Vangelo della 5ª dom. ordinaria: Matteo 5,13-16 (38-48)

Nel brevissimo vangelo odierno ci sono le due immagini chiare di essere il sale della terra (che da sapore alla vita) e la luce del mondo: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone» [Mt 5,16; per la precisione “belle” (kala), come il bel (kalos, anziché “buon”) pastore in Gv 10].

Storicamentele opere dei cristiani non sono apparse sempre eccellenti, anzi a volte pessime (gli inquisitori), ma è altrettanto vero che esse sovente siano state ignorate, incomprese, e pure combattute, come nel caso di Gesù e del Battista [Mt 11,18s che qui citiamo poiché verrà saltato all’inizio dell’estate nella lettura continua del vangelo]: «È venuto Giovanni che non mangia e non beve, e dicono “È indemoniato”. È venuto il figlio dell’uomo che mangia e beve, e dicono: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie» (in Mt 11,19 o “dai suoi figli” in Luca 7,35; cfr l’appendice tecnica).

Ora domenica prossimacommenteremo Mt 5,17-37 (la seconda parte del discorso della montagna), ma il resto del discorso (5,38-48), dato l’inizio della quaresima, verrà saltato pure in giugno nella lettura continua perché prevarranno le letture della Trinità e del Corpus Domini (un pessimo calendario). Dato quindi l’esiguo vangelo odierno, trattiamo allora oggi la terza e ultima parte del grande discorso sull’amore (38-48), che inizia con la celebre triade: guancia, mantello, miglio.

Miglio. Iniziamo da quest’ultimo più chiaro (presente solo in Mt 5,41, e non in Luca): «Se uno ti costringerà a fare un miglio, tu va’ con lui per due». L’autorità di occupazione romana,non conoscendo bene la geografia del paese, poteva obbligare uno del posto ad accompagnare i suoi funzionari o militari facendo loro strada per un miglio (romano, mille passi, 1,5 km), ma non di più (una tutela legislativa del più debole). Cfr. i soldati che “requisiscono” Simone di Cirene (il Cireneo) per portare la croce di Gesù. Ora Gesù dice di fare da guida per due miglia; il senso è chiaro: vai oltre la legge, oltre il diritto romano e le concezioni strettamente giuridiche, raddoppia, sii generoso, dà a chi ti domanda, non rifiutare l’aiuto a un bisognoso, come nel v. 42 successivo, e nella prima lettura di Isaia 58,7-10 sino ad introdurre in casa i senza tetto (senza trascurare i parenti)! Ossia la dismisura del dono: tanto che in alcuni manoscritti, come la Vulgata, viene triplicato («tu fanne altri due», cioè tre in totale), e nel codice D, Ireneo e in parecchie versioni latine «tu va’ con lui per altri ancora» (alla n). È ora di triplicare la generosità solidale, soprattutto oggi in tempi di guerre e migrazioni.

Guancia. «Se uno ti schiaffeggia la guancia destra tua, tu porgigli anche l’altra (5,39); è il passo universalmente conosciuto dello schiaffone, anche se il suo significato non è del tutto chiaro, dato il genere paradossale. Se avesse solo voluto dire di non opporsi aggressivamente al malvagio, di non rispondere alla violenza con la violenza (cosa che rimane pur valida in generale), avrebbe detto semplicemente ”guancia”. Invece dice “guancia destra”: perché distinguere fra destra e sinistra? Infatti in Luca non c’è il termine “destra” poiché per lui privo di senso, non conoscendo il diritto palestinese: una guancia vale l’altra… Ora, a meno che uno non sia mancino, per colpire su tale guancia l’aggressore deve operare con un man-rovescio della mano destra (come ha osservato J. Dupont); ricercando nei testi giuridici dell’epoca è emerso che il man-rovescio era considerata un’offesa doppia dello schiaffo normale (sulla guancia sinistra del percosso), doppiamente ingiurioso a causa del disprezzo che manifestava. Si percuoteva così uno di rango inferiore; era un’umiliazione destinata ai presunti inferiori: schiavi, servi, stranieri, meteci… donne. Gesù parlava a povera gente, che conosceva questa umiliazione. Era come dirgli: «Prova ancora. Io non ti riconosco il potere di umiliarmi. Sono pari a te. Tu non riesci ad offendere la mia dignità». Dal punto di vista penale, se per il primo (man-rovescio) bisognava riparare pagando un indennizzo di 200 denari, per il secondo (schiaffo “normale”) solo di 100.

