Nel 1926 il giornalista Israel Joshua Singer si avventurava in un lungo viaggio che lo portava da Minsk a Mosca e ai villaggi delle campagne ucraine, sino a Kiev. Com’è noto, si tratta del futuro autore di grandi romanzi (tra cui spicca La famiglia Karnowski) e fratello dell’ancor più celebre Isaac Bashevis Singer, premio Nobel della Letteratura nel 1978.
Israel aveva fatto – giovanissimo − un primo viaggio in quei luoghi all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, tra il ’18 e il ’21, nel periodo drammatico della guerra civile e del cosiddetto comunismo di guerra. Ma nel secondo viaggio indossa i panni dell’inviato speciale, incaricato di inviare le proprie corrispondenze al quotidiano yiddish newyorkese «Forverts» (Avanti), di orientamento socialista. Rispetto ad altri illustri visitatori dell’Urss di quegli anni – da Döblin a Joseph Roth – gode di un duplice vantaggio. Dal momento che il suo è un ritorno, può confrontare il presente con il recente passato; e in quanto ebreo polacco, cresciuto nell’impero zarista, conosce bene il russo, oltre naturalmente all’yiddish.
L’Ucraina di Israel Singer cent’anni fa
Nella raccolta dei suoi articoli − apparsa nel ’28 con il titolo La nuova Russia e di recente riedita da Adelphi nella traduzione di Marina Morpurgo – proprio la questione della lingua, o meglio delle lingue, assume di continuo un particolare rilievo. Sin dalla stazione di Minsk.
Quattro lingue – bielorusso, russo, polacco e yiddish – si fanno incontro al visitatore in arrivo. Ovunque, ad ogni passo, in ogni commissariato, in ogni ufficio si incontrano insegne e cartelli in queste quattro lingue.
Quando nel 1919 i bolscevichi appesero per la prima volta, lungo il viale Vasil’kov di Kiev, una targa in caratteri yiddish, gli ebrei sogghignarono: “Ah, ah, è in yiddish… questi son matti!”. Adesso è un fatto normalissimo.
Interessante è l’incontro nella vicina Bobriusk con il giovane presidente delle unioni sindacali che – forse per compiacere l’intervistatore − indica nel plurilinguismo una tra le principali conquiste della Rivoluzione:
Nelle fabbriche il lavoro si svolge nella lingua parlata dalla maggioranza dei lavoratori. Sarti, lavoratori del tabacco, impiallacciatori, lavoranti del cuoio, fabbricanti di scatole svolgono la loro attività professionale in yiddish. Dove la maggioranza parla russo, si usa il russo. Ma a tutti, anche alla minoranza, è consentito esprimersi in pubblico nella propria lingua
e così avviene nelle riunioni del sindacato.
Ma una nota di maggiore realismo – indicativa di come quel plurilinguismo incontrasse qualche resistenza – risuona al momento dell’ingresso in quella che oggi chiamiamo Kharkiv (o Charkiv), città che aveva sostituito Kiev come capitale dell’Ucraina sovietica e tale sarebbe rimasta sino al 1934.
Nella gigantesca e affollata stazione ferroviaria è scritto in grandi caratteri ucraini: “Charkiv”. Sul mio stesso treno viaggia un militare, molto risentito: perché mai questi stanno portando scompiglio, perché hanno sostituito il russo “Char’kov” con “Charkiv”? “Che cosa stupida” dice furibondo.
Eppure, osserva Singer,
qui, più che in qualunque altro luogo, l’assimilazione è estesa. Qui, nella capitale ucraina, sia gli ucraini sia gli ebrei preferiscono molto spesso parlare russo, È una città priva di una tradizione propria […] Di sicuro a Char’kov troviamo un’accozzaglia di nazionalità, che il cielo le protegga: ucraini, ebrei, russi, polacchi, zingari, lituani, estoni, armeni, greci, coreani, assiri, georgiani, cinesi, cechi e molti altri!
D’altronde, è specialmente nei piccoli e nei grandi centri dell’Ucraina che Singer osserva di continuo una composita mescolanza etnica: come nella Babele che popola il suo albergo di Odessa.
L’International è un grosso edificio sulla via Torgova, un circolo per tutte le etnie – qui dentro c’è una vera e propria Torre di Babele. Russi, ebrei, polacchi, tedeschi, greci, armeni, turchi, bulgari, cechi, lituani, moldavi e tatari.
E i suoi interlocutori gli spiegano che
i greci sono stanziati quasi tutti a Mariupol’ e a Bachmut, che i tatari, quasi tutti minatori del Donbass, hanno una intellighenzia e una letteratura nazionali, che i polacchi sono concentrati nei villaggi e nelle fabbriche e hanno numerose scuole polacche, che i coloni tedeschi in Ucraina hanno un settimanale in tedesco e che, mentre tutte le minoranze si sforzano di condurre le loro attività culturali nella propria lingua d’origine, i moldavi parlano moldavo ma vogliono imparare il russo.
