Sulla mia pagina scritta,
se voglio che non mi rimorda,
quanto ancora da rifare!
La scrissi in fretta.
Se voglio avanzare un poco,
per un piccol salto,
che lunghe lontane rincorse!
Su e giù,
per i luoghi e le decisioni,
per le stagioni e per l’eternità,
io sono sempre daccapo,
con levate di Lazzaro
e ricadute di convalescente,
coi miei precoci mattini
esilarati di vitalità
perpetuamente guastati:
io faccio orge di tempo.
Quante cose cominciate
e rotte, nella mia vita!
Quante offerte rifiutate!
Le mie giornate sono
frantumi di vari universi
che non riescono a combaciare.
La mia fatica è mortale.
(Vincenzo Caldarelli, Stanchezza, da Poesie, Mondadori, 1942)
La vita è popolarmente detta un libro già scritto, con tutte le derive interpretative che questa immagine comporta in termini di idea di destino, perdita di responsabilità morale e sensazione di terribile fatalità per quanto ci attende. In questa poesia però la metafora si sviluppa in modo più profondo e inatteso, in quanto quel libro che è la vita lo si può sfogliare avanti e indietro, come la linea del tempo in un racconto composto da uno sperimentatore della narrazione. La pagina scritta allude così a quanto è stato, ovvero al passato che condiziona il presente, e quindi a un tempo vissuto forse meno consapevolmente (scritto in fretta). Il futuro (avanzare un poco) infatti è già iniziato, risultato di una molla innescata parecchio addietro (lunghe lontane rincorse), secondo una prospettiva che considera il tempo un su e giù, e quindinon in modo lineare e cronologico, bensì quasi circolare. Chi sfoglia il proprio libro, cerca di ripercorrere luoghi e decisioni, rinascite e ricadute di un circuito che sembra riproporle sempre daccapo. In realtà si tratta più probabilmente di un’ipotesi di rimediabilità, nel senso che se quanto fatto non si può disfare, tanto ancora si può rifare, ripensare, rimediare, se voglio che non mi rimorda. E tuttavia…
Le mie giornate sono
frantumi di vari universi
che non riescono a combaciare.
L’io poetico fa orge di tempo: eccitazione e delusione si susseguono in modo sfrenato e licenzioso, vinto dalla frenesia del vivere. Ma infine la molteplicità parrebbe avere la meglio: la vita è ridotta in frantumi, frammenti che non sono in grado di rivelare senso alcuno. La percezione della frammentarietà dell’essere è una delle chiavi di lettura dei nostri tempi sotto molti punti di vista. Molto semplicemente, il tempo presente non consente una visione d’insieme, capace di offrire adeguata comprensione a quanto si sta vivendo. La rappresentazione che se ne ricava è piuttosto affine al fotogramma o al filmato interrotto o magari danneggiato, che non garantisce una visione completa o unitaria: si vive in quell’istante e per quell’istante, ma se quell’evento dipenda o sia stato preparato da altro o potrebbe dare vita a futuri sviluppi, sembra fuori dalla nostra portata. E se le cose stanno così, in mancanza di una percezione globale delle cose, si perde anche l’idea di compimento che eventualmente si potrebbe attribuire a una vita, un progetto, un legame.
Ci si percepisce irrimediabilmente in medias res, aperti ai possibili che la vita ci presenta. Né la letteratura (e quindi anche la poesia) può attestare altro, rifiutando di offrire conclusioni eterne e definitive, distanti dall’orizzonte che siamo in grado di accogliere. Questo potrà deludere il lettore ansioso di finali classici, che spieghino e chiariscano tutto quello che era rimasto oscuro, offrendo una prospettiva per quel futuro che resta sospeso dopo l’ultima pagina. Ma è tutto quello che siamo capaci di pensare. La nostra fatica è mortale.






