Il governo italiano e i suoi singoli membri, a partire dalla presidente Giorgia Meloni, ci hanno abituati a brillanti trovate pubblicitarie. Si va da uno smaccato vittimismo all’invenzione di improbabili complotti, fino alla manipolazione di dati che avrebbero garantito il raggiungimento di risultati, che poi si rivelano in verità poca cosa. O addirittura che mascherano più o meno bene situazioni di sofferenza e disagio.
Ciò è tanto più evidente in campo economico, in cui l’abilità di illustrare i parametri numerici si può prestare a grandi falsificazioni. Facciamo qualche esempio cominciando dallo spread, cioè dalla differenza di rendimento tra i nostri buoni del tesoro decennali e quelli analoghi di altri paesi, specie all’interno dell’Ue, e specie in rapporto ai Bund tedeschi presi come riferimento, trattandosi dell’economia più forte del continente. Il differenziale di rendimento è notevolmente sceso rispetto agli anni ante-Covid, a 70 centesimi di euro, mentre allora si era sui 2 euro. Ma attenzione: allora il Bund tedesco aveva rendimento zero o addirittura negativo perché la Germania aveva un debito complessivo contenuto e un bilancio annuale in sostanziale pareggio. Ora dopo l’annuncio del colossale piano di riarmo anche la Germania allargherà i cordoni della borsa. Il rendimento del suo debito è già salito oltre il 2,5% e conseguentemente il nostro è intorno al 3,20% (differenza, cioè spread, 0,70). Spacciare questa ridotta differenza come risparmio italiano sugli interessi da pagare sul nostro debito è quanto meno originale. Al massimo si può dire che poteva andare peggio. Ma la cosa più interessante che viene accuratamente taciuta, anche da molti economisti, è che se noi guardiamo l’andamento dello spread negli altri Stati Ue scopriamo che siamo quart’ultimi (a parte l’Ungheria, la Repubblica ceca e la Slovacchia, tutti gli altri stati hanno spread più bassi del nostro… e udite, udite… lo spread greco è di 61 centesimi di euro, cioè ben più basso di quello italiano (dati Sole 24Ore del 10.12.2025). Analoghe considerazioni si possono fare sulla grancassa che ha accompagnato recenti sottoscrizioni dei c.d. BTP valore, riservati ai risparmiatori italiani. Bella forza. Offrono intorno al 4% lordo e durano da 4 a 7 anni, con ulteriore premio se vengono posseduti per l’intero periodo e non venduti prima.
Illusioni e realtà dell’economia italiana
Grande entusiasmo poi per il giudizio delle Agenzie di “rating”, Standard & Poor’s e Moody’s (americane) e Fitch Ratings (francese, ma operante su New York e Londra). Che hanno confermato o migliorato recentemente il giudizio sull’affidabilità del nostro debito pubblico e sulle buone prospettive della nostra economia. Lungo sarebbe il discorso sull’attendibilità di questi operatori, spesso guidati da non trascurabili conflitti d’interesse. Non possiamo farlo ora, resta però il fatto, da pochi sottolineato, che i giudizi precedenti ci ponevano sull’orlo dell’abisso. Ossia un ulteriore abbassamento avrebbe qualificato il nostro debito come titoli spazzatura junk bonds. Nessun gestore di fondi d’investimento può in generale acquistarli, chi li possiede li vende, il tasso d’interesse schizza verso l’alto e, per non fare bancarotta, in questi casi lo Stato (esercitando una moral suasion, diciamo così, eufemisticamente) obbliga le banche, già piene di buoni del tesoro, a farsene ulteriore carico. Ciò evidentemente indebolisce il sistema bancario e ne riduce l’affidabilità. Quindi anche in questo caso festeggiamo, ma con gazzosa, non con champagne…
Resta un’ ultima pagliacciata propagandistica, di recente invenzione. L’emendamento proposto da Fratelli d’Italia, tramite il suo capogruppo al Senato Lucio Malan, sull’«oro degli Italiani». Una dichiarazione formale che l’oro gestito dalla Banca d’Italia (2500 tonnellate circa, valore ai prezzi attuali di mercato circa 280 miliardi di euro), appartiene al popolo italiano. Potrebbe sembrare una presa di posizione del tutto pleonastica, ma potrebbe invece essere un attacco all’Ue e alla sua moneta. È chiaro infatti che quell’oro che in passato garantiva, più o meno bene, la lira, ora insieme alle riserve di tutti i paesi della zona euro, garantisce la moneta comune. Quindi è sostanzialmente sottratto alle banche centrali nazionali e affidato, normativamente, alla Banca Centrale Europea. I richiami della foresta dei “bei tempi” in cui Giorgia Meloni, dall’opposizione, auspicava un ritorno alla lira e un’uscita dalla Ue sono sempre dietro l’angolo, insieme a un valoroso manipolo di economisti in quota Lega, in cui spiccano Claudio Borghi e Alberto Bagnai. La cosa ha molto preoccupato Christine Lagarde, presidente della Bce, che ha sostanzialmente chiamato “a rapporto” il nostro ministro Giancarlo Giorgetti, il quale con qualche imbarazzo ha dovuto promettere un’adeguata “riformulazione” dell’emendamento. Pare che l’ultima versione di questo capolavoro preveda l’esplicita citazione delle norme europee e italiane sulla gestione delle riserve da parte del Sistema Europeo di Banche Centrali (SEBC), ovviamente guidato dalla Banca Centrale Europea. Insomma la scoperta dell’acqua calda. Ciò non ha impedito di scatenare la commozione del senatore Guido Quintino Liris (FdI), fautore di una battaglia epocale in tal senso, con la magnanima approvazione dei sopracitati economisti della Lega. A Bruxelles e a Parigi pare invece che l’emendamento abbia avuto l’effetto di una barzelletta, neppure troppo divertente.
La memoria in questi frangenti è sempre troppo corta. Quell’oro si rivela intoccabile non solo per i vincoli europei, non solo perché l’eventuale vendita, anche parziale, farebbe crollare il prezzo del metallo giallo, ma perché utile nei casi di estrema difficoltà. Nell’estate del 1974, contro un pegno di 650 tonnellate d’oro, il governo italiano di Mariano Rumor ottenne, in circostanze disperate, un provvidenziale prestito dalla Germania Ovest del cancelliere Helmut Schmidt di un miliardo di dollari. Qualcuno temeva allora di dover consegnare l’oro con un costoso treno blindato, ma i tedeschi, molto signorilmente, si accontentarono di quello italiano depositato presso la Banca dei Regolamenti internazionali di Basilea, la città dei tre confini, a un chilometro dalla Germania. Il prestito fu regolarmente restituito, addirittura anticipatamente, e non se ne parlò più. Ma è bene farsene una ragione… e magari concludere con Carlo Cottarelli, che unendo competenza a garbata arguzia in una recente intervista radiofonica ha affermato: «a questo emendamento ne affiancherei un altro, ugualmente banale, così formulato: ‘il debito pubblico appartiene agli italiani’: sono più di 3000 miliardi euro. Non vorrei infatti che gli italiani, coperti dall’oro della Banca d’Italia, si credessero troppo benestanti».






L’art.di
P.l. Quaregna è particolarmente prezioso perché affronta temi economici che per essere compresi richiedono un certo impegno. E’ necessario che ci sforziamo di farlo, magari chiedendo all’A.di semplificare il linguaggio, se vogliamo comprendere ciò che succede intorno a noi con ricadute sulla nostra vita. Non accontentiamoci di slogan, da qualunque parte vengano