Nondimeno, conclude,
adesso in Ucraina non si può non sapere l’ucraino. Chi non conosce la lingua è tagliato fuori dagli uffici governativi, dato che gli affari pubblici si svolgono in ucraino.
Più avanti, mentre attraversa in automobile la Crimea, riferisce in modo puntuale i numeri del censimento del 1924 relativi al quadro demografico della penisola:
Nella Repubblica di Crimea la popolazione ammonta in tutto a seicentoquindicimila individui. I russi sono oltre trecentomila, i tatari centocinquantamila, gli ebrei sessantacinquemila, i tedeschi trentottomila e i rimanenti (bulgari, greci e altri) cinquantottomila.
Oggi la rilettura di quei dati è – col senno di poi – impressionante, se pensiamo allo sterminio che di lì a non molti anni si sarebbe abbattuto sugli ebrei con l’invasione nazista, o alla deportazione di massa dei tatari ad opera di Stalin già negli anni Trenta. E fa riflettere come da quel mix di etnie e lingue e tradizioni siano emersi con sempre maggior forza il nazionalismo russo e quello ucraino. Del primo, Singer sembra prendere atto con sorpresa quando sul treno che da Varsavia lo conduce verso Mosca incontra due attori russi, marito e moglie, che hanno visitato i teatri di Vienna, Berlino e Parigi, non trovandovi nulla di interessante a parte le nudità.
Faccio notare che i russi solo di recente hanno sviluppato un forte senso patriottico – un fenomeno strano, dato che, salvo eccezioni, erano soliti additare come scadente o volgare tutto ciò che veniva dal loro paese. Lo ammettono loro stessi: “È vero, siamo diventati patriottici.
Evidentemente anche in Russia la guerra mondiale aveva segnato la crisi della koinè intellettuale cosmopolita d’inizio secolo; e non contribuiscono a ravvivarla le stridenti contraddizioni di Mosca (da un lato i diritti conquistati più che in qualsiasi altro paese dalle donne, dall’altra le strade piene di prostitute minorenni), o la trasformazione di Lenin in un’icona (al suo mausoleo arde una fiamma eterna, e pie donne passano lì davanti e si segnano dozzine di volte la fronte e il petto, sussurrando preghiere con il sottofondo delle campane), o l’onnipresenza del controllo poliziesco (vengo a sapere che nei ristoranti e nei locali notturni ci sono “occhi” che osservano tutto, sorvegliano tutto, registrano tutto).
Quanto all’Ucraina di quegli anni, va ricordato che sulla base della propria esperienza Singer ne fornì un’efficace rappresentazione anche in alcuni racconti, ripubblicati nel 2016 da Passigli sotto il titolo Sulle rive del mar Nero: dove ampio spazio ha la città di Odessa negli anni drammatici in cui subì continui cambi di governo (prima i tedeschi e gli austriaci, poi gli ucraini “con bandiere gialle e blu”, poi i “rossi” e poi i “bianchi”) e ogni nuovo arrivo portò promesse e devastazioni, sino al definitivo insediamento dei bolscevichi. Sono pagine da cui trasuda, nell’efferatezza degli eventi, una storia singolarmente tragica, che talora suggerisce facili accostamenti al presente (anche perché la toponomastica è quella: non soltanto Odessa e Kiev e Kharkiv, ma Sumy, Konstantinograd, Poltava…).
Nel reportage di viaggio, compare anche la località di Cernobyl’, dove – curiosamente – si è alzato un vento secco che ha danneggiato il grano e che a Singer ricorda la Bibbia, la piaga del vento che distrugge i raccolti.
Ma soprattutto sembra interpellarci con una sorta di preveggenza – e riproporsi con una qualche attualità − la sua conclusione:
Ho visitato numerose città e […] l’argomento che più sta a cuore, quello di cui tutti parlano, è quel che si deve fare con i giovani. La domanda grava, come in passato, con tutta la sua soverchiante pesantezza: “Che ne sarà dei nostri figli?”.
All’orizzonte non c’erano soltanto, per quella generazione, l’Olocausto che avrebbe annientato le comunità ebraiche e il grande macello della guerra, che avrebbe causato oltre venti milioni di morti tra i cittadini dell’Urss. C’era anche, per gli abitanti delle campagne ucraine, l’Holodomor, ovvero la spaventosa carestia che a seguito delle scelte del regime staliniano avrebbe ucciso milioni di contadini tra il 1932 e il ’33.





