Registro di scuola / 7

25 settembre

Orso contro uomo. Giorgio mi racconta che c’è un video virale su TikTok, che ha totalizzato più di 2 milioni di like, in cui si chiede alle ragazze se preferirebbero rimanere bloccate in un bosco con un uomo o con un orso. Non ne sapevo nulla: non ho installato tiktok, e forse ho fatto male, ma già così sono quasi dipendente dal mio cellulare… Giorgio non è stupito che la maggior parte delle ragazze abbia risposto «orso». In molti altri si saranno stupiti, invece! Gli studi mostrano che il crimine più temuto dalle donne non è l’omicidio o la rapina, ma la violenza sessuale. Ma arrivare a pensare che gli uomini (maschi) siano peggio degli orsi, no, questo è ridicolo, assurdo. «Scelgo l’orso, gli uomini sono spaventosi», «Dipende dall’uomo, ma scelgo l’orso», «Ho sentito che gli orsi non sempre ti attaccano». Questi sondaggi non valgono molto dal punto di vista scientifico, ma forse indicano un trend pericoloso. Giorgio guarda con ironia il mondo Lgbtq+, e i suoi rigidi steccati.

Mi ricordo Giorgio passare di classe in classe, con molto coraggio, a leggere un messaggio che aveva scritto lui in occasione della Giornata contro l’omotransfobia. Qualche volta l’ho deriso, tra me e me. E mentre chiacchieravamo me ne pento, molto. A volte era vestito in modo improbabile. Ora è cambiato: «Tutto sommato considero quel personaggio impertinente, frivolo e patetico che mi sono cucito come parte fondamentale della mia crescita. Non vorrei che si pensasse che io fossi completamente ignaro della mia situazione, anzi. Avevo in mente di spiazzare e mettere in difficoltà coloro che mi circondavano. Non c’è nulla da espiare. Le confesso che mi piace molto vedere come coloro che mi hanno conosciuto in quel periodo (in modo superficiale, ma che in qualche modo sono rimasti impressionati) fatichino a trovare una qualche forma di connubio tra ciò che ero e ciò che sono». Il problema è che della maschera abbiamo bisogno tutti, ma abbiamo anche bisogno di tirarla giù, di smascherarci. Difficile capire chi era Giorgio, dietro al personaggio. Io un po’ sorridevo, ma intuivo che c’era un Giorgio più complicato, meno univoco. Insomma: la maschera dopo un po’ stufa, mentre una persona, con tutte le sue contraddizioni, non stufa mai, o quasi mai.

5 novembre

Vergogna. Anche se abbiamo cominciato alla fine dell’anno scorso, queste sono state le prime lezioni di quest’anno del corso di inglese per noi professori. La mia ultima lezione di inglese vera e propria credo risalga a… 40 anni fa. Sì, ho fatto qualche corso, ne ricordo uno, quando si andava in quei centri dove con le cuffie e un pc facevi la lezione… cose preistoriche rispetto alle possibilità di oggi. Ma ben diverso è avere proprio una tua insegnante di inglese, madrelingua, come la nostra, che è italiana sì, ma nata e vissuta in Sudafrica. L’inglese non mi è mai piaciuto. Ho sempre avuto problemi con le lingue e in particolare con questa lingua. Probabilmente è una eredità che mi porto dietro dal liceo, in cui ho fatto solo due anni, come era una volta per il liceo classico. Grande errore. Poi non ne ho avuto bisogno, se non per la bibliografia in inglese della tesi, ma leggersi dei commentari o delle voci dei lemmi specialistici tutto sommato è qualcosa di abbastanza semplice.

