Vangelo della Dedicazione della basilica lateranense: Gv 2,13-22

È la celebre pagina di Gesù che al tempio rovescia i banchi dei cambiamonete (valute), con la gente che vendeva buoi, pecore e colombe per i sacrifici. Per l’antigiudaico Ev1 (primo evangelista) è la fine dell’economia templare, ma di tutti i templi (cattedrali, basiliche, santuari, sacri monti ecc.), poiché d’ora in poi si tratta di adorare il padre in spirito e verità (Gv 4,23).

La fine del Sacro. Non sono più vincolanti i luoghi del sacro, che non è più separato, rigidamente distinto dal profano. ll sacro (o meglio il santo) è il profano stesso-medesimo quando viene vissuto nella logica del regno evangelico: è Cristo il tempio, la sede dell’incontro con Dio.

Non è che ci fossero i buoi nel tempio di Gerusalemme; ma Re2 (il redattore eccelesiale autore della 2 edizione del vangelo) intende estendere anche al mondo pagano, coi suoi sacrifici di pecore e buoi, la negazione di qualsiasi economia sacrificale.

Il filogiudaico Re2 accetta la fine dei sacrifici animali, ma vuole salvare il tempio rivalorizzandolo [in quel bellissimo passo sull’adorare il padre in spirito e verità, aggiunge in modo “sciagurato” l’inciso «poiché la salvezza viene dai giudei» (4,22)]; sollecitando così solo la sua purificazione dalla spelonca di ladri: «Non fate più della casa del padre mio un luogo di mercato» (2,16; Gesù non avrebbe mai potuto chiamare il tempio la casa del padre suo).

L’uomo, animale religioso. L’animale politico di Aristotele si è ormai arricchito della qualifica (anche) di religioso: ma esso, animale politico-religioso, resta sempre un’edizione dell’uomo naturale, portatore di bisogni, compreso quello religioso che chiede di essere soddisfatto. Tuttavia la genuina proposta cristiana in sé è la meno adatta allo scopo poiché chiede a tutti di convertirsi alla verità evangelica (sempre), e non di fornire (solo) prestazioni religioso-sacrali in luoghi e tempi deputati [come nel Giubileo, possibilmente con la visita alle 4 grandi basiliche romane, tra cui S. Giovanni in Laterano, o le chiese, cattedrali, santuari più vicini]. Bisogna uscire dalla logica del bisogno-consumo, per il quale si approntano spazi privilegiati dove i custodi dei templi apparecchiano rituali per soddisfare l’esigenza estetico-religiosa del popolo.

Ora, tutto quanto abbiamo detto va in rotta di collisione con la solennità di oggi in cui si esalta la basilica lateranense quale Omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum Mater (madre di tutte le chiese di Roma e del mondo), dedicata all’inizio al Salvatore, dal IX secolo a Giovanni Battista, a cui si è aggiunta nel XII pure quella all’apostolo Giovanni (cosiddetto evangelista). In questa domenica si è “imposta” la dedicazione di tale basilica, anziché le letture della 32ª col vangelo della ben più significativa disputa coi sadducei sulla resurrezione (che commentiamo più avanti).

Il Battista prediletto. Mi ha sempre meravigliato il fatto che ci siano tantissime dedicazioni di chiese al Battista (pure patrono di numerosi paesi e città, come Torino), parecchie a S. Giacomo (cosiddetto maggiore, figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni), ma siano rarissime quelle dell’apostolo Giovanni: nonostante il fatto che sino a circa 50 anni fa fosse ritenuto in modo indiscusso il discepolo che Gesù amava (semidisteso sul suo petto nell’ultima cena), il leader delle chiese in Asia minore e l’autore di tutti gli scritti giovannei. Oggi sappiamo che Giovanni di Zebedeo non c’entra nulla con tutto ciò essendo stato martirizzato nel 62 d. C. ad opera del Sinedrio (assieme a Giacomo, il fratello carnale del Signore); ma questo non ha mai raggiunto la mente dei fedeli, che continuano a ritenere Giovanni il prediletto, l’autore del vangelo, della prima grande lettera e dell’apocalisse. Tuttavia la pietà popolare ha prediletto Giovanni Battista, forse perché attratta dalla sua decapitazione, dal pranzo di Erode e soprattutto dal ballo affascinante dell’attraente Salomé, molto rappresentata in tutta la storia dell’arte e poi pure del cinema. Ma è un falso storico (cfr. la vicenda del Battista in appendice).

Controversia coi sadducei: vangelo della 32ª domenica (Luca 20,27-40)

È un esempio paradossale per incastrare Gesù sulla base della legge del Levirato: ossia se un marito moriva senza figli (considerata una vergogna), il fratello doveva sposare la vedova e suscitare prole in lei: il primo figlio avrebbe portato il nome del primo marito. I sadducei, che non credevano nella resurrezione, s’inventano il caso di 7 fratelli che hanno sposato la stessa donna.