Fin qui Dupont, che sottolinea l’andare oltre il diritto in generale, il superamento della legge del taglione, e la dedizione incondizionata verso tutti, in particolare i nemici (ripetuto due volte in Luca 6,27.35). Tuttavia c’è forse qualcosa di ancor più preciso; infatti il superamento della legge giudaica o romana vale per il mantello [cfr. più sotto] e il miglio, ma non per la guancia, in cui semmai si invita al dimezzamento nello spirito del diritto penale palestinese. Gesù invita a rispondere con l’altra guancia calando, ricadendo paradossalmente nella seconda opzione meno grave e ingiuriosa. Gesù non propone un atteggiamento incondizionatamente passivo/inattivo; egli sprona a “reagire” anche se in una forma inconsueta che chiaramente spiazza il violento: si presume che egli si blocchi senza continuare.

Attualizzando in modo creativo e personale questo passo tutt’altro che chiaro, sottolineo che la forza offensiva (vuoi manuale, vuoi armata) deve essere dimezzata (possibilmente più volte); le armi (la forma più distruttiva di “percussione”) non devono essere aumentate, elevate al quadrato o al cubo come di solito avviene, bensì rimosse secondo l’inverso del quadrato (come nella gravitazione newtoniana); disinnescate totalmente quelle offensive [a maggior ragione oggi con un nuovo trattato poiché il vecchio di non-proliferazione è scaduto ieri (5 febbraio)] e ridotte al minimo quelle difensive, ad es. col nuovo sistema di intercettazione dei missili e droni tramite il laser (che non è una bomba balistica) per proteggere con efficacia i civili.

Mantello. «E a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello (5,40), che è ancor più oscuro della guancia. Infatti Luca non ha capito neppure questo, sintetizzando tutto velocemente in un solo versetto (Lc 6,29) e invertendo il mantello con la tunica (credendo in tal modo di essere razionalmente più logico; infatti in condizioni normali ci si toglie prima il mantello, più esterno, e poi la tunica): ma dimostrando così di non conoscere, oltre alla geografia della Palestina, neppure il diritto giudaico: secondo questo infatti, se uno allora era fortemente indebitato (come lascia presumere il “chiamare in giudizio”), il tribunale poteva sentenziare la restituzione “pignorando” persino i vestiti, ma non il mantello che era l’ultima difesa del povero contro le intemperie (un’altra tutela giuridica). Il problema è che Gesù dice di lasciare al creditore anche il mantello (in un paradosso brutale a mio parere infelice), ossia l’ultimo bene di chi è rimasto in braghe di tela… Con la tunica-mantello a quale sottrazione si allude? Sappiamo bene che un’autentica ricerca del Regno implica l’accettazione lucida del rischio, non solo di essere privato dei mezzi di sussistenza, ma anche di perdere la vita (come Gesù che durante la passione è stato lui stesso schiaffeggiato dai soldati che lo hanno spogliato delle sue vesti per poi giocarsi la tunica). Sottrazione di sicurezza, dei beni fondamentali? E se sì, come si chiedeva l’amico e compianto Dario Oitana redattore del foglio, solo in quanto ciò è causato dagli altri (nemici/avversari)? Oppure, prescindendo dagli attacchi esterni, c’è una componente anche personale attiva: sottrarsi a Mammona per dare ai poveri?

Appendice tecnica sulla perfezione

Si tratta di fare il bene nella dedizione incondizionata, per essere figli e imitatori del Padre celeste, perfetti come lui [5,48: teleioi (dalla radice telos, scopo) non indica una perfezione statica come il Dio metafisico infinito, satollo, immutabile e impassibile, ma il raggiungimento dinamico di un fine nel suo massimo potenziale]; «egli fa sorgere il suo Sole sui cattivi e suoi buoni, e fa piovere sui giusti e gli ingiusti» (Mt 5,45 in forma debole e indifferenziata), mentre Luca (6,35) è molto più intenso: «benevolo verso gli ingrati e i malvagi». Un conto è trattare tutti allo stesso modo, un altro la rivoluzione impensabile del Dio della grazia verso i “cattivi” [ponêrous, πονηρους, più forte di kakos, cattivo in senso generico], ossia di colui che originariamente ama, non il Padre celeste dalle mille pretese.

In greco è minima la differenza tra i due genitivi plurali: teknôn, τεκνων (col kappa), cioè figli, e technôn, (con la χ) τεχνων, vale a dire abilità, mestieri, lavori, opere, da cui il nostro termine “tecnica” con tutti i suoi derivati. Per questo in Mt 11,19 è stato scritto in alcuni manoscritti autorevoli (come il Sinaitico e Vaticano) il sinonimo di “opere” ergôn, εργων per evitare l’ambiguità.