Non siamo soliti parlare di noi stessi. Ma rompiamo gli indugi per un’occasione particolare: uno dei fondatori del foglio, e a lungo suo direttore, Enrico Peyretti, ha compiuto il 5 ottobre 90 anni. Pubblichiamo i discorsi di Pietro Polito e mio che sono stati letti durante la semplice festa che gli abbiamo preparato a Torino al Centro Studi Sereno Regis il 7 ottobre scorso. (a. r.)

La gratitudine e la libertà consapevole

Caro Enrico, con questi pensieri pensati per i tuoi 90 anni voglio esprimerti la nostra gratitudine per averci insegnato a guardare alla faccia chiara della storia, della vita, delle persone. In questi giorni ho rimeditato il tuo bel libro Elogio della gratitudine (Cittadella 2015), un libro serio che come ogni libro serio è da correggere e completare, così come il lavoro per la pace non è mai finito e «passa di mano in mano, come l’agricoltura e l’esperienza artigianale, di anno in anno, di generazione in generazione».

Ci hai insegnato che la faccia chiara è più estesa della faccia oscura e che «il bene è più consistente e resistente del male nella nostra umanità, e nella realtà». Il bene «ci precede». Anzi, «il bene è all’origine, ed è oltre». Esiste «un bene nascosto della storia». Il bene non rimarrà sempre inestricabilmente avvinto al male: se da una parte «qualche bene reale è la stella polare delle nostre azioni», dall’altra «la vita o viene dal bene, o al bene tende con ogni sua forza».

Il fondamento dell’etica della gratitudine è che vi è «un bene invisibile da conservare, perché di quel bene viviamo». Intendendo per gratitudine «una virtù provata dalle difficoltà e oscurità dell’esistenza«, che è «ben altro da una soddisfazione transitoria e da un ottimismo superficiale». L’etica della gratitudine si fonda sulla fede che può essere religiosa o mondana: «Una fede è, in fondo, l’aver udito una promessa e aver prestato fiducia ad essa, è aver creduto alla vita vincente sulla morte, dunque avere una speranza impegnata a collaborare col bene, che salva dal nulla il senso della vita». Non la fede come dottrina ma la fede come “uno sguardo datoci in più che vede qualcosa nel buio oltre il buio”.

Ci riconosciamo in queste tue parole, in cui scorgo il tuo principale insegnamento: «Abbiamo diritto a convertirci, anche cambiando religione, ma anzitutto dobbiamo convertirci al bene, nella via su cui ci troviamo». Ne do una lettura personale, interpretandole come un richiamo alla libertà. Quale libertà? La libertà del persuaso: «La libertà che si accontenta di sé non è più libertà, e finisce con essere rinunciataria: la libertà deve essere inquieta, scontenta del suo stato presente per accrescersi, per entrare là dove non è ancora entrata» (Aldo Capitini).

La “libertà consapevole” è forse, più dell’amore e della pace, il principale argine alla violenza. Come scrivi ancora nell’Elogio della gratitudine, «grato è chi si sa interdipendente, chi sa che tutti diamo e riceviamo, che nessuno è un’isola, nessuno basta a se stesso. Chi è grato si sente parte, come soggetto libero, di una rete di libertà». Credere nella “libertà consapevole” significa confidare nel piccolo granello di sabbia che inceppa la macchina del male. Come tu mi dici in una lettera di qualche tempo fa: «Speriamo almeno di essere granelli di sabbia, Anche di quella che non inceppa» o anche solo «mattoni e cemento per costruire la casa comune umana».

Non si tratta né di pessimismo né di ottimismo. Direi che il tuo non è l’ottimismo passivo di chi crede che alla fine il bene vince sempre, il tuo è l’ottimismo attivo di chi «vede come un bene originario il semplice essere delle cose, e vede il male come successivo». Allo stesso modo la tua è la gratitudine attiva che proviamo «per ogni amico che interroga, stimola, corregge, completa e fa ricominciare sempre, non dal nulla, ma dalla tappa a cui siamo giunti».

Pietro Polito

Con il taccuino e la biro

Ho negli occhi una sala parrocchiale in cui prendi la parola al tavolo sul palco. Forse è quella volta lì, o qualche altra volta, che ho visto per la prima volta alcune copie di una rivistina chiamata il foglio (minuscolo). L’incontro col foglio è avvenuto intorno ai tardi anni 90, in un momento travagliato della mia vita. Un signore della mia parrocchia, nonché frequentatore del Sereno Regis, mi diede il tuo numero di telefono. Ti chiamo una sera, mi dici di andare il martedì successivo alle 18 in via Assietta. Penso che da allora siano passati poco meno di 30 anni. Ho saltato alcuni martedì (e tutti quelli di agosto, quando non ci troviamo), ma non molti. E, furbamente, nel 2001 hai passato la palla a me nella direzione del foglio: tu avevi 66 anni, e io la metà, come dici sempre. La cosa ti ha permesso di occuparti ancora di più della scrittura, invece che perderti nelle pastoie dell’organizzazione materiale della rivista. Delle prime redazioni a cui ho partecipato ricordo che mi avevi bonariamente ma anche irremovibilmente sgridato: volevi che io usassi il tu. Ma per me tu, Enrico, come anche gli altri redattori, eravate troppo… autorevoli, per potermi rivolgere a voi col tu! Eppure ne facesti una questione di principio. E dovetti sforzarmi.