Gesù risponde che nella resurrezione (pensata alla fine dei tempi nell’ultimo giorno) non si prende moglie né marito [neque nubent neque nubentur]; infatti non si muore più perché si è uguali agli angeli, per cui le nascite sono superflue, quindi pure la generazione (con la sessualità collegata). Di solito ci si ferma a considerazioni sul matrimonio e la sessualità… compreso il sesso degli angeli, ma così si perde la parte più importante che segue. Da una parte ci sono i figli di questo mondo, che qui si sposano (senza alcuna connotazione o pregiudizio negativo); dall’altra là (alla fine) ci sarà la resurrezione, pensata come la madre che immette (partorisce) gli uomini nella vita futura.

Dopo aver richiamato il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, si dice che non è un Dio di morti, bensì dei vivi: cioè Abramo, Isacco e Giacobbe sono vivi! In che senso, se la resurrezione deve ancora avvenire? Solo Luca aggiunge (in maniera felice) che vivono, sono viventi per Dio (in dativo senza preposizione), in/a Dio. Abbiamo un cenno di escatologia intermedia, cioè fra la morte del singolo e la resurrezione finale.

Emerge l’ineluttabile forte contrasto fra la dottrina della resurrezione (finale) e la dottrina precristiana dell’immortalità dell’anima. La ricompensa o punizione cominciano (entrambe) dopo la morte nell’Ade [secondo Giuseppe Flavio questa era la concezione dei farisei ed esseni, in opposizione ai sadducei].

Sotto l’influsso però della dottrina della resurrezione l’Ade perde il suo carattere di dimora eterna e si trasforma in temporaneo soggiorno delle anime fino alla resurrezione, come in Henoch aethiopicus 51,1. In 4 Esdra 7,78-100 si tenta il compromesso tra l’immortalità dell’anima e la resurrezione: le anime dei giusti (già) pregustano per un certo periodo nell’aldilà la beatitudine che sarà loro concessa alla fine del mondo; gli empi invece già “assaporano” il castigo che li attende dopo il giudizio finale.

Dietro gli angeli e le streghe, il sesso. Il sesso degli angeli sembrava un argomento futile sepolto nella notte dei tempi, e invece nel nostro continente, secondo fonti e sondaggi attendibili, stiamo assistendo a un rinnovato e crescente interesse per gli angeli (sic), quasi sicuramente per la loro sessualità indefinita, connettibile col Gender, Lbgt, Queer ecc.

Questo nella civilissima Europa; sembrava finita anche la caccia alle streghe [con l’ultima esecuzione in Svizzera nel 1782], mentre invece essa prosegue imperterrita in Asia e Africa, in una sorta di sport collettivo contro le (presunte) serve di Satana, con l’incomparabile attrattiva del mistero e dell’ignoto, in un miscuglio inestricabile fra erotismo e orrore, fascino e sadismo, fatture e malefici.

Tutto ciò è stato veicolato dall’antropologa inglese Margaret Murray, secondo cui sotto le vesti del diavolo si nascondeva in realtà il “Dio cornuto” della fertilità, divinità pagana precristiana trasformata nel Maligno dagli inquisitori; quindi la stregoneria è una “religione” antica di migliaia di anni [con le scorribande notturne di esseri in groppa a lupi, cinghiali o bastoni (come la scopa della befana); cfr. «Tuttolibri» del 25 ottobre 2025 a p. X], basata sulla libera espressione di una sessualità disinibita, come la tarantola in Puglia.

Appendice storica

Il racconto presuppone un’equiparazione tra il tempo necessario per la costruzione del tempio (46 anni) e l’età di Gesù (Gv 2,19-21); se connesso con Gv 8,57 («Non hai ancora 50 anni…»), abbiamo un Gesù 45enne, non trentenne. Sarebbe quindi nato intorno al 12 a. C. (…l’anno del passaggio della cometa di Halley).

Il ballo di Salomè (avrà anche ballato spesso ma non in connessione con l’esecuzione del Battista) è stato retrodatato di almeno un lustro. Erode Antipa ha fatto sì decapitare Giovanni, tuttavia per cause (diciamo) socio-politiche, poiché il movimento battista gli era fortemente avverso, rischioso per il suo potere e autorità. Ma Erodiade [moglie di un altro figlio di Erode il Grande], e la figlia Salomè (è lei la vedova di Filippo, morto presto) si sono “accasate” presso Antipa solo nel 36 d. C., quindi ben dopo la morte del Battista.

Tuttavia le chiese, come tipico, le hanno trasformate in motivazioni moralistiche, con Giovanni fustigatore dei costumi immorali del tetrarca della Galilea: un “tribunale” per difendere valori, benché sorga il sospetto che in un regime poligamico il tetrarca tenesse… rispettivamente le (due) mogli dei suoi (due) fratelli.