Mi piacciono quelle poesie

dove non accade nulla

o ciò che accade

resta fuori scena.

Come quelle case vuote

che sono più grandi

dentro che fuori

e ancora conservano i segni

dei loro vecchi inquilini.

O quei vecchi quadri di Hopper

dove sempre accade qualcosa

che sa soltanto lui.

Alfonso Brezmes

Quando la poesia non si occupa del quotidiano, rischia di diventare poesia d’occasione ed è di solito brutta poesia. L’occhio del poeta ci guida a vedere quello che c’è da scoprire dove non accade nulla. La storia è in chi legge – «ogni lettore, quando legge, legge se stesso», scrive infatti Proust ne Il tempo ritrovato, che prosegue, «L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso».

La seconda strofa apre così esplicitamente invitando il lettore a un lavoro dell’immaginazione (come quelle…), sollecitandolo cioè a visualizzare la scena: una casa vuota (reale, ideale, ipotetica) che la nostra memoria ha conservato negli anni. Forse non vi abbiamo neppure mai messo piede, ma la nostra mente ne ha appena prodotta una in quello stesso momento − a partire da film, ricordi confusi, sogni.

Appena più esplicita della scena proposta è la suggestione dei quadri di Hopper, rappresentazioni essenziali che lasciano ampio margine all’interpretazione. So ad esempio di aver sempre associato alla scena di solitudine di coppia di Stanza a New York una vecchia canzone di Baglioni, Signora Lia, che evito di riascoltare perché mi risulta triste e desolante − proprio come il quadro di Hopper, sul quale invece mi soffermo volentieri per immaginare altre storie.

Mi ero appena sposata quando all’università un insegnante di storia del cinema ci insegnava a leggere l’incipit dell’Otello di Orson Wells come segno dell’incomunicabilità di coppia (un inizio che anticipa il finale con i due cortei funebri, quello di Otello e quello di Desdemona, separati – come in fondo lo erano stati in vita) e una me stessa giovane e beffarda verso tali infausti destini. Come i giovani sanno essere, nonostante Wells, Shakespeare, Hopper e Baglioni…

Quando molti anni dopo con i miei figli ho visto La città incantata di Miyazaki, mi è parso di trovare un altro Hopper, quello di Compartment C, che l’anime giapponese aveva riletto a suo modo, unendo solidalmente tre solitudini che viaggiano su un treno misterioso sotto la guida della sua giovanissima eroina. Anche quello che accade nei quadri di Hopper, quindi, lo decidiamo noi. Il nostro sguardo si posa su un’immagine e questa prende vita – succede fuori scena, appunto. Lo stesso avviene quando leggiamo una storia, attorno a cui costruiamo una scenografia nota o prodotta in quel momento dalla nostra immaginazione. È così che diamo vita nuova a un testo che, diversamente, sarebbe «lettera morta». Così avviene anche in un testo poetico e, tanto più (anche se non sono un’intenditrice) quando ascoltiamo un brano di musica strumentale che, a parte il titolo, ci dà ben pochi appigli per aiutarci ad abitarne lo spazio.

Prima di scrivere poesie, Alfonso Brezmes (Madrid, 1966) è stato fotografo e artista visivo; uno che sa che cosa significa vedere dove sembra non ci sia nulla di meritevole su cui fermare la nostra attenzione. Il passaggio alla poesia è stato probabilmente molto naturale, come una traduzione in parola di un’immagine. Infine non può che essere anche un grande lettore di poesia, nonché amante di musica, la quale con la prima possiede una legittima fratellanza, già che la parola poetica possiede qualità sonora. Inoltre da cinefilo conosce la potenza dell’immagine, quella di un’estetica simbolica del bello, della meraviglia che ci accende. La lenta miccia del possibile / è accesa dall’immaginazione, scrive Emily Dickinson – il possibile, reale, sognato o anche solo desiderato. L’immaginazione è il nostro modo di comprendere, dunque di vivere. Forse non ce l’hanno insegnato a sufficienza. Ma l’arte sta lì a ricordarcelo.


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