Hai compiuto 90 anni, Enrico, ma lavori adesso su per giù come lavoravi quando ti ho conosciuto. Credo che l’abitudine di tutta una vita a pensare, a scrivere, a confrontarsi ecc. tenga la strumentazione morale e intellettuale molto allenata. Certo, ultimamente ti lamenti che ti senti un po’… stanco. Ma siamo stanchi noi, che di anni ne abbiamo molti meno! Basterebbe guardare la tua agenda per vedere quanto è zeppa di incontri, di appuntamenti, di scadenze, di indirizzi e numeri di telefono.

Già da queste prime note superficiali emergono alcune delle tue caratteristiche, Enrico: sei un uomo che mette alla pari i suoi interlocutori, pur avendo il physique de rôle del venerato maestro. Non sopporti nessuna prosopopea, non ti dai arie, non fai il guru. Sei un uomo semplice, nel senso più bello della parola. Sei uno, appunto, a cui dare del tu, anche se ti separano tanti anni e tante esperienze.

E poi sei un uomo metodico, disciplinato, preciso, rigoroso. Se ti si chiede una cosa, tu te la segni sul taccuino (uno dei tanti taccuini che archivi con cura) e nel giro di poco tempo cerchi di risolverla. Così come in qualsiasi momento (compresa la notte! e soprattutto all’alba) prendi nota sul suddetto taccuino dei pensieri che ti affollano la mente. Da quando mi hai sgridato perché non avevo una biro in tasca, cerco di non farmi cogliere in fallo. Una persona che fa il “nostro” lavoro non può non avere una biro a portata di mano – dici sempre. In effetti, se ci penso, mio padre, che faceva tutt’altro lavoro, aveva sempre almeno un cacciavite nelle tasche. E tu, Enrico, che ti definisci a volte «operaio del leggere e scrivere», hai nel taschino una biro e un taccuino a spirale.

Ma se dovessi definirti, direi, Enrico, che sei un uomo che ha messo al centro da sempre nella sua vita l’incontro e la relazione. Forse anche per questo il genere di scrittura in cui, purtroppo, da alcuni anni eccelli, sono i necrologi di quelli che ci sono passati avanti. Sei al centro di una rete di relazioni quasi infinita: non c’è forse città in Italia in cui non hai avuto contatti, in molte sei stato invitato a parlare, e con tanti altri il contatto, magari, è anche solo epistolare: mi riferisco ovviamente alle mail, di cui sei un produttore seriale! Alzi la mano chi di noi qui presente non è stato raggiunto da una delle sue mail! Le tue mailing list credo possano fare invidia ad alcune delle maggiori aziende italiane! Forse qualcuno potrebbe dire che questo

Eppure io dietro ci leggo il tuo desiderio di mantenere i contatti con tutti, di cercare di argomentare sempre, di non rassegnarti mai, perfino in questi tempi tremendi. Un operaio della scrittura, come ti definisci. Un non rassegnato. Certo, il tema di fatto è sempre lo stesso e facilmente riassumibile nel biblico «non uccidere». Oppure, volendo, al tema a cui è dedicato questo Centro Studi: la nonviolenza, rigorosamente senza trattino. Questo è il rovello che da decenni attanaglia la tua riflessione diurna e notturna e direi la tua spiritualità, e purtroppo invece che perdere attualità ne acquista una sempre maggiore ogni giorno. Se da un lato c’è il tema della violenza e della morte, dall’altra c’è una attenzione delicatissima a ogni forma di vita, anche quella delle piante e degli animali. È una vita, la tua, Enrico, pensata, amata e vissuta in pienezza, come un insegnante, un marito, un nonno, uno scribacchino, a volte un conferenziere, uno studioso della pace, un giornalista… Una vita ricca e operosa.

A ben guardare, dentro a questa cura delle relazioni, c’è la tua concezione dell’amicizia come ottavo sacramento, alla maniera di don Michele Do. Con tutti, Enrico, hai coltivato e coltivi l’amicizia, perché da tutti hai voluto e vuoi imparare: da tutte le persone, senza sussiego, senza riverenze né strumentalizzazioni, dal docente universitario come dal ragazzo di origini marocchine fuori del supermercato. Un caffè con un amico vale più di qualsiasi libro – avrebbe detto Ermanno Olmi. Sei ancora sempre pronto a leggere, a prendere un treno, a seguire un convegno, a vedere un film, a parlare con una persona. Una energia infinita, che vorrei avere io, che vorremo avere tutti noi.

Ti frequento settimanalmente, Enrico, da parecchi anni, come ho detto, e spero ancora per molti altri. Non sei un mito, Enrico, ma per me e credo per tutti noi qui presenti, sei una persona a cui dobbiamo molto. Te ne siamo grati.

Antonello Ronca