, meriti, pretese e ricompense. Dobbiamo “volare bassi” con umiltà, senza innalzarci con orgoglio arrogante, consapevoli della nostra fragilità umana e cristiana. Abbiamo solo compiuto il nostro dovere («quello che dovevamo fare» in Lc 17,10) e forse non del tutto a causa delle omissioni: «Nessuno è buono se non l’unico Dio soltanto» (Mc 10,18 e par.); per Gesù siamo tutti peccatori (nel suddetto senso lato di “manchevoli”).
Urgenza dell’impossibile. Da una parte sì poveri servi, ma dall’altra si punta al massimo, addirittura al quasi impossibile, come nel detto della fede che sposta le montagne (Mt 17,20) o dello sradicare il gelso (Lc 17,6 nel vangelo odierno). Il “questo gelso” di Luca è forse più originario (nella fonte Q), data la loro presenza sulle rive del lago di Tiberiade [non ci sono montagne significative in Palestina; il monte più alto è il Tabor di 800 metri]. Tuttavia Matteo lo cambia in montagne, poiché la montagna costituiva una corrente immagine giudaica per indicare un grande ostacolo (quasi insormontabile), massiccio e non spostabile.
Non si tratta, come spesso è stato inteso, di cose magico-miracolistiche, di fatti prodigiosi come la resurrezione di un morto o guarigioni “soprannaturali”, bensì di un’immagine dell’impossibile, che bisogna osare, intraprendere, proclamare, rivendicare, “predicare”, in particolare nella nostra situazione socio-politica e mondialmente economica, anche se estremamente difficile o quasi impossibile, in modo nel contempo ideale-teorico e pratico-concreto [è come nei film con Tom Cruise Mission: impossible, in cui però almeno nella fiction le imprese si realizzano].
L’impossibile è altrove, nella giustizia e nella pace, e non nei (presunti) miracoli in senso tradizionale [operati ad es. dalla fede dei santi in vita, o “causati” dalle invocazioni dei loro devoti dopo la morte per la canonizzazione]; e non si tratta neppure della fede tradizionale religiosa, relativamente facile nella partecipazione all’eucarestia (e agli altri riti devozionali): ma anche qui senza prodigi sacrali come l’ostia che sanguina o la liquefazione del sangue di s. Gennaro: l’ultima è avvenuta il 19 settembre scorso, con l’ampolla in mano all’arcivescovo di Napoli che ha cercato di conferirle un minimo di dignità dicendo: «Metterei il sangue dei bambini di Gaza vicino a s. Gennaro». Ricordiamo il detto della fonte Q in Mt 7,22s: «Abbiamo profetato e compiuto molti miracoli nel tuo nome…; allora dichiarerò loro: non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me voi operatori di iniquità».
Una teologia politica del terrore. Completando il vangelo di domenica scorsa, si noti che Epulone (che chiama Abramo padre, e Abramo lo chiama figlio) è un credente di fede ebraico-abramitica (che avrà pure forse osservato i precetti della legge mosaica), ma è finito… all’inferno [come presumibilmente faranno i suoi 5 fratelli, anche se Lazzaro è già defunto, per il loro pervicace comportamento immorale nei confronti dei poveri].
Sembra tale anche la fede cristiana di Trump, Kirill, forse di Putin (supposto che sia un credente), di quella ebraica di Netanyahu non so: ma Bezalel Smotrich, uno dei suoi ministri più estremisti (citato da Anna Foa a p. 4 della Stampa del 28 settembre), pensa che uccidendo i palestinesi si affretterà la venuta del Messia nel «Grande Israele»! Cos’hanno mai a che fare questi carnefici ad es. con l’ebreo Martin Buber (fra l’altro profeta dell’incontro dialogico), o con la ricorrenza più solenne dell’anno ebraico, lo Yom Kippur appena celebrato il 2 ottobre, giorno di preghiera, perdono e digiuno?
Come scrive Sergio Fabbrini nella prima pagina del Sole 24 di domenica 28 settembre (non nell’inserto culturale), nel conflitto tra israeliani e palestinesi si annida purtroppo una teologia politica tragica, quella della destra religiosa ebraica e quella dell’estremo fondamentalismo islamico, che si credono detentrici assolute della verità (teocratica). Tali teologie politiche hanno sacralizzato il conflitto trasformandolo in una guerra terroristica tra il bene e il male.
Attualizzando, occorre sradicare [come il gelso] dal cuore dell’uomo la violenza, odio, inimicizia, guerra, sopraffazione, pulizie etniche e genocidi. La grande impresa di instaurare la pace in Ucraina e a Gaza, perseverando in una grande fede-fiducia nel bene, è veramente uno «spostare le montagne».
Appendice tecnica (sulle parabole)
Prendendo come esempio quella del seminatore (Mc 4,1-9 e paralleli) occorre tener presente tre cose:
1) Bisogna guardare a quello che la parabola dice, non a quello che non dice: la parabola non parla di persone che si abbattono a causa di tribolazioni-persecuzioni; né di uomini soffocati dalle preoccupazioni del mondo e dall’inganno della ricchezza; e neppure della parola di Dio. Essa parla di sementi, strada, sassi, spine e terreno buono.
2) Si vuol dare un’idea sola, come la quasi sinonima paraboletta del seme che cresce da solo (Mc 4,26-29): infatti in quelle molto corte (come l’equivalente immediatamente seguente del granello di senape in 4,30-32) c’è solo quell’unica idea, senza fronzoli e contorni. Qui è molto semplice, elementare, comprensibile anche alla gente illetterata che ascoltava Gesù: il progresso dall’insuccesso iniziale al grande successo finale.
3) Vietato quini allegorizzare, perché le parabole non sono allegorie, bensì un genere letterario palestinese che vuole evidenziare un solo insegnamento.
L’allegoria è un genere occidentale; infatti la parabola è stata allegorizzata a Roma dal Marco II probabilmente in concomitanza con la persecuzione neroniana (64-65?). La gente analfabeta che ascoltava Gesù (che parlava facendosi capire) non avrebbe mai potuto comprendere il legame allegorico tra strada, sassi e spine con delle persone in cui la Parola si disperde: è roba da super-intellettuali! Invece ha capito benissimo l’dea elementare della progressione verso il meglio: niente sulla strada, poi si muove qualcosa fra le pietre e le spine ma inutilmente, sino ad arrivare al 30/60/100 per uno.
A sta a B (primo membro della proporzione) come C sta a D (secondo membro): l’unica cosa da ricavare è il punto C, che non è sempre Dio! (il punto D non è altro che la ripetizione di B). La parabola evidenzia il primo membro; certo ci vuole un piccolo sforzo per ricavare il primo elemento del secondo membro (solo C richiede una trasposizione-ponte).
Come il seme (A) arriverà a produrre frutto, e frutto in abbondanza nonostante gli insuccessi iniziali (B), così il regno di Dio [(C): o la mia missione, o il vangelo, o la fede cristiana, espressioni variabili pur nella medesima sostanza] arriverà a fruttificare nonostante le difficoltà in avvio (D).






