Commento al Vangelo della domenica 28ª: Luca 17,11-19

Che ben 10 lebbrosi siano “purificati”, mondati in un colpo solo [il verbo kathairô significa purificare nel senso originario di pulire, fare pulizie (anche un posto scopato), lavare, in Gv 15,2 pure potare], richiede l’interpretazione simbolica di un racconto “virtuale”, il cui tema è la purità (non principalmente la fiction della guarigione in sé): la lebbra infatti è l’emblema dell’impurità assoluta (oltre a quella delle salme dei defunti). Gesù non ha mai guarito dalla lebbra (questo nei vangeli è l’unico passo peraltro leggendario), neppure il lebbroso di Mc 1,40ss (cfr l’appendice tecnica).

L’aggettivo katharos (da cui i “catari” medievali) ha tre significati: puro in senso fisico (1), in senso cultuale [(2) in particolare le richieste per i sacerdoti], e in senso morale (3) ma solo nella tradizione profetica, rimasto tuttavia minoritario senza imporsi.

La vacca rossa. I concetti di purità-impurità non sono di facile esplicazione; sono forse più illuminanti gli esempi concreti; ad es. gli atti sessuali rendevano impuri: spargimento del seme, coito, mestruazioni, efflussi patologici. ecc., tutti codificati nel Levitico.

Per una semplice purificazione bastava dell’acqua normale: nella prima lettura (2 Re 5,14-17, ricordato polemicamente da Gesù in Lc 4,27) il lebbroso Naaman il Siro, su indicazione del profeta Eliseo, si immerge sette volte nel Giordano. Chi o che cosa fanno diventare il suo corpo come quello di un ragazzo? Le acque del Giordano, migliori di quelle dei fiumi del suo paese (Abana e Parpar) a Damasco? Per gli esseni [ancor più dei farisei] era indispensabile la purificazione, testimoniata dai loro bagni (vasche) di immersione ritrovati negli scavi delle rovine (grotte) di Qumran.

La malattia, in particolare la lebbra, rende impuri: fa parte del compito dei sacerdoti dichiarare il lebbroso, se guarito, puro per essere riammesso nella società civile. La lebbra è spesso equiparata alla morte, poiché per tali malati significava la “fine” della vita vera, delle sue relazioni personali, e di quelle sociali separati nei ghetti, con l’esclusione dal culto.

Il massimo grado di impurità (oltre alla lebbra) è appunto quella di un defunto, che si comunica a tutte le persone presenti (non solo a chi lo tocca). Infatti dopo la contaminazione con un morto era necessaria una speciale acqua purificatrice a cui va mescolata della cenere di una giovenca rossa (immolata e bruciata), come nella descrizione dettagliata in Numeri 19, un intero capitolo dedicato alla vacca rossa.

Sempre in Lev 11 troviamo un catalogo di animali puri e impuri, che possono o non possono essere mangiati: ci si può cibare solo di ruminanti con lo zoccolo fesso (come mucche, pecore, capre). Ancor oggi vige l’alimentazione-cucina kosher: a Roma durante la manifestazione del 5 ottobre le serrande di un panificio kosher sono state imbrattate con scritte anti-ebraiche (non scrivo “antisemite” perché anche i palestinesi sono semiti).

L’atto di purificazione cultuale più frequente era lavarsi le mani prima della benedizione dei pasti (Gv 2,6; Mc 7,3s), poiché normalmente, come già detto, bastava l’acqua normale la quale, da che mondo è mondo, lava, scioglie le sporcizie ecc., grazie al suo alto coefficiente di-elettrico. Più in generale nell’AT Jahvé non può per nulla accontentarsi di un culto solo interiore.

Verso la purità morale. Però già nei profeti ha luogo un’interiorizzazione e spiritualizzazione del concetto di culto, in quanto, con la loro critica agli abusi cultuali, orientano verso un tipo di purità che dice rapporto alle persone e ai loro comportamenti (il suddetto terzo senso etico-morale). In questo modo il concetto di impurità si avvicina molto a quello di errore, colpa, peccato.

Ma nel tardo giudaismo (fino a Gesù) imperversano i primi due significati (fisico e cultuale), per cui le prescrizioni sulla purità vengono circondate da una serie di ingiunzioni e proibizioni casuistiche spesso grottesche, che rendevano la legge difficilmente osservabile. Un fariseo diventava impuro anche solo toccando i vestiti di un contadino che non sapesse leggere la torà. Le prescrizioni erano diventate un peso gravoso. Per questo qualche maestro, come il Rabbi Meir (circa nel 150 d.C.), ha sviluppato un concetto spirituale della purità, anche se non sono stati in grado di fermare il progressivo irrigidirsi della casuistica.

Anche Gesù ha abolito l’impurità fisico-cultuale-sacrale, proprio in quanto maestro (di sapienza). Infatti i 10 lo chiamano «Gesù, maestro», qui in 17,13 nelle sue funzioni di epistata, magister, praeceptor, non di taumaturgo.