Tutto questo per dire una cosa semplice: che l’effetto principale di queste lezioni… è che l’inglese non mi fa più schifo! Non è mica cosa da poco, anche se non credo che imparerò a parlare con sicurezza. Il punto più basso della mia vergogna è stato quando, ospite a casa di un amico di amici italiani ma che vivono nelle Midlands, non riuscivo a spiccicare altre parole quando mi svegliavo oltre alla risposta routinaria al classico: «A cup of tea?». Intendiamoci: il mio interlocutore da buon “orso” inglese non è che si sforzasse di farsi capire, anche perché quando mi alzavo trovavo sempre dei bei video tutorial di informatica che avrei avuto difficoltà a capire pure in italiano! E tuttavia non poter dire neanche l’essenziale di quel che fai, mi ha fatto davvero vergognare tantissimo. Ricordo esattamente la volta che non riuscivo a dire che la mia scuola aveva 1500 allievi… Come si dice «mille», come si dice, come si dice…? Mi sono anche dato a fare la lezioncina su Duolingo. Che al mio ospite fa senso, perché secondo lui non parla inglese ma americano (e ha ragione). Ma meglio di niente. Mi porto dietro da quando ero bambino e ragazzo alcune paure: una è l’acqua, l’altra forse proprio l’inglese. Ora vengo a lezione magari senza aver fatto tutti i compiti (i peggiori allievi sono i professori?), ma volentieri, divertendomi, sentendomi felice. Non è mai troppo tardi.

15 novembre

Neanche gratis. In prima liceo dove faccio italiano e storia, durante l’ultima ora, dopo aver spiegato per un’ora e mezza i verbi riflessivi e pronominali, distribuisco il «Corriere della Sera», una dozzina di copie. Leggiamo insieme la prima pagina. Alla fine chiedo se qualcuno vuole portare il giornale a casa. Me ne hanno restituite una decina! Neanche portarlo a casa ai genitori per sfogliarlo, non dico leggerlo. A volte mi chiedo a che serve il mio lavoro. Mi viene perfino da pensare che potrebbero fingere, se sanno che mi fa piacere: lo portano a casa, e poi lo usano per accendere il fuoco nella stufa. Per dire. No, il fatto è che di quel che succede nel mondo, nella realtà ben poco gli importa. Chiedo a una allieva di andare alla lavagna a scrivere qualcosa. Non riesce a scrivere perché ha delle lunghe unghie finte applicate a quelle vere che impediscono alla punta del dito di tracciare il segno sulla lavagna elettronica. Con molta difficoltà l’unico modo per scrivere è appoggiare il dito intero quasi orizzontalmente sulla lavagna in modo che il polpastrello sfiori la lavagna e tracci un segno. Ecco: penso a volte, nei momenti peggiori, che per molte di loro (parlo al femminile perché parlo di unghie, ma un discorso non diverso potrei farlo per i pochi maschi della classe) il vero problema del mondo oggi sia rinnovare queste unghie che si rovinano facilmente, scegliere il colore ecc. This is the question. Nei momenti meno peggiori arrivo a chiedermi per assurdo se dunque per loro sono più importanti i verbi impersonali… Se non gli importa il mondo in cui vivono, come faccio a non faticare per portarli ad abitare in mondi – la grammatica, i libri, la storia, la politica ecc. – in cui loro non hanno intenzione di soggiornare?

17 aprile

Videomaker. Mentre sto sbadatamente, e inutilmente, scrollando le foto di instagram, vedo ancora una volta le foto di Antonio, un exallievo di molti anni fa che fa il videomaker. Forse era stato allievo durante una supplenza; faccio difficoltà a capire come ci eravamo incrociati, ma so che lo conosco. Rapsodicamente ci siamo visti e salutati affabilmente, per strada, su una banchina del treno ecc. Mi viene l’idea di scrivergli: «Senti, che ne diresti di venire a spiegare quello che fai ai miei allievi di prima?». Succede quasi sempre che la parte di cinema prevista nella prima a scuola venga saltata. Mi chiedo che senso abbia in una società in cui l’immagine prevale nettamente sulle parole non dedicare almeno una parte del tempo a studiare un po’ di cinema. Anche il cinema per i ragazzi è ormai obsoleto, ma partire dai meccanismi delle immagini in movimento credo che possa servire come base per maneggiare strumenti di analisi per dare loro una maggiore consapevolezza dei prodotti audiovisivi che consumano quotidianamente – tiktok in primis. I video di tiktok sono quasi sempre tecnicamente di qualità inferiore a un film (e per film intendo ovviamente anche le serie ecc.), ma ne utilizzano, in modo semplificato, alcune tecniche. Qualcuno ha dei dubbi sul fatto che un ragazzo oggi “consuma” più video che libri? Ma la scuola parla dei secondi, e quasi mai dei primi.

