Nell’intenso convegno ad Alba, l’8 novembre, «Ripensare l’immagine cristiana» su don Michele Do (1918-2005), nel ventesimo della morte, particolarmente interessante, anche al di là dell’occasione, è stato l’intervento di Giovanni Ferretti, filosofo e teologo, «Una spiritualità per l’uomo d’oggi. L’attualità di don Michele Do». Enrico Peyretti ne ha provato a raccogliere liberamente una sintesi.

Dio non è più un’idea ovvia condivisa, nel processo di secolarizzazione, che significa autonomia delle diverse sfere sociali dalla religione, e nel processo di individualizzazione, nel quale è diritto personale credere o no, e scegliere il proprio credo. Chi non tiene conto di ciò non può far comprendere e comunicare la propria fede. Oggi la fede cristiana è di una minoranza, perciò per annunciarla occorre un nuovo modo.

Oggi l’ateismo non è più quello filosofico o militante, ma esprime il senso della finitezza umana. La difesa della verità cristiana non è più autoritaria, ma basata sul bisogno interiore che tende al compimento dell’umanità, che l’uomo non può realizzare da solo.

Michele Do critica ogni forma estrinseca ed esteriore: il cristianesimo è interiorità. Egli parte dalla “domanda religiosa” del cuore umano, a cui il vangelo risponde. Ma nell’uomo ateo di oggi non c’è un bisogno di ulteriorità, dunque bisogna ripensare come presentare la fede cristiana: non come un bisogno del cuore, ma provando a risvegliare tale bisogno con la novità assoluta del Dio del vangelo. Un Dio inatteso, inaudito, insperato. Un Dio diverso, più intimo e vivo, del Dio della natura.

Il metodo dell’immanenza (Dio nel profondo) è inattuale, ma la “pura immagine” di Dio può risvegliare il desiderio e l’accoglienza, che non è nella cultura diffusa, ma per fede crediamo che sia in ogni uomo, e in Cristo immagine di Dio. Si tratta di presentare una immagine credibile per la ragione, amabile per il cuore, sperimentabile nella vita concreta. Credibile, amabile, sperimentabile.

Credibile

Credibile, se non è in contrasto con l’immagine scientifico-tecnica del mondo. È incredibile un Ente creatore, di fronte alla “nuova storia del mondo”, della evoluzione cosmica biologica, fino a noi. Non è incredibile un principio intelligente, trascendente, che agisce e dirige: Dio non come ente esterno, ma impulso vitale e intimo, più grande e più intimo alla ragione; Dio che illumina e dirige all’infinito.

Non c’è più un “mondo incantato” del continuo intervento soprannaturale. È non credibile il “Dio tappabuchi” che risolve i nostri problemi, ma è credibile Dio che ispira le “cause seconde”, la natura, la nostra libertà.

Amabile

È credibile una immagine amabile per il cuore, non magica, ma mistico-contemplativa.

Il Dio interiore è più delle idee teologiche, delle pratiche esteriori, dell’istituzione religiosa. Michele Do cerca la purezza dell’immagine di Dio perché possa generare la vita spirituale nella persona, e il dialogo tra le religioni. Insomma, un passaggio dalle religioni alla spiritualità laica, autonoma dalle istituzioni religiose, fatte di dogmi, riti, autorità. La spiritualità è libero sentimento e libere convinzioni interiori. C’è un passaggio anche dalla religione-teismo al post-teismo. È un segno dei tempi.

È spenta con ciò la tradizione cristiana? Va aggiornata in quattro valori: la vita comune, l’autenticità, la riflessività, la pienezza di vita. In base a questi valori Michele Do ripensa la spiritualità cristiana.

Lo Spirito di Dio nel cuore umano palpita dello stesso amore interiorizzato. Nell’amore che è di Dio noi amiamo (Giovanni 15,12). La spiritualità cristiana non contesta la mistica cristiana, ma aiuta a viverla.

1. La vita comune, senza miracolismi, è la dignità di ognuno, anche non credente.

2. L’autenticità è la coerenza interno-esterno, nei fatti, oltre riti e formule religiose.

3. La riflessione critica, personale, anche su di sé, è opposta all’accettazione passiva, e là il vangelo fa emergere il desiderio profondo.

4. La pienezza di vita è il germe divino nel cuore, non infranto neppure dal peccato. Il bene sommo è pluralismo, non mortificazione e sacrificio. La croce di Cristo è un atto di amore, non il prezzo di riscatto, non la sostituzione del peccato, ma fiamma vivente dello Spirito, vita sopra la morte.

Occorre la liberazione dal “sacro” tremendo e fascinoso, liberazione compiuta dall’etica moderna, ma è anche un imperativo cristiano. Gesù ha scisso Dio dal “sacro violento”, che rimane affascinante, e lo ha liberato dall’idea del sacrificio, sofferenza da offrire a Dio. Questa idea, dove è ancora presente, allontana dal cristianesimo, dal sentire di Gesù.

Sperimentabile

Dio sperimentabile oltre che credibile e amabile. Egli risponde all’esigenza moderna non astratta: non è solo “idee da credere”. Questa esigenza è carente in un cristianesimo malato. Allora, come introdurre all’esperienza di Dio?

Nel modernismo, “esperienza” sapeva di immanentismo, soggettivismo. Con la fenomenologia (Husserl, Scheler) e l’intenzionalità del conoscere (valori, sentimenti, affetti), l’ “esperienza” diventa anche organo della verità. Per don Do, l’“esperienza di Dio” vissuta da Gesù non è solo sentimento di sé, ma apertura alla verità di Dio, effettiva realtà.

Dio è sperimentabile in Gesù visibile, toccabile, e nell’umanità immagine di Dio nel Figlio, “icona del Dio invisibile”: in Gesù non solo impariamo, ma siamo coinvolti esistenzialmente. Risonanza e ispirazione di bene in noi sono sperimentabili nello Spirito, che abita e agisce in noi. Dio è esperienza nel più intimo del cuore.

A ciò si va educati, iniziati, per illuminazione: lettura e ascolto del vangelo, risonanze in persone “parole viventi di Dio”, come, per esempio, chi compie volontariato gratuito (cioè agape, amore come ama Dio), affetto, soccorso, cura gratuita.