Ignoranza geografica e istituzionale. Gesù fra l’altro non dice «Siate guariti» ma seccamente «Presentatevi ai sacerdoti» (17,14) per convalidarne la purificazione, ma non funziona perché essi sono solo nel tempio (unico) di Gerusalemme; quindi una non conoscenza dell’autore delle istituzioni ebraiche. Dove si trovava Gesù? Proprio all’inizio del vangelo odierno c’è uno svarione geografico, che testimonia pure la non-conoscenza della geografia della Palestina, perché si dice in 17,11: «Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea» [comunque verso Gerico come in alcuni manoscritti]. Ora per andare nella città santa si attraversa prima la Galilea (partendo da essa) e poi la Samaria; invece il testo dice l’inverso, come se andando da Milano a Roma si passasse prima da Firenze e dopo per Bologna. Gesù quindi sta lasciando la Samaria, per attraversare un pezzo di Cisgiordania onde puntare su Gerico raggiunta poi in 18,35. Questo significherebbe, in modo non plausibile, che i 10 dovrebbero percorrere circa un centinaio di chilometri, fra l’altro con la salita da Gerico a Gerusalemme.

Solo l’evangelista dice che l’unico a tornare indietro per ringraziare era un samaritano: ma essendo ai confini della Samaria, è ovvio che la maggioranza o tutti e dieci fossero samaritani (un puro dato etnico-geografico, non assiologico come la celebre parabola provocatoria nei confronti dei sacerdoti e leviti). Gesù invece lo chiama “straniero” (samaritano o meno): con l’hapax, solo qui in 17,18 nel NT, alloghenês (alienigena, di altra etnia); così come il sofisticato paroicheô, che significava essere forestiero-straniero-pellegrino (da cui poi «parrocchiano» e «parrocchia» nel senso originario di pellegrinaggio), si trova solo in Lc 24,18 [detto da Cleofa di Emmaus] e nella lettera agli Ebrei 11,9, i due migliori scrittori (in greco) del NT.

Purificazione del cuore. Come dice il Dizionario dei concetti biblici del NT (Dehoniane 1976), alla voce “Puro” (pp. 1481-88), p. 1486: il concetto di purità ha acquisito tutta una nuova fisionomia per mezzo della predicazione e della persona di Gesù, che ha sviluppato il suo concetto nella lotta contro i farisei. In Mt 23,25s e par. egli rifiuta l’osservanza delle prescrizioni rituali, perché riguardano una purità solo esteriore. Dietro la prassi dei farisei si nasconde il malinteso che un’impurità, proveniente dalle cose, possa colpire l’uomo e rendere impura una persona (Mc 7,15.18 e par.). Mentre vale il contrario: è ciò che esce dall’uomo a renderlo impuro (Mc 7,15.20 e par.), perché è dall’intimo che provengono pensieri cattivi, omicidi… (Mc 7,21-23). Perciò Gesù contrappone alla purità delle mani la richiesta della purità del cuore, come nella sesta beatitudine («Beati i puri di cuore» in Mt 5,8). Per lui non ci sono più cibi impuri (Mc 7,19c). Gesù si pone a tavola coi pubblicani e peccatori (Mc 2,13-17), ha rapporti coi samaritani e perfino coi pagani (Mt 15,21-28): tutta gente considerata impura, con un Gesù “in cattiva compagnia”.

Esigendo la purità della persona e dell’intimo, ha portato con tale novità la rottura nel cuore stesso del giudaismo. Gesù supera e annulla l’impurità, ma non nel senso di purificare da essa, poiché non esiste, in quanto è solo il frutto dell’ossessione fanatica e dei pregiudizi dei farisei, sacerdoti (ed esseni). Non troviamo nel NT nessuna prescrizione cultuale riguardante i cristiani. Il concetto di purificazione acquista nuovo significato per esprimere la purezza morale, vista come componente dello stile cristiano di vita. «Date in elemosina… ed ecco tutto per voi sarà puro» (Lc 11,41).

Appendice tecnica

Originariamente in Marco 1,40ss [cfr il nostro commento al vangelo dell’11 febbraio 2024, 6ª dom. del tempo ord.] Gesù non ha guarito il lebbroso cacciandolo via. Infatti nel codice D e in altri manoscritti latini (tra cui l’iratus del “nostro” Vercellese) leggiamo «arrabbiatosi» anziché il successivo «mosso a compassione». È chiaro che se fin dall’inizio in Mc 1,41 ci fosse stato «mosso a compassione», nessuno si sarebbe sognato di cambiarlo in «arrabbiatosi», mentre vale ovviamente l’inverso; è un classico esempio di lectio difficilior. Mentre le traduzioni ammorbidenti del passato se l’erano cavata con un «ammonendolo severamente lo rimandò» (alludendo all’invio ai sacerdoti per edulcorarlo), l’ultima versione CEI del 2008 ha tuttavia correttamente ripristinato nel v. 43 «lo cacciò via subito»!