Mi metto d’accordo con Antonio perché faccia lui la parte teorica utilizzando il libro che ha un inserto Leggere il cinema di venti pagine, con molte immagini. È messo al fondo come un’appendice, e non tutti i libri ce l’hanno, come per accontentare alcuni clienti (insegnanti) come me! Ma io ho sempre cercato di fare questa parte fin da quando, in un’altra scuola in cui insegnavo, è stata per anni un pezzo importante e qualificante della programmazione per tutte le prime: veniva un esperto, e faceva un monte-ore sostanzioso. Fino a che il preside, “illuminato”, a un certo punto disse: «Ma sono dieci anni che facciamo questo progetto-cinema! A che cosa serve?».

Mi sono chiesto se con una classe che non è certo brillante come questa, valesse la pena. Ma in questi casi ci sono due strade: o fai il minimo sindacale, oppure ci provi. Antonio fa benissimo la teoria e meglio di me ovviamente, e può esemplificare con dei lavori che ha fatto. Conosce meglio di me la terminologia tecnica. Partiamo con una pubblicità molto provocatoria, la facciamo vedere più volte, e la smontiamo. La classe è “difficile”, ma poi si interessa, “regge”. Si tratta di fare una minialfabetizzazione. Per esempio: quali sono gli elementi della messa in scena? Che cos’è una (inquadratura) soggettiva? Che cos’è e che effetto provoca una inquadratura dall’alto? E dal basso? Distinguere la panoramica dalla carrellata. La scala dei campi. Distinguere la sceneggiatura dalla scenografia. Distinguere il suono in, off e over. Che cos’è un piano sequenza? Che cos’è un raccordo sullo sguardo? Cose così. Mi sembra il minimo. A quante immagini sono sottoposti i miei allievi? Quante ore di video (al giorno) introiettano? Si dice che la scuola debba dare gli strumenti…

Ma non basta: possiamo sfruttare il mestiere di Antonio, pensiamo di far girare con gli strumenti che hanno, essenzialmente il telefonino, un video a coppie. La consegna era questa: «Elaborate un breve video della durata massima di un minuto e mezzo, a tema libero, a coppie, da inserire nel drive. Esso deve rispettare quando è stato detto a lezione: avere un soggetto (da allegare), utilizzare alcuni degli elementi tecnici spiegati, un montaggio essenziale ecc. Verranno valutate le tre fasi: preproduzione, produzione e postproduzione». Alla fine arrivano una dozzina di video che mi guardo con molta curiosità. Ci ho provato e non ho dubbi: sono il lavoro migliore che hanno fatto quest’anno! Nessuno lo ha buttato giù. Tutti hanno avuto delle buone idee. Certo i mezzi non sono sempre stati all’altezza, non solo tecnicamente – ma certo io non sarei stato in grado di fare un video come loro. Ecco un esempio di valutazione (di Antonio): «Dannatamente geniali, semplice, veloce, ma carino e avvincente, buono anche il montaggio, anzi molto buono perché hanno fatto degli stacchi di audio di slow motion nei momenti giusti, regia buona, anche il finale niente male». Sono molto soddisfatto del lavoro, e anche Antonio lo è. Era in un momento lavorativamente di stallo, e dover spiegare a una classe secondo me gli ha dato una bella carica.